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coraline

locandina coraline

Ormai è una regola non scritta: da circa un decennio a questa parte, con cadenza quasi annuale, esce nelle sale cinematografiche un cartone animato sorprendente capace di cambiare le carte in tavola. E non si tratta – soltanto – di pura tecnica, di disegni sempre più perfetti, di paesaggi sempre più realistici: con la tecnologia evolvono anche le storie, che si fanno sempre più adulte e universali, i personaggi, sempre più umani, i messaggi, sempre più profondi. Pur rimanendo, i cartoni animati, opere d’arte capaci di sorprendere anche e soprattutto i bambini e la loro ingenuità.

All’inizio fu il geniale Nightmare before Christmas, girato con la tecnica della stop-motion. Poi, con Shrek e Alla ricerca di Nemo, la rivoluzione digitale raggiunse il suo punto più elevato. Ma, fuori dai confini americani, arrivarono anche capolavori “artigianali” come La città incantata, Appuntamento a Belleville e Persepolis. Per non parlare dell’Era glaciale e della Sposa cadavere di Tim Burton.

Con Coraline, diretto proprio da Henry Selick, regista di Nightmare before Christmas, l’arte del cartone animato raggiunge un nuovo traguardo, questa volta a tre dimensioni: grazie a una tecnica innovativa (sebbene alcuni tentativi in 3D avessero già visto la luce molti decenni orsono) e un paio di speciali lenti da sole, il disegno buca lo schermo invadendo il pubblico del cinema, entusiasta di avere la sensazione di fare quasi parte della storia.
Ecco, appunto, la storia: lungi dall’accontentarsi di lasciare il pubblico a bocca aperta con tecniche digitali di prima categoria, i creatori di questo splendido film hanno estratto dal cilindro una favola nera (a tratti quasi horror) davvero memorabile, che vede protagonista una bambina un po’ triste (Coraline, appunto), una casa stregata e un mondo parallelo in cui niente è come sembra. Con un messaggio finale classico ma sempre efficace: la famiglia conta più di ogni altra cosa.

Un film da non perdere, anche se avete più di dodici anni.

Alberto Gallo

titoli

non drammatizziamo... è solo il titolo di un film!

Reduce dalla (ri)visione del divertentissimo The boat that rocked, distribuito in Italia con il titolo I love radio rock, ho cominciato a interrogarmi sul senso delle traduzioni dei titoli dei film stranieri. Traduzioni spesso molto libere e ancora più spesso immotivate, enigmatiche o persino ingannevoli. E sono giunto alle seguenti concusioni:

1) A volte, ahimè, tradurre il titolo in italiano è indispensabile o quasi. Sfido chiunque di voi, cari lettori, ad andare al cinema a gustarvi Ba wang bie ji o Wo hu cang long o ancora Da hong deng long gao gao gua. Eppure si tratta di film che sicuramente avete visto o di cui avete sentito parlare, campioni d’incassi tradotti in italiano con i titoli Addio mia concubina, La tigre e il dragone e Lanterne rosse. Vogliamo andare più indietro nel tempo e rimanere in Europa? Allora vi sfido a rintracciare, nelle vostre videoteche, Det sjunde inseglet, Viskningar och rop o Jungfrukällan. Come? Non li conoscete? Allora non siete dei veri cinefili se non avete visto Il settimo sigillo, Sussurri e grida e La fontana della vergine, meravigliosi capolavori bergmaniani.
Però, avrete capito, si tratta di casi estremi, di lingue per molti di noi assolutamente incomprensibili se non addirittura ostili. Mantendendo il significato originale del titolo, insomma, credo che sia legittimo tradurre in italiano titoli di film asiatici o svedesi (anche se spesso, come nel caso di In the mood for love o Breaking news, si opta per il titolo internazionale in inglese).

2) Ecco, appunto, l’inglese. La seconda lingua più diffusa tra la maggior parte dei non anglofoni di tutto il mondo. Sarebbe ora che i distributori italiani cominciassero a dare un po’ di fiducia alla gente e, almeno per quanto riguarda i titoli di film inglesi e americani, lasciassero quelli originali. Forse sarebbe anche un buon modo, per molti italiani ignorantelli con le lingue, di avvicinarsi alla lingua inglese. Voglio dire: se non altro oggi tutti sanno che “tassista” in America si dice “taxi driver” e che, tanto per rimanere in automobile, “autostoppista” si dice “hitcher”. Quale salto di qualità linguistico si registrerebbe nella Penisola se tutti sapessero che colui che va a caccia di cervi in America è un “deer hunter” e che i giovanotti che fanno i matti senza un motivo preciso sono “rebels without a cause” (ma su quest’ultimo titolo ci torneremo)! Quando poi l’ultimo film dell’italianissimo Bertolucci è stato distribuito come The dreamers. Misteri.
Insomma, per favore, lasciate in inglese i titoli in inglese. Promettiamo che al cinema ci andremo lo stesso. Come abbiamo fatto in passato con Easy rider, Match point, Full metal jacket e He got game.

3) L’abitudine di tradurre nella nostra lingua i titoli stranieri, lo ammetto, ha avuto talvolta esiti positivi. È il caso di quei titoli di film che, italianizzati, hanno dal nulla inventato o portato al successo espressioni o modi di dire divenuti parte integrante del linguaggio quotidiano. Tre titoli su tutti: il già citato Rebel without a cause, tradotto in italiano come Gioventù bruciata; Sunset boulevard, ovvero Viale del tramonto (un conto è essere “sul viale del tramonto”, un altro vivere su Sunset boulevard, una strada di Los Angeles dal nome sì evocativo ma non così “definitivo”); e Citizen Kane, vale a dire Quarto potere.

4) Vi chiederete allora perchè ce l’ho tanto con i titoli tradotti, se in più di un caso ho ammesso la loro “necessità”. Ebbene, se posso ancora tollerare la traduzione letterale dei titoli o quei rari casi appena elencati in cui le traduzioni in italiano sono particolarmente azzeccate, lo stesso non posso dire dei titoli tradotti a caso o in malafede, solo per venire incontro a esigenze commerciali non supportate dal contenuto della pellicola. Due esempi su tutti: Domicile conjugale di Francois Truffaut (1970), tradotto in italiano come (mi fa quasi male dirlo) Non drammatizziamo… è solo questione di corna, dove è evidente il richiamo alle commedie italiane di serie B di quel periodo; e Eternal sunshine of a spotless mind di Michel Gondry (un fotogramma del quale trovate all’apice di questa pagina), da noi meglio noto come Se mi lasci ti cancello, manco fosse una commedia romantica con Julia Roberts e Richard Gere.
Ogni commento è superfluo.
Di seguito un elenco di mostruosità. Chi dovesse avere suggerimenti me li indichi, li aggiungerò.

- Touch of evil (Orson Welles, 1958), da noi L’infernale Quinlan
- North by northwest (Alfred Hitchcock, 1959), da noi Intrigo internazionale
- Dirty Harry (Don Siegel, 1971), da noi Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
- Night of the hunter (Charles Laughton, 1955), da noi La morte corre sul fiume
- Stagecoach (John Ford, 1939), da noi Ombre rosse
- Bringing up baby (Howard Hawks, 1938), da noi Susanna!
- I’m not there (Todd Haynes, 2007), da noi Io non sono qui (capito? Dire “io non sono qui” è ben diverso da dire “io non sono lì”!)
- Les enfants du paradis (Marcel Carnè, 1945), da noi Amanti perduti
- The french connection (William Friedkin, 1971), da noi Il braccio violento della legge
- Eastern promises (David Cronenberg, 2007), da noi La promessa dell’assassino
- Die Hard (John McTiernan, 1988), da noi Trappola di cristallo

Alberto Gallo

antichrist

locandina antichrist

Lui (Willem Dafoe) e Lei (Charlotte Gainsbourg) stanno facendo l’amore quando il loro bimbo esce dal lettino, si sporge dalla finestra e precipita in strada. La reazione al lutto dei due coniugi è diametralmente opposta: l’uomo, psicanalista, cerca di perdonarsi razionalizzando gli eventi, la donna crolla in un abisso di dolore. Insieme decidono di andare a vivere in una casa nei boschi dove Lei aveva trascorso l’estate precedente insieme al figlio. Ma qui le cose si complicano, perchè nella baita, metafora della psiche della donna, ogni paura prende forma, trasformando la lotta contro il dolore in una guerra contro la natura e i suoi elementi più irrazionali e terrificanti.

Horror della mente alla maniera di Lynch, Antichrist è un disperato e panteistico inno al corpo, alle piante, agli animali, alle costellazioni, al sesso, alla psiche, a tutto ciò che di vivente c’è al mondo e che si mischia, cambia forma e aspetto, confonde, muore e rinasce in un circolo vizioso di dolore e perdizione. La vicenda non ha uno sviluppo lineare e razionale, difficile trovare un prima, un dopo e soprattutto un perchè in questi 100 minuti di pellicola: come in una mente malata tutto accade senza una vera spiegazione. Immagini crude di natura matrigna si alternano ad altre di struggente bellezza, il bosco succhia la vita agli uomini che la perdono, antiche leggende diventano realtà: è la Donna a condurre il gioco. La Donna che partorisce (madre) e che dà la morte ai suoi figli (strega): difficile pensare a un film più misogino nella storia recente della settima arte. Il senso di colpa conduce a una violenza portata agli eccessi in un finale che ricorda i macelli di Saw e Hostel. Per poi tornare, negli ultimissimi minuti di pellicola, a toni più elegiaci e contemplativi: Lui, sfuggito al massacro, vede il bosco popolarsi come per incanto di una schiera infinita di donne di ogni età. Non sappiamo cosa gli faranno, possiamo solo immaginarlo.

Difficile, se non impossibile, esprimere un giudizio oggettivo sull’ultima, contestatissima fatica del maestro danese Lars von Trier. Come ogni sua pellicola Antichrist fa dell’eccesso e della provocazione il suo punto di forza, esasperando e disgustando lo spettatore ma anche lusingando il suo piacere estetico con immagini manieriste di rara bellezza e efficacia – su tutte la scena iniziale della morte del bambino, accompagnata dalla struggente Lascia ch’io pianga di Händel.
Un film estremo: prendere o lasciare.

Alberto Gallo

state of play

locandina state of play

Quando un thriller è ben confezionato; quando ci sono tanti colpi di scena e scene mozzafiato di inseguimenti e sparatorie; quando la trama è credibile; quando gli attori non si limitano al compitino “tutto muscoli e niente cervello”; quando c’è pure un po’ di spirito di denuncia; ecco, in questi casi, anche quando non ci si trova di fronte a una pellicola originale o innovativa, non si può che uscire soddisfatti dalla sala cinematografica.

State of play, diretto da Kevin MacDonald, già regista del buon L’ultimo re di Scozia, risponde in pieno a questi requisiti.
Certo, poi si può discutere sull’eccessiva fiducia nel mezzo giornalistico (i quotidiani hanno ancora tutta questa importanza, oggi?), o sul fatto che a Hollywood i cronisti sembrano più che altro investigatori privati, o ancora sull’ingenuo punto di vista progressistico-pacifista offerto dalla sceneggiatura.
Ma si tratta di sottigliezze.
La verità è che State of play è un buon film, avvincente, elegante e recitato benissimo (Russell Crowe, Ben Affleck e Helen Mirren sono i tre ottimi protagonisti, ma anche la deliziosa Rachel McAdams se la cava bene).

Cosa chiedere di più?

Alberto Gallo

locandina terminator salvation

Lasciamo perdere la trama, che è la cosa più superflua di tutto il film. E che, se proprio vi interessa, può essere riassunta in tre parole: uomini contro macchine.
Lasciamo perdere anche gli attori (sì, ok, c’è Christian Bale che è pure bravino come sempre, ma non conta), la regia (il film è diretto dal mitico McG! Ma come non sapete chi è? Quello delle Charlie’s Angels!), le musiche (musiche? C’erano delle musiche?) e ogni altra cosa.
Lasciamo perdere tutto insomma, e concentriamoci su ciò che davvero conta in Terminator salvation, quarto episodio della saga che fu di James Cameron: le vibrazioni che idromassaggiano il deretano dello spettatore che ha avuto il buon senso di non scaricare il film e andarselo a vedere al cinema. In media un’esplosione ogni quattro minuti: meglio che andare in palestra.

Perché il fatto è questo: visto su un megaschermo panoramico con un buon impianto Dolby, la pellicola in questione è davvero una… ehm… bomba. Effetti speciali da capogiro, macchine sempre più grandi e più cattive, effetti sonori che sembra di essere in guerra più che in una sala cinematografica, scoppi improvvisi, proiettili che sibilano, inseguimenti mozzafiato.
Un riuscitissimo e appassionante videogioco, insomma.
Per il resto poco o niente. Ma d’altronde cosa vi aspettavate da un Terminator?

Alberto Gallo

vincere

locandina vincere

Prima di inventare il fascismo e farsi duce, il socialista Benito Mussolini ebbe una lunga relazione con la trentina Ida Dalser. Dal loro amore, nel 1915, nacque Benito Albino. Pochi mesi più tardi Mussolini sposò Rachele Guidi, abbandonando Ida e il suo primogenito. Entrambi rinchiusi in manicomio, morirono soli e dimenticati da tutti a pochi anni di distanza l’uno dall’altra.

E’ questa, in sintesi, la drammatica vicenda al centro di Vincere, ultima fatica del maestro Marco Bellocchio presentata al Festival di Cannes. Accolto da giudizi molto contrastanti, il film, che torna su alcune ossessioni del regista emiliano come la politica e la malattia mentale, è effettivamente una mezza delusione: elegante, sorprendente e moderno, ma anche confuso, pretenzioso e a tratti soporifero, Vincere non riesce a restituire allo spettatore quel senso di claustrofobica ingiustizia al quale costantemente vorrebbe puntare. Certo, il tocco del grande cineasta si manifesta in più di un’occasione (curiosamente le scene migliori sono entrambe ambientate in un cinema, dapprima scenario di uno scontro tra neutralisti e interventisti, poi catartico specchio della realtà in un sentito omaggio a Chaplin), ma si tratta appunto di singole scene, faticosamente amalgamate con il resto dell’opera, che salta con eccessiva e gratuita disinvoltura tra tempi e luoghi in perenne movimento.

Anche la recitazione dei protagonisti non è del tutto convincente: se Giovanna Mezzogiorno (che – altro elemento assai straniante – non invecchia mai) se la cava piuttosto bene, Filippo Timi, nel doppio ruolo di Benito e Benito Albino, non riesce proprio a togliersi quell’asciugamano dalla bocca, sprecando in tal modo la sua grossolana fisicità da macho fascista, perfetta per il ruolo. Gli altri personaggi sono per lo più decorativi e poco approfonditi.

Infine c’è da interrogarsi sul senso generale di un’opera simile, ammesso che ne abbia uno: la vicenda, piuttosto banale e già vista mille volte, avrebbe rivestito un maggiore interesse se fosse stata contestualizzata in modo più ficcante. Bellocchio, invece, dà per scontata la conoscenza della storia e delle malefatte del fascismo e lascia lo spettatore in balia di una storia d’amore come tante finita male come tante. Certo, il potere assoluto di Mussolini (personaggio che comunque, a metà film, sparisce completamente di scena) riveste un ruolo importante nello sviluppo della vicenda, ma sappiamo tutti bene quanto le donne, in quel periodo e anche dopo, fossero poco considerate dalla società, e quanto fosse facile farle passare per pazze quando cercavano di alzare la testa.
Di vera denuncia, qui, non c’è traccia.
Forse interpretare la storia della povera Ida alla luce della situazione politica italiana dell’epoca – renderla insomma esemplare delle ingiustizie cui il fascismo diede vita – sarebbe stato un esercizio banale, ma avrebbe sicuramente dato un senso maggiore a un’opera (a tratti) bella ma fredda, troppo ricercata e poco coinvolgente.

Alberto Gallo

david carradine

david carradine

Che dire di David Carradine, morto ieri in circostanze ancora misteriose in un albergo di lusso a Bangkok (si parla di impiccagione) mentre stava girando un film?
Come molti altri cinefili della mia generazione (o almeno: come molti altri cinefili non necrofili e non tarantinamente ossessionati da tutto ciò che è b-qualcosa della mia generazione) ho conosciuto l’attore californiano (classe ‘36) grazie alla parte che interpretò, ormai 5-6 anni orsono, nel quasi capolavoro in due parti di Quentin Tarantino Kill Bill. Il suo personaggio era proprio il Bill del titolo, e si può dire – piaccia o no – che si tratti di un ruolo entrato di diritto e di peso nella leggenda del cinema americano.
Per il resto la carriera di Carradine (figlio e fratello d’arte: suo padre John fu nel cast di Furore e Ombre rosse, suo fratello Keith recitò in Nashville e nei Duellanti. Una famiglia niente male, vero?) non fu precisamente brillantissima, ma nemmeno trascurabile: diventato famoso negli anni ‘70 grazie alla serie tv Kung fu, ebbe qualche momento di gloria partecipando a film di maestri come Martin Scorsese (America 1929 – Sterminateli senza pietà, ma anche un piccolo ruolo in Mean streets) e Ingmar Bergman (il minore L’uovo del serpente).
Il suo ruolo più memorabile (dopo Bill, s’intende) rimane quello del folk singer Woody Guthrie in Bound for glory.

Alberto Gallo

locandina the boat that rocked

Da almeno dieci anni Richard Curtis è l’eminenza grigia del cinema inglese: è lui, in qualità di regista o sceneggiatore, la mente dietro successi mondiali come Quattro matrimoni e un funerale, Il diario di Bridget Jones, Notting Hill, Love actually e i film di Mr. Bean. Pellicole che hanno raggranellato parecchi soldi ma che – se escludiamo il delizioso Quattro matrimoni e un funerale – valgono pochino.

The boat that rocked (titolo francese: Good morning England; titolo italiano, purtroppo: I love radio rock) si distingue nettamente da queste opere, scalando la top ten dei film migliori di Curtis e piazzandosi in prima posizione.

Inghilterra, 1966: il pop rock della british invasion è al suo apice o quasi. Gruppi come Who, Beatles, Kinks, Small faces e Rolling Stones sfornano dischi come se piovesse. Ma la Bbc, ancorata a un passato che non esiste più, trasmette appena pochi minuti di rock ogni giorno. E che problema c’è? Tanto ci sono le radio pirata! Una di queste è Radio rock, la cui base operativa si trova su una barca ancorata al largo del Mare del nord. Il successo dell’emittente clandestina è clamoroso, tanto che i suoi speaker – spiriti liberi molto fricchettoni le cui passioni, oltre alla musica, sono l’alcol e le donne – diventano delle vere celebrità.
Ma qualcuno, dalle parti di Westminster, di tutto ciò non è affatto contento…

Divertentissimo, colorato, supercitazionista, recitato alla grande (due nomi su tutti: Philip Seymour Hoffman e un Kenneth Branagh in versione “hitleriana”. Per non parlare del cameo di Emma Thompson) e pieno zeppo di belle canzoni, The boat that rocked è un irriverente inno alla musica, all’amicizia e alla vita. Peccato solo per il finale, eccesivamente happy ed enfatico.
Insieme a High fidelity e Almost famous il miglior film sulla passione per la musica rock.

Alberto Gallo

NOTA: il film pone un caso Beatles. Il fantasma del gruppo pop più famoso del suo tempo – e che proprio nel 1966 pubblicava l’epocale Revolver – aleggia sulle vite dei protagonisti senza mai prendere realmente forma: viene nominato, citato nella locandina del film (parodia di Abbey road), evocato attraverso fotografie e copertine di dischi, ma di note beatlesiane non se ne sente nemmeno una. Questo perchè, con ogni probabilità, i diritti delle loro canzoni erano eccessivamente costosi per il budget della produzione. Ed è un vero peccato, perchè senza le musiche dei quattro di Liverpool il viaggio attraverso il rock anni ‘60 proposto dal film risulta inevitabilmente incompleto. La stessa cosa era successa con le canzoni di David Bowie in Velvet Goldmine.

lezioni d’amore

locandina lezioni d'amore

Luogo comune vuole che da un bel libro non possa che nascere un brutto film e viceversa. E sebbene le eccezioni non manchino – si pensi per esempio ad Arancia meccanica, Il padrino o Apocalypse now/Cuore di tenebra – in fondo si tratta di un luogo comune abbastanza veritiero.
Che dire allora di questo film tratto dall’Animale morente, meraviglioso romanzo breve di Philip Roth? Bella sorpresa o delusione? Forse nè l’una nè l’altra cosa.

Sorvolando sul titolo (vergognoso in italiano, banale – Elegy – in inglese. Chissà poi perchè The dying animal non andava bene) e trascurando i raffronti con l’opera originale (sì ok, ci sarebbe molto da dire, ma si tratterebbe di un esercizio ozioso interessante solo per quanti abbiano letto il libro. Che tra parentesi mi permetto di consigliare), si può dire che il film sia un’opera interessante per quanto a tratti banale e decisamente troppo lunga: la vicenda, piuttosto semplice – un professore sessantenne instaura una relazione amorosa con una studentessa di origini cubane che si ammala di cancro -, è narrata con garbo e semplicità, sebbene non manchi una certa dose di luogo comune (la pianta che sfiorisce è una metafora della vecchiaia davvero troppo scontata); la scelta degli attori (Penelope Cruz e Ben Kingsley) è soddisfacente, così come la loro recitazione sotto le righe; le musiche (c’è molto Satie) minimali e bellissime. Ciò che rende Lezioni d’amore un film carino e non memorabile è, da un lato, la mancanza di “verve” (il discorso sessuale si ferma abbastanza in superficie e solo raramente morde come dovrebbe, tanto che spesso si sfiora il sentimentalismo), dall’altro il finale stiracchiato: se la pellicola terminasse con la scena delle foto il valore dell’opera risulterebbe decisamente più elevato.

In conclusione un piccolo pensiero. Philip Roth è forse il più grande scrittore americano vivente: è un vero peccato che nessuno dei suoi romanzi abbia avuto grande fortuna (artistica e commerciale) in versione cinematografica. Quand’è che qualche regista con la R maiuscola si deciderà a trasporre sul grande schermo Pastorale americana o Ho sposato un comunista? Aspettiamo fiduciosi.

Alberto Gallo

parigi (due film)

cinematheque francaise

A Parigi la situazione cinema è strana e spiazzante. La capitale francese è anche una delle capitali mondiali della settima arte, ma non sempre riesce a essere all’altezza delle aspettative. Ecco perchè.

Aspetto n.1, positivo: di sale ce n’è un sacco. Sparse ovunque, anche nei punti turisticamente più strategici (mi è capitato di vedere un film esattamente di fianco al Centre Pompidou). Di solito si tratta di multisala di media grandezza (3-4 sale).

Aspetto n.2, negativo: il prezzo. Senza alcuna riduzione si arrivano a sborsare, per un film di prima visione, anche 10 euro. Per gli studenti o i minori di 25 anni il prezzo scende, ma di poco: è difficile pagare meno di 6,50 euro. Il mercoledì è giorno di sconti per tutti.

Aspetto n.3, positivo: il doppiaggio. O forse dovrei dire il non-doppiaggio. Diversamente dall’Italia, in Francia i film vengono generalmente proiettati in lingua originale con sottotitoli in francese. La quale cosa è molto positiva, se si pensa ad esempio che, nei miei primi giorni di permanenza parigina, molte sale proiettavano il romanissimo Pranzo di ferragosto: non oso pensare lo scempio di un simile film doppiato in francese (motivo per cui, in Italia, mi sono rifiutato di andare a vedere Giù al nord; e motivo per cui avrei dovuto aspettare di vedere in dvd in lingua originale Miracolo a Sant’Anna, invece di sorbirmi al cinema l’assurda versione doppiata)!

Aspetto n.4, positivo e negativo insieme: la Cinémathèque française. Istituzione mitica per quanti, come il sottoscritto, sono cresciuti a pane e cinema francese, si tratta in realtà di una mezza delusione. Innanzitutto perchè il luogo dove si trova attualmente non è lo stesso che vide, nel 1968, le epocali proteste legate all’affaire Langlois: oggi si trova nella zona non centrale e non bellissima dietro la Gare de Lyon, 12e arrondissement. Poi perchè non è il posto brulicante di giovani cinefili che sarebbe lecito aspettarsi: la Cinémathèque, oggi, è piuttosto qualcosa di più simile a un normalissimo museo. Ciò che la rende un posto degno di essere visitato sono le bellissime retrospettive in lingua originale, dedicate ai grandi registi del presente e del passato, francesi e internazionali (in questi tempi ce n’è una dedicata a Tati e una a Cecil B. DeMille). Per i torinesi: qualcosa di simile all’attività del cinema Massimo, ma all’ennessima potenza. Anche il prezzo è accettabile: per vedere À nous la liberté di René Clair ho pagato “solo” 5 euro.

Per il resto, detto tra noi, Parigi, pur essendo un luogo sotto molti punti di vista eccezionale, assomiglia assai poco alla città che tutti abbiamo amato e ammirato in À bout de souffle, Ascenseur pour l’échafaud o Belle de jour (o che abbiamo odiato in Le locataire o in Le signe du lion): quella Parigi vive ormai soltanto nelle foto in bianco e nero vendute sulle rive della Senna. La città di oggi è una metropoli radicalmente diversa, ma forse altrettanto interessante.

In questo mio primo mese parigino ho avuto modo di assistere a due film in prima visione.

- Chéri, di Stephen Frears: solita storia d’amore già vista e letta mille volte tra una donna matura e un ragazzino. La ricostruzione dei primi anni del ‘900 (ambienti, costumi…) è il punto forte di un film che non riesce a mordere nè a coinvolgere come vorrebbe. A tratti, anche per la presenza di Michelle Pfeiffer, ricorda l’infinitamente migliore L’età dell’innocenza. Evitabile.

- La journée de la jupe, di Jean-Paul Lilienfeld: Isabelle Adjani è un’insegnante di un istituto di periferia che, esasperata dall’atteggiamento bullistico di alcuni alunni, sequestra la sua classe nella palestra della scuola, pistola alla mano. Sia “dentro” (tra insegnante e studenti e tra studente e studente) sia “fuori” (tra la polizia, i giornalisti e i politici intervenuti per affrontare il caso) prende vita una serie di psicodrammi ora seri e ora faceti che sfocia in un finale tragico. Poco originale e spesso prevedibile, il film vorrebbe affrontare in modo critico la situazione difficile delle banlieues parigine, l’incompetenza dei politici e l’invadenza dei media, ma la denuncia si ferma in tutti e tre i casi a un livello piuttosto superficiale: troppa carne al fuoco, la pellicola non riesce a seguire una direzione precisa e coerente. Ottima, comunque, l’interpretazione della Adjani.

Alberto Gallo

NOTA: si è detto che Parigi è una delle capitali del cinema mondiale. Ebbene, ecco la classifica delle città che maggiormente hanno legato il loro nome a capolavori della settima arte. 1 – New York. 2 – Venezia. 3 – Parigi. 4 – Roma. 5 – Berlino. 6 – Los Angeles. 7 – Londra. 8 – Tokyo. 9 – San Francisco. 10 – Madrid.

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