
La vita, in quel piccolo villaggio tedesco, sembra scorrere perfetta nella sua semplicità, nel suo rigore, nel suo ordine calvinista fatto di lavoro, studio e preghiera. Il maestro insegna, i contadini faticano, il sacerdote impartisce lezioni di morale e il signorotto locale amministra tutto come in un’azienda. Ma qualcosa, in questo meccanismo a orologeria, si inceppa: uno scherzo crudele ai danni di un medico, un incendio, due bambini seviziati… Le ipocrisie crollano, la crudeltà – fisica e verbale – si fa più esplicita, la distanza tra le persone ancora più abissale.
E’ un film duro, questo di Michael Haneke. Spietato nel suo descrivere un microcosmo di solitudini e cattiverie ricoperto da un’immonda quanto fragile patina di rispetto e buone maniere. Rigoroso nel suo narrare asciutto, elegante, distaccato, senza alcuna concessione alla bellezza fine a se stessa, al piacere. Gli unici colori sono il bianco e il nero; le sole, sporadiche musiche quelle diegetiche – perlopiù canti religiosi. Forse il regista austriaco ha voluto girare il film che avrebbero girato i personaggi del film stesso, se avessero avuto tempo da perdere con l’arte cinematografica. O forse ha soltanto portato avanti, ed estremizzato, la sua poetica fatta di storie senza speranza, di abissi di tristezza senza un perchè, di misteri espliciti eppure privi di una convincente e definitiva spiegazione finale.
Facile leggere in quest’opera, ambientata alla vigilia della prima guerra mondiale, una possibile spiegazione alle (ulteriori) tragedie che la Germania avrebbe vissuto da lì a pochi anni. Facile scorgere in questi tetri bambini le facce di futuri aguzzini. Facile interpretare i misteriosi avvenimenti che sconvolgono il villaggio come prove del disfacimento sociale e morale che avrebbe portato a quell’altra, di guerra mondiale. Ma c’è di più. Perchè, sembra suggerirci Haneke, la tristezza e la solitudine dell’uomo – di questo parla il film: tristezza e solitudine – vanno oltre i periodi storici, oltre le guerre, oltre il nazismo. Sono dappertutto, da sempre e per sempre: nelle istituzioni scolastiche e religiose, nelle differenze di classe, nell’ipocrisia dell’etichetta e del buonismo interessato, nella violenza, nel sessismo, nella distanza incolmabile tra individuo e individuo.
Il nastro bianco, Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, è una pellicola affascinante e inquietante. Estrema, prolissa, meravigliosa.
Alberto Gallo








