
Questo film è stato presentato in anteprima alla XXVII edizione del Torino Film Festival, il 18 novembre 2009.

Di nuovo una famiglia. Di nuovo una famiglia di immigrati di origine italiana. Ma le analogie con il Padrino finiscono qui. L’ultimo film di Francis Ford Coppola, ambientato in Argentina, è una storia intima e melodrammatica su due fratelli che si incontrano dopo anni di lontananza: il maggiore, Tetro (abbreviazione del cognome Tetrocini), è uno scrittore fallito; il minore, Benjamin, è un diciottenne che ancora non ha capito bene cosa fare della sua vita. Su di loro grava inquietante l’ombra del padre, geniale e spietato musicista di fama mondiale.
Un film strano. La prima metà è estremamente europea, con una vicenda famigliare un po’ tragica e un po’ leggera che fa pensare ad Almodovar (non a caso tra gli interpreti figura anche Carmen Maura, musa del regista spagnolo) e uno stile registico quasi tedesco (se non fosse per i titoli di testa si potrebbe pensare di essere davanti a un’opera di Wim Wenders, e l’alternanza di b/n e colore ricorda Heimat). La seconda parte, invece, meno riuscita, è di stampo più hollywoodiano, con tanto di “io sono tuo padre” (frase che da Guerre stellari – o Beautiful – in poi non può che far sorridere) e riconciliazione finale.
Tetro può piacere o non piacere (anzi, può piacere e non piacere), ma va detto che Coppola è uno dei pochi registi americani di fama mondiale che è stato in grado di prendere il suo nome, buttarlo nel gabinetto, tirare l’acqua e ricominciare a fare cinema come piace a lui, senza alcuna urgenza di stampo autoriale o tantomeno commerciale. Da questa pellicola (come dalla precedente Un’altra giovinezza) trasuda una sana e ammirevole (Coppola ha compiuto quest’anno 70 primavere) voglia di raccontare delle storie, di descrivere situazioni e sensazioni inedite, di dialogare con il pubblico in modo non scontato. Senza contare, comunque, che alcune scene sono veramente da antologia – su tutte quella della rappresentazione tetrale di Fausta, versione transgender e, ancora, almodovariana dell’opera di Goethe.
Ottima l’interpretazione dei protagonisti, il redivivo Vincent Gallo e Maribel Verdú, già vista nel Labirinto del fauno.
Alberto Gallo








