
Reduce dalla (ri)visione del divertentissimo The boat that rocked, distribuito in Italia con il titolo I love radio rock, ho cominciato a interrogarmi sul senso delle traduzioni dei titoli dei film stranieri. Traduzioni spesso molto libere e ancora più spesso immotivate, enigmatiche o persino ingannevoli. E sono giunto alle seguenti concusioni:
1) A volte, ahimè, tradurre il titolo in italiano è indispensabile o quasi. Sfido chiunque di voi, cari lettori, ad andare al cinema a gustarvi Ba wang bie ji o Wo hu cang long o ancora Da hong deng long gao gao gua. Eppure si tratta di film che sicuramente avete visto o di cui avete sentito parlare, campioni d’incassi tradotti in italiano con i titoli Addio mia concubina, La tigre e il dragone e Lanterne rosse. Vogliamo andare più indietro nel tempo e rimanere in Europa? Allora vi sfido a rintracciare, nelle vostre videoteche, Det sjunde inseglet, Viskningar och rop o Jungfrukällan. Come? Non li conoscete? Allora non siete dei veri cinefili se non avete visto Il settimo sigillo, Sussurri e grida e La fontana della vergine, meravigliosi capolavori bergmaniani.
Però, avrete capito, si tratta di casi estremi, di lingue per molti di noi assolutamente incomprensibili se non addirittura ostili. Mantendendo il significato originale del titolo, insomma, credo che sia legittimo tradurre in italiano titoli di film asiatici o svedesi (anche se spesso, come nel caso di In the mood for love o Breaking news, si opta per il titolo internazionale in inglese).
2) Ecco, appunto, l’inglese. La seconda lingua più diffusa tra la maggior parte dei non anglofoni di tutto il mondo. Sarebbe ora che i distributori italiani cominciassero a dare un po’ di fiducia alla gente e, almeno per quanto riguarda i titoli di film inglesi e americani, lasciassero quelli originali. Forse sarebbe anche un buon modo, per molti italiani ignorantelli con le lingue, di avvicinarsi alla lingua inglese. Voglio dire: se non altro oggi tutti sanno che “tassista” in America si dice “taxi driver” e che, tanto per rimanere in automobile, “autostoppista” si dice “hitcher”. Quale salto di qualità linguistico si registrerebbe nella Penisola se tutti sapessero che colui che va a caccia di cervi in America è un “deer hunter” e che i giovanotti che fanno i matti senza un motivo preciso sono “rebels without a cause” (ma su quest’ultimo titolo ci torneremo)! Quando poi l’ultimo film dell’italianissimo Bertolucci è stato distribuito come The dreamers. Misteri.
Insomma, per favore, lasciate in inglese i titoli in inglese. Promettiamo che al cinema ci andremo lo stesso. Come abbiamo fatto in passato con Easy rider, Match point, Full metal jacket e He got game.
3) L’abitudine di tradurre nella nostra lingua i titoli stranieri, lo ammetto, ha avuto talvolta esiti positivi. È il caso di quei titoli di film che, italianizzati, hanno dal nulla inventato o portato al successo espressioni o modi di dire divenuti parte integrante del linguaggio quotidiano. Tre titoli su tutti: il già citato Rebel without a cause, tradotto in italiano come Gioventù bruciata; Sunset boulevard, ovvero Viale del tramonto (un conto è essere “sul viale del tramonto”, un altro vivere su Sunset boulevard, una strada di Los Angeles dal nome sì evocativo ma non così “definitivo”); e Citizen Kane, vale a dire Quarto potere.
4) Vi chiederete allora perchè ce l’ho tanto con i titoli tradotti, se in più di un caso ho ammesso la loro “necessità”. Ebbene, se posso ancora tollerare la traduzione letterale dei titoli o quei rari casi appena elencati in cui le traduzioni in italiano sono particolarmente azzeccate, lo stesso non posso dire dei titoli tradotti a caso o in malafede, solo per venire incontro a esigenze commerciali non supportate dal contenuto della pellicola. Due esempi su tutti: Domicile conjugale di Francois Truffaut (1970), tradotto in italiano come (mi fa quasi male dirlo) Non drammatizziamo… è solo questione di corna, dove è evidente il richiamo alle commedie italiane di serie B di quel periodo; e Eternal sunshine of a spotless mind di Michel Gondry (un fotogramma del quale trovate all’apice di questa pagina), da noi meglio noto come Se mi lasci ti cancello, manco fosse una commedia romantica con Julia Roberts e Richard Gere.
Ogni commento è superfluo.
Di seguito un elenco di mostruosità. Chi dovesse avere suggerimenti me li indichi, li aggiungerò.
- Touch of evil (Orson Welles, 1958), da noi L’infernale Quinlan
- North by northwest (Alfred Hitchcock, 1959), da noi Intrigo internazionale
- Dirty Harry (Don Siegel, 1971), da noi Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo
- Night of the hunter (Charles Laughton, 1955), da noi La morte corre sul fiume
- Stagecoach (John Ford, 1939), da noi Ombre rosse
- Bringing up baby (Howard Hawks, 1938), da noi Susanna!
- I’m not there (Todd Haynes, 2007), da noi Io non sono qui (capito? Dire “io non sono qui” è ben diverso da dire “io non sono lì”!)
- Les enfants du paradis (Marcel Carnè, 1945), da noi Amanti perduti
- The french connection (William Friedkin, 1971), da noi Il braccio violento della legge
- Eastern promises (David Cronenberg, 2007), da noi La promessa dell’assassino
- Die Hard (John McTiernan, 1988), da noi Trappola di cristallo
Alberto Gallo