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an education

locandina an education

C’è sempre qualcosa di fiabesco e confortante in tutto ciò che scrive Nick Hornby (qui autore dell’adattamento dal romanzo di Lynn Barber). Se mai dovesse compilare una biografia di Hitler, probabilmente si concentrerebbe sulla passione del Führer per i film della Disney. Sì, è vero, c’era anche quella storia di Auschwitz, ma vuoi mettere con Biancaneve?

(Luca Castelli, Mucchio Selvaggio n. 667, febbraio 2010)

Sottoscrivo in pieno le parole del (ben più illustre) collega. Infatti se questo film l’avesse scritto, che so, Nabokov, ne sarebbe uscito qualcosa di decisamente più… ma un attimo, Nabokov l’ha scritto! Ok, non era un film bensì un romanzo (mi riferisco a Lolita), e la protagonista aveva un paio d’anni in meno di Jenny, adorabile eroina di An education, ma per il resto siamo lì. Trattandosi infatti, per farla breve, di sedicenne illibata sedotta da trentenne perverso.

Ma il fatto – e qui arriviamo al punto – è che di perverso, in questo film, non c’è proprio un bel niente. Ogni cosa procede nella più assoluta normalità, con sprazzi di romanticismo, esistenzialismo, ribellismo, anticonformismo e tanto buonismo – ricordatevi sempre che stiamo parlando di Hornby. E in fondo è proprio questo il punto di forza della pellicola di Lone Scherfig, opera capace di illustrare con eleganza e naïveté un argomento già indagato decine di volte nella sua variante scabrosa e viceversa inedito, o quasi, nell’accezione qui presentata.

Ciò detto, An education è un film di non molte pretese, ben confezionato e ben recitato (oltre alla bravissima protagonista Carey Mulligan, candidata all’Oscar, va citato il sempre geniale Alfred Molina) ma incapace, se escludiamo un paio di scene, di volare alto nei cieli del cinema che si ricorda. Una pellicola che va presa così, come suggerisce il titolo, saggiamente risparmiato dalla distribuzione italiana: la storia di un’educazione sentimentale, una tra tante, nè più nè meno.

Alberto Gallo

paranormal activity

locandina paranormal activity

Paranormal activity è una grande occasione mancata. Lo testimonia il fatto che, nonostante il film non mi abbia entusiasmato, sono rimasto due ore a letto con gli occhi sbarrati, terrorizzato da ogni suono che mi circondava nel cuore della notte. Colgo anche l’occasione per ringraziare i gonzi che passando davanti al citofono non hanno resistito alla tentazione di suonare al mio campanello: ci metterò anni a superare il trauma.

L’impressione che ho avuto è che il regista Oren Peli si sia trovato di fronte a un bivio, durante la lavorazione: da un lato sviluppare gli aspetti narrativi e di approfondimento psicologico dei personaggi, dall’altro insistere sull’elemento di tensione vera e propria. Il risultato è che la pellicola manca di quel coraggio a spingere di più su almeno una delle due possibilità, risultando riuscita, inevitabilmente, soltanto a metà. Un peccato perché il soggetto è vincente, e la capacità del suo potere di suggestione di resistere al mio scetticismo di spettatore insoddisfatto ne è la prova. Purtroppo le (grandi) opportunità che la scelta di una tecnica amatoriale e l’ambientazione claustrofobica offrivano non sono state sfruttate a causa di una sceneggiatura piuttosto povera di eventi e colpi di scena: i primi momenti di quasi-terrore arrivano soltanto dopo una mezz’ora relativamente tranquilla e piuttosto superflua, in cui ci vengono presentati i personaggi, la location e l’argomento della trama.

Le soluzioni a cui si poteva ricorrere per sfruttare a pieno il concept del film erano due: 1) creare un film ricco di colpi di scena che esplorasse a pieno tutti gli spazi della casa, trasformandola in un vero e proprio labirinto di insidie e tranelli, magari ponendolo in relazione con il turbolento passato della protagonista Katy – appena abbozzato e piuttosto pretestuoso nella versione definitiva; 2) circoscrivere tutta la narrazione nello spazio della camera da letto, il luogo dove avvengono la maggior parte delle “attività paranormali” (da cui il titolo del film), riducendo ulteriormente la lunghezza della pellicola e valendosi così anche dell’inesplicabilità degli eventi per aumentare la tensione; in tal modo si sarebbe creata una piccola vicenda di “puro terrore”, senza dover ricorrere ad ulteriori stratagemmi narrativi di cui, invece, la pellicola, così com’è, avrebbe davvero bisogno per risultare pienamente compiuta. Io francamente avrei optato per la seconda strada, che poi era quella che mi aspettavo di vedere, anche a costo di non trovare più il coraggio di tornare a casa.

Al termine della proiezione un amico sosteneva che sarebbe bastato un film di venti minuti a telecamera fissa per offrire molto di più di quello che offre questo Paranormal activity. Io l’ho sfidato a produrlo, convinto del fatto che ci sia bisogno di un grandissimo sceneggiatore per realizzare un plot così avvincente da superare tutti i limiti tecnici di una simile impresa. Chissà che non ci riesca: verrebbe fuori quel piccolo capolavoro che avrei voluto vedere in Paranormal activity, e che invece non è stato. Un vero peccato. Non mi resta altro che sperare di prendere subito sonno, stanotte.

Francesco Rigoni

avatar

locandina avatar

Primo: voglio ringraziare Alberto per avermi invitato a scrivere la recensione di questo film. Essendo un frequentatore assiduo del suo blog, sono lieto di poter partecipare attivamente alla sua realizzazione. Secondo: avevo intenzione di scrivere una recensione in cui rinfacciavo ad Alberto il fatto di essersi rifiutato di vedere questo film. Nonostante pensi ancora che abbia fatto male, devo dire che non si è perso niente, e questa recensione sarà parecchio negativa. Terzo: volevo esordire dicendo che James Cameron è un genio, che ha raccolto alla grande l’esperienza di Titanic realizzando un film sì destinato al grande pubblico, ma allo stesso tempo attento alle tematiche contemporanee con un taglio commerciale ma non banale. Invece non è così. Anzi, questo Avatar è un film stupido e ignorante, per le ragioni che argomenterò man mano.

Innanzitutto affronterei il lato estetico. Lascerei in fondo il discorso sulle tecnologie e mi concentrerei sul mondo di presunta fantasia che è stato messo in piedi per questo film. Dico “presunta” perché non c’è niente di originale. Un amico, al termine della proiezione, ha usato l’aggettivo “teratologico” per descriverlo. Il Sabatini Coletti definisce il vocabolo “teratologia” come lo “studio delle malformazioni degli organismi vegetali e animali”. In effetti, l’unico modo per i curatori del film di creare un’ambientazione fantastica è stato prendere quello che c’è già nella nostra realtà e ingrandirlo a dismisura. Le foreste sono identiche alle nostre foreste pluviali, solo molto ma molto più grandi. Gli animali sono identici ai nostri: hanno aggiunto, a seconda dei casi, un paio di zampe, di occhi, o di narici in più, e li hanno ingranditi a seconda delle necessità. Le trovate più spiccatamente “fantastiche” sono state prese così com’erano dai libri illustrati delle creature preistoriche e da alcuni videogames (scontato il parallelo con il famosissimo World of warcraft). Gli omini blu che abbiamo visto in tutte le locandine, sono identici agli elfi di tolkeniana memoria, con la differenza di essere blu, e un po’ più grossi. Il tutto condito con qualche luce al neon che scaturisce a caso dal terreno, dalle piante, e dai corpi degli stessi omini di cui sopra, simili agli allestimenti interni di certi locali notturni alla moda.

Per quanto riguarda la trama vera e propria, farei solo quattro osservazioni. D’altro canto, da un film esplicitamente mainstream non mi aspettavo un intreccio particolarmente originale, né pensavo ce ne fosse davvero bisogno. L’idea di fondo non sarebbe neanche così banale, anzi. Soltanto che ci sono degli aspetti che rendono l’impresa completamente vana. Il primo, senza ombra di dubbio, sono i dialoghi. Se la prima ora di film può risultare ancora piacevole, i dialoghi sin dall’inizio si caratterizzano per essere estremamente stereotipati. Tutti i personaggi non fanno altro che parlare per frasi fatte, lungo tutta la durata del film. Per quanto una persona possa provare a fare una cosa simile, non è assolutamente possibile in natura, e dato che il film si pone un obiettivo di tipo naturalistico e non didascalico, la cosa risulta fastidiosa sin da subito. Questo modo di esprimersi toglie moltissimo ai reali contenuti delle battute, che assomigliano l’una all’altra, e dopo un po’ nessuno fa più caso a quello che i personaggi esprimono. D’altro canto, e questa è la seconda cosa, i personaggi sono assolutamente piatti, anch’essi banali, delle macchiette senza personalità. Il protagonista, un discreto Sam Worthington, se la cavicchia, risulta il più credibile. Tutti gli altri, nonostante la buona prova attoriale del cast, risultano rozzi, squadrati, senza spessore, privi di contenuti. La terza cosa riguarda le giustificazioni della trama. Proprio perché il film non ha intenti didascalici, né presenta forme di ermetismo, le pedanterie che certi personaggi si ritrovano man mano ad esprimere per spiegare le cose risultano poco necessarie, e per niente realistiche. Se due persone lavorano assieme da diversi mesi, non c’è bisogno che l’uno spieghi all’altro qual è lo scopo finale della missione in corso al primo problema che si trovano ad affrontare. È un fatto condiviso, e la sua dichiarazione in termini espliciti è evidentemente rivolta allo spettatore, il quale percepisce l’inevitabile rottura della finzione narrativa. È esattamente quello che succede tra Giovanni Ribisi e Sigourney Weaver nelle prime battute del film, per spiegare la presenza degli umani sul pianeta Pandora. L’ultima osservazione riguarda la voce narrante. In questo caso vale lo stesso discorso dei dialoghi, con la differenza che il narratore esterno si poteva tranquillamente escludere senza che il film ci perdesse in profondità. Ci saremmo risparmiati un’ulteriore vagonata di banalità dette male.

Quello però che rende questo film insopportabile, e dal mio punto di vista persino pericoloso, sono i contenuti. Avatar non è solo banale e poco originale, ma addirittura stupido e ignorante. La tematica dell’alterità, che nelle prime battute risulta anche intrigante, viene via via dipanata secondo stereotipi e luoghi comuni che si penserebbe ormai superati con i tempi che corrono (e anche in virtù delle tonnellate di saggi che vengono stampati a riguardo). Questo film ha un’idea dell’”altro” che risale all’ottocento e al positivismo. A ben guardare, questo presunto “altro” nel film non esiste. Gli omini blu con cui si ha a che fare non sono altro che l’oggettivazione dei peggiori luoghi comuni che si hanno nei confronti delle culture storicamente percepite come primitive e selvagge. Non solo! La presunta alterità non è nemmeno restituita fedelmente: le musiche, le usanze, la lingua, le espressioni corporee, il trucco, gli stili di combattimento, la civiltà architettonica, sono tutte riproduzioni fedelissime di una serie di convinzioni sbagliate che l’uomo occidentale e colonialista ha avuto della sua controparte “selvaggia” a partire dal Seicento fino alla seconda metà del XX secolo, e che in realtà appartengono alla nostra cultura, e al modo in cui l’occidentale ha immaginato il diverso per secoli e secoli. Poi c’è stato il cosiddetto post-colonialismo, e le cose, se non altro nel modo di concepire le culture diverse dalla nostra, in teoria sarebbero dovute cambiare. Questo film invece, mi riporta nel più sconfortante pessimismo. Non è solo la successione degli eventi, lo scontro tra due civiltà che sfocia inevitabilmente nella guerra come se ci fosse una forma di necessità storica perché questo accada; la stessa risoluzione di questi eventi prende la forma di un’inevitabile intervento occidentale volto a salvare i poveri selvaggi prossimi alla sottomissione. E nemmeno è sufficiente l’intervento di un uomo bianco redento: ci vuole addirittura l’intervento della natura stessa, un colpo di scena ecologista e buonista, a sua volta banale e ridicolo (terribile la scena in cui il mostro carnivoro porge la schiena all’eroina selvaggia, invitandola a salirgli in groppa). Come se non bastasse, anche l’impresa umanitarista risulta impoverita dei propri contenuti: sembra che conoscere gli altri non significhi altro che forzare la realtà per scoprire eventuali punti in comune che giustificherebbero un eventuale rapporto di collaborazione e mutuo sostegno. Non c’è rispetto per le tradizioni, per le credenze, per le fedi, di fronte all’inevitabile verità dello scientismo (come il personaggio “illuminato” per eccellenza del film, quello di Sigourney Weaver, dichiara a un certo punto).

Insomma, non fosse che sono per la libertà di espressione io di questo film ne vieterei la proiezione. Vorrei che i miei figli imparassero che il diverso può essere qualcosa di misterioso e completamente differente, e che va rispettato e amato proprio in virtù della sua differenza e di quello che può offrirci in termini di conoscenza di noi stessi, del mondo che ci circonda, e di nuovi modi di vivere questo mondo. Invece questo film non sembra dire altro che è normale se l’uomo occidentale sbarca su una terra straniera a pretendere di prendere tutto ciò di cui ha bisogno, e che l’inevitabile conseguenza di un simile comportamento è la guerra; e che questa guerra, se non grazie a un aiuto esterno (occidentale o al limite “spirituale”), non sarà vinta da altri se non gli occidentali stessi, in virtù delle proprie conquiste scientifiche. Senza dubbio questa è stata la verità storica fino a oggi, ma da un film di fantasia e fantascienza ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più, che guardi al futuro e a diversi scenari possibili; Avatar, invece, è indietro di cent’anni, è un film terribilmente razzista, nel suo presunto progressismo e nel suo squallidissimo buonismo. Ah, dimenticavo: è farcito di terribili metafore su internet e sui giochi di ruolo. Dovrebbe essere il centro del discorso (come dice anche il titolo), ma è soltanto un pretesto terribile per infarcire il tutto con nozioni senza spessore: non ci fossero state, non sarebbe cambiato assolutamente nulla.

Sul resto c’è poco da dire. Le musiche? Banali. La regia? Banale. Il merito di Cameron è di aver lavorato affinché questo film fosse completamente privo di sbavature, e così è. Avatar è perfettamente intelligibile da chiunque: le inquadrature sono semplici, il montaggio (a parte un paio di flashback montati male, a inizio film) è impeccabile, senza dilungarsi o risultare mai troppo frenetico (e quando lo è, un paio di slow motion risolvono benissimo il problema). Le musiche, nella loro piattezza, sono le musiche che chiunque, negli ultimi dieci anni, si aspetterebbe da un film epico o di azione. Non voglio soffermarmi sulle musiche che dovrebbero rappresentare l’eventuale “etnicità” dei nostri carissimi omini blu: sono solo motivetti dance suonati con strumenti diversi dal solito. Poi, quando si tratta di pregare, si torna tutti ai cari vecchi canti gregoriani. Imbarazzante.

Degno di menzione è l’uso delle citazioni: infinito. Non c’è un film di fantasia o fantascienza che non venga esplicitamente citato in questo film. Faccio solo qualche titolo: Guerre stellari, Matrix, Il signore degli anelli, La macchina del tempo

Questo rende Avatar uno straordinario successo di botteghino: dice cose stupide, ma pur sempre ottimiste, in maniera semplice e scandita, scopiazzando qua e là da classici di ben altro spessore. In anni come questi, in cui la comprensione di realtà diverse dalle nostre e la capacità di maturare una maggiore consapevolezza sulle nostre responsabilità come società (e non come individui isolati) diventano obiettivi sempre più prioritari da raggiungere in termini problematici e non semplicistici, un film come Avatar non fa che sprofondarci ancora di più nell’autocompiacimento senza speranze nella quale la nostra cultura euro-centrica è andata a cacciarsi per troppo tempo nel passato, e continua ancora nei giorni nostri. Sono così convinto di quello che dico che mi aspetto di essere contraddetto, argomentando che il lieto fine di questo film, e la figura dell’eroe e dei personaggi comprimari “positivi” non possono che aprire spiragli positivi di speranza. Nel frattempo, in film come questo, i soldati possono ancora permettersi di comportarsi in maniera brutale e irrispettosa nei riguardi di qualsiasi vita umana che non siano in grado di comprendere; gli scienziati non credono ad altro che alla scienza, dividendo il mondo in osservatori e osservati; le popolazioni altre soccombono all’inevitabilità della storia, basata su predominio e violenza. Per non parlare del protagonista, il quale ci mette pochissimo a rifugiarsi presso gli omini blu, a integrarsi, a tradirli, a farsi perdonare e poi ancora a dominarli, pur di abbandonare la sedia a rotelle sulla quale è costretto.

So che a molti questo film è piaciuto, ma spero vivamente che nessuno l’abbia preso troppo sul serio. A me non è piaciuto per niente, ma non mi sono pentito di essere andato a vederlo: mi ha dato modo di ampliare le prospettive sul mondo in cui vivo. Non sono buone notizie. Un’occasione persa, anche solo per stare zitti. Ecco cos’è Avatar.

Ah, dimenticavo il fattore tecnologico: il 3D è strepitoso, ma dopo un’ora ti viene il mal di testa, e ti rendi conto che in 2D il film sarebbe stato stupido uguale.

Francesco Rigoni

l’uomo che verrà

locandina l'uomo che verrà

Nel 2005 (sono già passati così tanti anni?) Giorgio Diritti stupiva il Paese con Il vento fa il suo giro, film ambientato nelle valli occitane del Piemonte e recitato in dialetto. Un’opera cruda, intensa, spiazzante, sopravvalutata. Sei anni dopo dalla provincia di Cuneo ci spostiamo in quella di Bologna, tra le colline di Monte Sole, indietro di oltre mezzo secolo.

Ottobre del 1944, strage di Marzabotto.

Ho già provato almeno tre volte, stamattina, rubando qua e là qualche minuto al lavoro, a scrivere una recensione di questo film. Ma no, proprio non ci riesco. Non ci riesco perché la pur ottima recitazione, la fotografia quasi pittorica, l’uso del dialetto emiliano, l’accurata ricostruzione storica, le splendide musiche, l’approccio olmiano alla vita contadina e tutte queste cose qui, che insieme ne fanno una sola, ovvero il cinema, messe a confronto con le offese della Storia, la nostra Storia, che dalla morte di civili e partigiani è nata, semplicemente spariscono.

Quindi mi limiterò a consigliare fortemente la visione di questo film. Perché – perdonate la banalità – certe cose non vanno dimenticate. E se abbiamo la possibilità di non dimenticare guardando un’opera d’arte sì straziante, ma anche sobria, elegante, non retorica e ben documentata (sebbene alcuni episodi e personaggi siano di fantasia), allora non abbiamo più scuse.

L’uomo che verrà… un titolo declinato al futuro, metafora della vita che continua nonostante tutto. Se Miracolo a Sant’Anna (incredibile passo falso della carriera di Spike Lee) vi ha fatto passare la voglia di vedere film su stragi naziste potrebbe essere l’occasione buona per ricredersi.
Pensavo che dopo La prima cosa bella sarebbe passato un bel po’ di tempo prima che il cinema italiano riuscisse a sfornare un altro film memorabile. Mi sbagliavo.

Alberto Gallo

la prima cosa bella

locandina la prima cosa bella

Certo che dev’essere difficile. Dev’essere difficile inventarsi un film così senza scadere nella banalità, nel macchiettismo, nel sentimentalismo. Ma Paolo Virzì, ormai un vero Autore come ce n’è pochi in Italia, un cineasta sincero e popolare, c’è riuscito in pieno. Una storia semplice semplice, ma così toccante e profonda e divertente che quasi non ci si crede.

Più elegante e compiuto, anche se forse meno urgente di Tutta la vita davanti, film che un paio d’anni fa catapultò il regista toscano nel novero dei grandi nomi del nostro cinema, La prima cosa bella è la storia di una famiglia di Livorno dai primi anni Settanta ai giorni nostri. Una famiglia come tante, in cui ci si ama ci si odia ci si lascia ci si ritrova, si nasce si invecchia si muore. Una mamma frivola e ingenua, una ragazzina buona ma non molto intelligente, un figlio introverso, un padre all’antica. Poi la mamma si ammala, e la famiglia, in un certo senso, si riunisce; per un matrimonio-funerale di struggente delicatezza.

Una pellicola fatta tutto sommato con poco, ma in cui ogni elemento è perfetto o quasi: la recitazione (Sandrelli, Mastandrea, Pandolfi e soprattutto Ramazzotti meriterebbero un Oscar collettivo), le musiche (tante canzoni italiane dei vecchi tempi, anche L’ora dell’amore dei Camaleonti, straziante), la ricostruzione non scontata di un’epoca tutto sommato vicina alla nostra (Virzì fa parlare i muri, che scandiscono il tempo con scritte, manifesti elettorali, poster e pubblicità)… Ma stupisce, soprattutto, la misura con cui sono dosati gli elementi della narrazione: l’alternanza tra presente e flashback è equilibrata, non c’è mai troppa tristezza nè troppa leggerezza, le battute (i personaggi di Mastandrea sono comunque un po’ comici, sempre) sono inserite al punto giusto, così come le scene più strazianti.

So che tante persone, anche insospettabili, si sono commosse di fronte a questa pellicola. Un buon segno, credo: non è facile far piangere al cinema senza essere patetici. Che dire? Uno dei film italiani più belli degli ultimi anni, sicuramente il migliore della stagione fino a questo momento.
Grazie Virzì, continua a farci piangere.

Alberto Gallo

tra le nuvole

locandina tra le nuvole

Ryan Bingham (George Clooney) di mestiere licenzia la gente. Non che sia proprio uno stronzo, ma… è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo. E poi è un impiego che permette di viaggiare molto in aereo, cosa affatto secondaria per Ryan, il cui obiettivo principale nella vita è accumulare miglia di volo per entrare in un club super esclusivo. Ma le cose, per il cinico e solitario tagliatore di teste, sono destinate a cambiare: la sorella sta per sposarsi, un’affascinante donna in carriera irrompe nella sua vita – e nel suo letto – e una giovane collega un po’ impertinente lo spinge a riflettere su alcuni aspetti importanti dell’esistenza.

Ormai abbiamo capito qual è la filosofia del regista Jason Reitman, giunto al suo terzo film dopo Thank you for smoking e Juno: affrontare in modo semplice semplice argomenti spinosi, al fine di ricavare succo di commedia da frutti altrimenti amarissimi. Nell’esordio si trattava di lobby del tabacco e tumore ai polmoni; in Juno il tema affrontato era quello dell’aborto; qui invece si parla di crisi economica e perdita del lavoro. Il tutto, va da sè, condito con dolciamare sottotrame sentimentali.

Ora, come approcciarsi a un’operazione di questo genere? Farsi trasportare dai buoni sentimenti e dalla faccia simpatica di Clooney, dimenticando che i problemi affrontati (o forse sarebbe meglio dire abbozzati) nella pellicola sono in realtà quanto di più drammatico si possa immaginare al giorno d’oggi, oppure storcere il naso per il facile ottimismo molto americano con cui vengono liquidate tematiche di urgente attualità?

Non lo so. Per quanto mi riguarda potrei anche optare per la prima scelta, dal momento che tutto sommato non credo necessariamente nella funzione politico-educativa del cinema – e meno male: ci credessi vivrei quotidianamente cocenti delusioni. Ma i fatti sono due: a) un conto è affrontare con leggerezza e ironia argomenti scottanti (tanto per fare i primi esempi che mi vengono in mente: la guerra fredda secondo Kubrick nel Dottor Stranamore; i problemi filosofico-esistenziali in moltissimi film di Woody Allen, compreso l’ultimo), un altro è sminuire i drammi sociali con happy ending fasulli e un’alzata di spalle. Che è proprio l’errore in cui cade Tra le nuvole, pellicola assolutamente incapace di trasmettere in modo convincente il senso di angoscia e frustrazione che prova chi perde un lavoro; b) la qualità della sottotrama sentimentale e degli aspetti più volutamente leggeri del film non è così elevata da far passare in secondo piano i carenti aspetti “di denuncia”. Certo, Reitman è un regista che ha una sua personalità; certo Clooney e la bella Vera Farmiga (già vista in The departed) se la cavano bene; certo alcune scene sono divertenti. Ma è tutto piuttosto dimenticabile, già visto, poco graffiante.

Insomma, una buona commediola, nè più nè meno, che non rovinerà la vostra serata al cinema ma nemmeno la renderà memorabile. Bella la colonna sonora, con brani tra gli altri di Elliott Smith e Crosby, Stills & Nash.

Alberto Gallo

il quarto tipo

locandina il quarto tipo

So che forse non ci crederete, ma ho passato gli ultimi 45 minuti di questo sabato mattina a scrivere una lunga e ferocissima stroncatura di questo film orrendo.
Poi, senza che io toccassi nulla, mi si è spento il pc.
Così, di colpo. E non si è salvato niente, tranne questo mezzo incipit che riporto fedelmente, errori di battitura compresi:

“Oddìo che brutto film. Ma proprio brutto, una schifezza senza appello. Come spesso accade quanto un film è troppo brutto per essere liquidato in due righe”…

Forse davvero gli alieni non vogliono che si parli (male) di loro.
Fattostà che proprio non ce la faccio a riscrivere la recensione – così come non ce la faccio a riscrivere qualsiasi cosa; è un atto contro natura, quando una pagina è perduta è perduta per sempre.
Mi limiterò a sconsigliarvi caldamente di buttare via dei soldi per andare a vedere ’sta roba.
La mia stroncatura non era ancora giunta a termine, ma probabilmente si sarebbe conclusa con le seguenti parole:

“Se Rai2 triplicasse o quadruplicasse il suo budget probabilmente Giacobbo estrarrebbe dal cilindro una puntata di Voyager non troppo dissimile da questo film”.

Alberto Gallo

a single man

locandina a single man

California, 1962. Un professore di letteratura, depresso dopo la morte del compagno, decide di togliersi la vita. Il suo (forse) ultimo giorno trascorre malinconico tra ricordi dell’amore perduto e incontri – una vecchia amica sola e disperata, uno studente omosessuale, un gigolo spagnolo, i vicini di casa, insulsi e conformisti – che modificano la sua percezione del mondo circostante.

A single man, esordio alla regia del celebre stilista americano Tom Ford, è un esercizio di stile la cui qualità oscilla curiosamente tra il ridicolo e il sublime.
È ridicolo nel suo mostrare un mondo stereotipato e patinato che sembra uscito da uno spot di Dolce & Gabbana – tutti gli uomini sono belli, muscolosi e abbronzati; tutti gli ambienti sono arredati in modo inverosimilmente ricercato; tutti i vestiti, le pettinature, le automobili, gli accessori sono troppo perfetti per non risultare invadenti all’occhio di chi vorrebbe vedere un film e non la trasposizione cinematografica di una rivista di moda.
È sublime nell’uso vistoso e virtuoso della tecnica registica (scene rallentate, lunghi primi piani, un uso originale e sentimentale della luce e del colore), nella recitazione (un Colin Firth à la Mastroianni da Oscar, Julianne Moore in un ruolo piccolo ma memorabile), nella scelta delle musiche.

Ma se il discorso estetico, che pure può risultare indigesto nel suo manierismo, è comunque il punto di forza e di interesse della pellicola, lo stesso non si può dire dei contenuti, piuttosto superficiali e deludenti. Di cosa parla questo film? L’impressione è che molti spunti potenzialmente interessanti rimangano alla fine inesplorati. Mi riferisco alla guerra fredda, la cui cappa di tristezza e paura sulle esistenze dei personaggi è appena abbozzata; mi riferisco alla condizione “invisibile” degli omosessuali nell’America degli anni Sessanta, poco approfondita; mi riferisco al rapporto tra il protagonista del film e i personaggi secondari, spesso ridotti a macchiette; mi riferisco ai dialoghi e al monologo interiore del professore, zeppi di luoghi comuni e letterariamente poco convincenti.

A single man è un film personale e a tratti originale, addirittura inedito sotto certi punti di vista – un’opera prima riuscita a metà che potrebbe rappresentare l’esordio di una carriera interessante.

Alberto Gallo

(no) avatar

rivoluzione al cinema

Questa non è una recensione.

Al contrario, scrivo queste poche righe solo per avvertire i miei cari lettori che qui una recensione di Avatar non la troveranno mai, credo.

Questo perchè non andrò mai a vederlo.

Non so spiegarne razionalmente il motivo, ma questo film mi è risultato pesantemente antipatico sin dalla prima volta che l’ho sentito nominare. Sarà che quando se ne parla sembra di sentire lo spot di un’automobile… Rivoluzione tecnica, grafica sofisticatissima, è costato un miliardo di dollari, dieci anni di lavoro, sbancherà ai botteghini… Ma che cazzo, stiamo parlando di un film! E i film fino a prova contraria sono principalmente opere d’arte, non prodotti industriali. Certo, non sono così ingenuo da pensare che i produttori di Hollywood siano mecenati interessati esclusivamente al bello in quanto tale, ma ormai non si fa nemmeno più finta di voler creare un prodotto artistico destinato a durare nel tempo. La campagna pubblicitaria di Avatar ha puntato quasi esclusivamente sugli aspetti tecnici e tecnologici del film di James Cameron. E sapete a me cosa importa degli aspetti tecnici e tecnologici di un film? Assolutamente niente. E sapete perchè? Perchè la tecnologia, per definizione, è destinata a diventare presto roba vecchia. Tra qualche anno rivedremo (rivedrete) Avatar e penserete a quanto eravate sciocchi a esaltarvi per una grafica 3D così primitiva. E il risultato sarà che per il decennale o giù di lì della sua uscita verrà confezionata un’edizione deluxe in dvd con la grafica completamente rimaneggiata. Un po’ come accade oggi ai vari Star wars, E.T. e cretinate varie. Perchè il film, da solo, ovvero la sua vicenda, le emozioni che vi trasmetterà, non saranno sufficienti. Ci vorrà un aggiornamento tecnico, buono magari per altri dieci anni, ma non di più.

Ritengo inoltre molto ingenuo da parte di critica e pubblico (nonchè molto furbo da parte di Hollywood) pensare ad Avatar come al film che rivoluzionerà il cinema come lo conosciamo. Questo semplicemente perchè le rivoluzioni non sono mai annunciate. Tutti i film che realmente, nel bene o nel male, hanno rivoluzionato l’industria cinematografica l’hanno fatto, come dire, per caso. Penso appunto a Star wars, e alla splendida ingenuità con cui venne gestito quello che poi si sarebbe rivelato essere l’affare più grande legato a quel film, ovvero il merchandising. Penso a Quarto potere, quella davvero una pellicola che rivoluzionò la tecnica cinematografica, senza strombazzarlo tanto in giro ma impiegando sul set una quantità impressionante di idee innovative. Penso a Sergio Leone, che esportò il cinema italiano all’estero come mai nessuno prima di lui, e non lo fece con i computer e la pubblicità bensì con tante belle trovate e un sano passaparola. Solo per fare qualche esempio.

Infine – ma questo è un discorso ancora più soggettivo e opinabile – vorrei fare una considerazione estetica: ma quanto sono brutti quegli ominidi blu che si vedono nel trailer di Avatar? Voglio dire, dieci anni di lavoro, milioni di dollari buttati nel cesso e non sono riusciti a inventarsi qualcosa di meglio? Signori, qui siamo proprio nell’ambito del cattivo gusto, della scarsa inventiva! Leggevo fumetti da piccolo che avevano come protagonisti personaggi molto più belli e affascinanti di quelle cose blu. Mah…

Forse – anzi, sicuramente – la mia idea di cinema è superata. Eppure, nonostante questa consapevolezza, tutto ciò – Avatar e il giro d’affari che gli gira intorno – continua a sembrarmi un’enorme bufala. E il pubblico continua a sembrarmi eccessivamente abbindolabile. Datemi qualche milione di dollari da investire in gadget e pubblicità e trasformerò qualsiasi schifezza nell’evento cinematografico dell’anno, nella più grande rivoluzione che la settima arte abbia visto nella sua storia ormai centenaria. Quantomeno da Avatar in poi.

Alberto Gallo

Ps: prevengo i teorici del “non sopporto la gente che giudica i film prima di averli visti”. Se leggete con attenzione quanto ho appena scritto noterete che non ho espresso alcun giudizio sul film in sè. E comunque ho già preso accordi con un amico che scriverà la recensione al posto mio. Un amico senza pregiudizi!

eric rohmer

la marchesa von...

Non sono mai andato pazzo per Eric Rohmer, morto oggi all’età di 89 anni.

Anzi, se devo dirla tutta è un regista che mi ha spesso infastidito nella sua ricerca quasi ossessiva dell’invisibilità, di uno stile così asciutto da risultare quasi freddo, distaccato, antipatico. Per non dire, talvolta, banale.

Forse gli unici due film di Rohmer che mi hanno lasciato qualcosa, che mi hanno in qualche modo emozionato, sono il suo esordio, Il segno del leone (1959), storia di barboni o giù di lì in una Parigi sporca e ostile, ben lontana da quella dipinta dai suoi colleghi della nouvelle vague, e La marchesa Von… (1976), troppo perfetto nel suo etereo (neo)classicismo per non essere amato.

Per il resto il nome di Rohmer mi riporta alla memoria, in ordine sparso:
una dormita colossale al cinema Massimo di Torino quando andai, con la mia ragazza di allora, a vedere Triple agent (una lamata che nemmeno Fantozzi con La corazzata Potëmkin);
un’altra serata trascorsa, sempre con quella stessa ragazza (eravamo grandi cinefili, insieme avremo visto almeno 200 film), a deridere Racconto d’autunno (ancora adesso è un film di cui non riesco a capacitarmi. Sbaglierò ma mi sembra veramente una pellicola troppo banale per essere vera);
un Natale (parlo di 3 o 4 anni fa) in cui mi venne regalato il cofanetto dei suoi Six contes moraux: una delle delusioni cinematografiche maggiori della mia vita. Li ho visti tutti solo ed esclusivamente per senso del dovere.

Ad ogni modo si tratta, almeno nei primi due casi, di ricordi più che piacevoli, e almeno di questo sono grato al Maestro.

Mi spiace parlare in questi termini di un regista (morto da poche ore) da molti considerato un genio, e di cui comunque non nego l’importanza, anche come critico cinematografico (ha scritto con Chabrol un fondamentale saggio su Hitchcock, fu tra le firme più prestigiose dei Cahiers du cinéma). Ma credo che il cinema sia un’arte capace come nessun’altra di entrare nella vita quotidiana delle persone e di determinarla in modi che spesso esulano dal cinema stesso. E per me Rohmer è stato, anche, tutto ciò che ho appena scritto.

Alberto Gallo

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