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il nastro bianco

locandina il nastro bianco

La vita, in quel piccolo villaggio tedesco, sembra scorrere perfetta nella sua semplicità, nel suo rigore, nel suo ordine calvinista fatto di lavoro, studio e preghiera. Il maestro insegna, i contadini faticano, il sacerdote impartisce lezioni di morale e il signorotto locale amministra tutto come in un’azienda. Ma qualcosa, in questo meccanismo a orologeria, si inceppa: uno scherzo crudele ai danni di un medico, un incendio, due bambini seviziati… Le ipocrisie crollano, la crudeltà – fisica e verbale – si fa più esplicita, la distanza tra le persone ancora più abissale.

E’ un film duro, questo di Michael Haneke. Spietato nel suo descrivere un microcosmo di solitudini e cattiverie ricoperto da un’immonda quanto fragile patina di rispetto e buone maniere. Rigoroso nel suo narrare asciutto, elegante, distaccato, senza alcuna concessione alla bellezza fine a se stessa, al piacere. Gli unici colori sono il bianco e il nero; le sole, sporadiche musiche quelle diegetiche – perlopiù canti religiosi. Forse il regista austriaco ha voluto girare il film che avrebbero girato i personaggi del film stesso, se avessero avuto tempo da perdere con l’arte cinematografica. O forse ha soltanto portato avanti, ed estremizzato, la sua poetica fatta di storie senza speranza, di abissi di tristezza senza un perchè, di misteri espliciti eppure privi di una convincente e definitiva spiegazione finale.
Facile leggere in quest’opera, ambientata alla vigilia della prima guerra mondiale, una possibile spiegazione alle (ulteriori) tragedie che la Germania avrebbe vissuto da lì a pochi anni. Facile scorgere in questi tetri bambini le facce di futuri aguzzini. Facile interpretare i misteriosi avvenimenti che sconvolgono il villaggio come prove del disfacimento sociale e morale che avrebbe portato a quell’altra, di guerra mondiale. Ma c’è di più. Perchè, sembra suggerirci Haneke, la tristezza e la solitudine dell’uomo – di questo parla il film: tristezza e solitudine – vanno oltre i periodi storici, oltre le guerre, oltre il nazismo. Sono dappertutto, da sempre e per sempre: nelle istituzioni scolastiche e religiose, nelle differenze di classe, nell’ipocrisia dell’etichetta e del buonismo interessato, nella violenza, nel sessismo, nella distanza incolmabile tra individuo e individuo.

Il nastro bianco, Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, è una pellicola affascinante e inquietante. Estrema, prolissa, meravigliosa.

Alberto Gallo

locandina battaglia dei 3 regni

John Woo torna a casa nella grande madre Cina e lo fa nel più convenzionale dei modi, con un kolossal multimilionario pieno zeppo di comparse, scene epiche ed effetti speciali ambientato nell’impero celeste del III secolo d.C.

Ma convenzionale, si badi, non è sinonimo di scarso o banale. E’ vero, La battaglia dei tre regni non è una pellicola innovativa nè particolarmente progressista (cinematograficamente parlando), ma si tratta di un filmone estremamente ben fatto, inventivo e coinvolgente quanto basta, i cui luoghi comuni del genere sono ampiamente ricompensati da alcune scene originali e sorprendenti – su tutte quella del furto delle frecce.

Poi si può discutere sull’utilità di alcune trovate (lunghissime e ripetute sequenze che si limitano ad illustrare la potenza dell’esercito cinese di terra e di mare – un messaggio cifrato allo spettatore occidentale?) e sul buon gusto di altre (il volo del piccione viaggiatore), ma il risultato non cambia, e Woo, si può dire, porta a casa il risultato, con un’opera decisamente più sobria ed elegante di quelle cui ci ha abituato il cinema cinese dell’ultimo decennio – da La tigre e il dragone in poi (vedi alla voce wuxiapian).

Nel cast anche l’ottimo Tony Leung, il De Niro cinese, già protagonista di In the mood for love, 2046 e Lussuria.

Alberto Gallo

parnassus

locandina parnassus

Ecco le parole che ogni appassionato dei Monty Python e di Terry Gilliam non vorrebbe mai leggere in una recensione che li riguarda: mezza delusione. Esatto. Duole dirlo, ma almeno ci siamo tolti il dente.

Adesso, però, andiamo con ordine.

Parnassus è un film che si potrebbe definire fantasy (ovviamente nell’accezione ampia cui sin dai tempi di Brazil ci ha abituati il regista americano), che mescola in un calderone non sempre perfettamente a fuoco elementi di azione, di dramma amoroso, di tragedia faustiana, di umorismo e di psichedelia. La vicenda, piuttosto confusa, vede come protagonisti un misterioso ragazzo senza memoria trovato impiccato (ma ancora vivo) sotto un ponte di Londra, un santone millenario ridotto in miseria e la sua bellissima figlia adolescente. La serenità di questa combriccola, che porta in giro per il mondo un freak show nel quale, attraverso uno specchio magico, i desideri della gente diventano realtà, è turbata nientemeno che dal diavolo in persona (che ha le fattezze di Tom Waits, nel suo ruolo cinematografico più importante dai tempi di America oggi).

Sarà che le aspettative erano alte (anche se in realtà di questo film, nell’ultimo anno, si è parlato soprattutto per la scomparsa del protagonista Heath Ledger), ma Parnassus non è il capolavoro che in molti ci saremmo aspettati. Anzi, non si avvicina nemmeno lontanamente alle opere migliori di Gilliam – che rimangono il già citato Brazil e L’esercito delle 12 scimmie.
Questo per due motivi, apparentemente contraddittori. Innanzitutto perchè c’è troppa carne al fuoco: in 122 minuti si vede praticamente di tutto, l’azione salta nel tempo e nello spazio senza una direzione precisa, i personaggi vanno e vengono, la vicenda si dipana in una miriade di sottovicende che spesso vengono lasciate in sospeso senza che però si crei una suspence efficace. C’è uno strano odore di caos, di sterile anarchia narrativa e registica in questo film, che rende il tutto poco coinvolgente. C’è poi il discorso estetico: nonostante l’enorme mole di idee presenti in Parnassus l’impressione è che molti elementi siano stati messi lì un po’ a casaccio, senza cura, senza quell’amore per l’aspetto più materiale e artigianale del cinema cui Gilliam ci aveva abituati sin dai tempi del Flying circus. Qui, al contrario, i paesaggi fantastici, i mondi onirici – che dovrebbero essere il punto forte del film – sono freddi e digitali, esteticamente poveri, poco curati. Sebbene le idee certo non manchino, e a volte siano persino geniali (specialmente quelle più beffarde e pythoniane). Ciò che manca, a questa pellicola, è la maniacale e amorosa cura per il dettaglio, elemento che in passato ha fatto la (s)fortuna artistica di Gilliam. Chi ha visto il documentario Lost in La Mancha sa bene a cosa mi riferisco.

Per quanto riguarda la morte di Ledger e il fatto che sia stato sostituito da tre star del calibro di Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law, devo dire che per una volta si è parlato tanto, a livello mediatico, di una cosa interessante e non trascurabile: le tre “controfigure” sono state inserite in modo originale e coerente, non soltanto per il loro nome. Come ha detto lo stesso Gilliam, paradossalmente (e tristemente) la morte del protagonista ha arricchito la pellicola.
Che comunque, per tornare da dove avevamo cominciato, rimane una mezza delusione.
Si parla di un probabile ritorno del regista sullo sventuratissimo set di The man who killed Don Quixote. Non potrà deluderci due volte di seguito.

Alberto Gallo

up

locandina up

Non ci sono parole sufficienti nel vocabolario italiano per descrivere la poesia, la fantasia, la visionarietà, l’originalità di questo film. Raramente, al cinema, capita di ridere e piangere come si può ridere e piangere di fronte alle avventure di Carl, un vecchietto rimasto vedovo che decide di decollare con la sua abitazione per i cieli del Sudamerica – accompagnato da un boy scout imbranato e da un cane parlante un po’ tontolone. Tutto è perfetto in Up, ennesimo capolavoro della Disney-Pixar, almeno quanto lo era in Wall-e e in pochi altri cartoni animati digitali dell’ultima generazione.

Dovessi elencare le scene migliori di questo film, le più spassose o le più commoventi, starei qui fino a domani, e finirei per raccontare tutta la pellicola. Pertanto mi limiterò a citare la migliore in assoluto, ovvero i cinque minuti (veramente da antologia) in cui, senza bisogno di parole, viene descritta la vita coniugale di Carl e di sua moglie. Una vita semplice, come tante, fatta di aspettative e delusioni, momenti di gioia e altri più difficili. Una vita ordinaria che, come tutte, a un certo punto deve arrendersi all’inevitabilità della morte – discorso splendidamente e sorprendentemente privo di retorica sulla vecchiaia e sul passare del tempo. Pura, semplice poesia.

Alberto Gallo

inglourious basterds

locandina inglorious basterds

Avvertenza: la sceneggiatura di questo film è un frullato poliglotta che comprende dialoghi in francese, inglese, tedesco e persino un po’ in italiano. Pertanto si consiglia fortemente la visione della pellicola in lingua originale. Io ho visto la versione doppiata e ho fatto male.

Un film di propaganda nazista, una ragazza sopravvisuta a un massacro antisemita, un manipolo di ebrei americani spediti in Europa per ammazzare i tedeschi, una celebrità del grande schermo hitleriano divenuta spia per conto degli inglesi: sono questi gli ingredienti di Inglourious basterds, pellicola appassionante, irriverente e divertententissima che, dopo il deludente Death proof, riporta Quentin Tarantino nell’Olimpo dei grandi geni hollywoodiani.

Non so nemmeno da dove cominciare, in questo film è tutto così maledettamente perfetto e memorabile che le parole quasi sembrano fuggire dalla tastiera in preda all’entusiasmo: già soltanto la sorpresa di sedersi in sala e vedere, come prime immagini, un remake ambientato nella Francia occupata dai nazisti dell’incipit di C’era una volta il west (stavolta il cattivo non è un fuorilegge con fucile e cappellaccio da cowboy, bensì un cacciatore di ebrei) vale il prezzo del biglietto. Sin da questi primi, magnifici minuti si intuiscono quali saranno le caratteristiche del film: dialoghi lunghi e carichi di tensione (quanta differenza rispetto ai pur memorabili botta e risposta delle Iene e Pulp fiction!), una regia attenta ai dettagli, una costruzione del colpo di scena precisa come un orologio svizzero, uno score enfatico (e, ça va sans dire, morriconiano) eppure mai invadente e fine a se stesso.

Ma le sorprese non si esauriscono qui, in questi primi minuti così eleganti e così classici – per quanto possa essere elegante e classico un minuto filmato da Tarantino: a partire dal secondo capitolo (il film è suddiviso in sezioni alla maniera di Kill Bill) il regista si ricorda di essere un pazzo, un pazzo che ce ne fossero, e allora inizia la violenza più estrema (scalpi, tanto per rimanere in tema western, ma anche croci uncinate incise sulla pelle viva, e torture di ogni genere). E allora inizia il postmodernismo (scritte in sovraimpressione tipo fumetto, musiche rock che nulla c’entrano con il periodo in cui è ambientata la pellicola, apparizioni dissacranti di personaggi storici). E allora inizia la comicità demenziale (Brad Pitt e soci costretti a impegnarsi in una sorta di imitazione ante litteram del Padrino).

Impossibile elencare, anche schematicamente, tutti i punti di forza di questo film (ma non posso non citare almeno le due bravissime e biondissime attrici protagoniste, Diane Kruger e soprattutto Mélanie Laurent), tutte le scene appassionanti, i dialoghi memorabili. Ma fidatevi: andate a vederlo. Perchè Inglourious basterds non è solo un’opera estremamente piacevole da vedere, una pellicola originale che prende allegramente per il culo la storia e tutto il dramma che vi gira intorno, ma è anche e soprattutto una dichiarazione d’amore per il cinema: e stavolta non si tratta soltanto del cinema di serie z alla maniera di Death proof e persino di Jackie Brown. La settima arte entra nella trama e la determina con la sua forza di essere, tavolta, più forte e più reale della realtà, con il suo aspetto più materiale e materico, con la sua potenza evocativa (ben nota già a Goebbels, chiedere a Leni Riefenstahl e Georg Wilhelm Pabst) e il suo anelito di libertà. Da qualche parte, a Parigi, non lontano dal cinema in cui Hitler e compagni trovano la morte, squartati dai mitra di un plotone di ebrei americani, Gérard Depardieu e Catherine Deneuve stanno cercando di prendere l’ultimo metrò.

Alberto Gallo

district 9

locandina district 9

Vent’anni fa un’enorme nave spaziale contenente centinaia di alieni simili a gamberi antropomorfi si fermò, sospesa a mezz’aria, sui cieli di Johannesburg. Ora il governo sudafricano, fiancheggiato dalla multinazionale Mnu, ha deciso di sfrattare in massa i mostriciattoli – nel frattempo moltiplicatisi e stabilitisi in un orrido slum chiamato District 9 – verso un’altra area, con lo scopo di allontanarli dal centro cittadino, abitato dagli umani, e soprattutto di impossessarsi delle loro potentissime armi. Ma qualcosa va storto, e un agente dell’Mnu, contaminato dal dna alieno, cerca in tutti i modi di aiutare un gamberone e suo figlio a tornare sul loro pianeta.

Girato con una tecnica mista che unisce classica fiction da action movie a un approccio fintodocumentaristico alla Cloverfield, District 9, ispirato ai fatti del famigerato District 6, è un vero capolavoro di inventiva, originalità e denuncia sociale.

La carne al fuoco è molta, moltissima.

La tecnica, innanzitutto. Sorprendente, avanzatissima, mai fine a se stessa. Gli effetti speciali (alieni, armi fantascientifiche, navicelle spaziali, mutazioni genetiche, ma anche classici spari & esplosioni) si fondono alla perfezione con gli elementi dell’esistenza quotidiana, dando vita a un riuscitissimo ibrido che rimanda ora ai videogame più estremi, ora ai classici film di fantascienza, ora a banali servizi da tg – evitando però le trappole della parodia dei generi (pur non mancando forti dosi di ironia) e dello sterile citazionismo, che da almeno dieci anni, sia al cinema che in tv, fa tanto chic e postmoderno.

Ma il film è notevole anche dal punto di vista della scrittura: i dialoghi sono tutt’altro che banali e la trama è originale e ricca di colpi di scena, sebbene non del tutto libera dai luoghi comuni del genere – il manager spietato della multinazionale, il soldato fascista che non vede l’ora di ammazzare qualcuno, il protagonista che prima è un fesso un po’ stronzo e poi si ravvede. A questo proposito: ottima l’interpretazione di Sharlto Copley (che vedremo – anzi, vedrete – il prossimo anno nel film sull’A-Team), credibile tanto nel ruolo del lecchino in carriera quanto in quello dell’action hero.

Infine il discorso sulla denuncia sociale. Il mondo di District 9 non è il nostro ma ci assomiglia terribilmente: i mezzi di comunicazione sono completamente asserviti al potere, incapaci di distinguere menzogna e verità. I diversi, i poveri, sono costretti a subire passivamente i giochi di potere di politici e multinazionali, sfogando la propria frustazione nell’illegalità. La cittadinanza vive all’oscuro di tutto, bevendosi ogni cosa purchè sia detta in tv. Il (paradossale: stiamo parlando di una pellicola di fantascienza!) realismo del film è reso ancora più agghiacciante dal fatto che la vicenda, oltretutto ispirata come si è detto a eventi realmente accaduti, si svolga in Sudafrica, patria dell’apartheid.

Quando si dice un film originale. Se l’ha visto, sicuramente l’ha amato anche Cronenberg.

Alberto Gallo

motel woodstock

locandina motel woodstock

Ang Lee, il regista più sopravvalutato di tutta l’Asia, reduce da Oscar e Leoni d’Oro come se piovesse, torna a tentare la fortuna in America, dove quattro anni fa aveva sbancato i botteghini con il (di nuovo) sopravvalutato Brokeback Mountain.

Che al confronto di Motel Woodstock fa però la figura del capolavoro senza tempo.

E ve lo dice uno che quando si parla di rockmovies si lecca i baffi che la metà basta: I’m not there, The boat that rocked, Almost Famous, Control, High Fidelity… quando al cinema, in un modo nell’altro, si parla di musica io divento improvvisamente di bocca buona, mi diverto, ascolto grandi pezzi rock e tanto mi basta.

Ma stavolta proprio non ci siamo. Motel Woodstock è la storia – poco originale – di come, 40 anni fa, tra colpi di fortuna e funeste avversità, venne organizzato il mitico festival rock che vide tra i suoi protagonisti Santana, Jimi Hendrix, Sly Stone e gli Who.

Principalmente i difetti di questo film sono due: è banale ed è noioso. Voglio dire, sul festival di Woodstock si poteva dire tutto e il contrario di tutto, si poteva far piangere o ridere, si poteva emozionare con la musica, si poteva dipingere un affresco storico di un’epoca tanto particolare… Invece niente di tutto ciò: la vicenda si concentra su 3-4 personaggi tristi e poco significativi, di musica se ne sente poca, di risate – in sala – ancora meno e più che ad un affresco storico sembra di assistere alla caricatura degli hippie fatta dalla versione scarsa di Carlo Verdone. Significativa, in questo senso, la scena del viaggio psichedelico: potenzialmente il sogno proibito di ogni regista di talento, che in essa vedrebbe il modo ideale per dare sfogo alla propria fantasia visionaria, magari usandola come scusa per sperimentare effetti visivi di ogni genere e specie, nelle mani di un Ang Lee mai così a corto di ispirazione diventa quanto di più banale e noioso si possa immaginare – le pareti del Volkswagen ondulano un pochino, qualche inquadratura si fa obliqua… niente di più. Nemmeno le splendide note dei Love (che a Woodstock non c’erano…) riescono a sortire alcun effetto nel totale piattume della scena in questione.

Unico merito del regista: aver saputo resistere alla tentazione dell’enfasi. Sarebbe stato molto facile, infatti, e molto banale, riempire i vuoti d’interesse di questa pellicola con triti escamotage come pezzi rock dell’epoca sparati a tutto volume o apparizioni di sosia di Joan Baez o Janis Joplin. Almeno questa ce l’ha risparmiata.

Peccato. Da una storia (vera) così interessante e potenzialmente ricca di spunti poteva scaturire qualcosa di ben più memorabile. Un film svogliato.

Alberto Gallo

locandina racconti dell'età dell'oro

Viene dalla Romania questo film a episodi. L’età dell’oro è ovviamente l’epoca di Nicolae Ceauşescu, che di quel Paese fu dittatore dal 1967 al 1989, anno in cui venne condannato a morte.

Diretta da cinque registi rumeni (tra cui Cristian Mungiu, già Palma d’Oro a Cannes con lo splendido 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni), non si tratta di una pellicola particolarmente riuscita: vorrebbe essere una commedia (da più parti si sono scomodati paragoni con la grande commedia all’italiana degli anni Sessanta) ma si ride poco, e come affresco storico risulta piuttosto superficiale. L’impressione è che registi e sceneggiatori abbiano voluto sfornare un film leggero utilizzando però linguaggi (tempi lunghi e dilatati, dialoghi scarni, un montaggio molto rallentato) decisamente più adatti a un’opera drammatica. Ciononostante il film riesce a trasmettere allo spettatore, forse involontariamente, lo squallore e la tristezza di uno dei periodi più bui della storia recente europea: la dittatura comunista e il suo carico d’angoscia emergono prepotenti in ogni dettaglio – l’arredamento delle case e dei negozi, gli indumenti dei personaggi, la mestizia negli occhi di attori che, quel periodo, l’hanno vissuto realmente, sulla loro pelle. Ciò che più stupisce lo spettatore odierno, abituato ad avere tutto e subito, ma soprattutto abituato a nuove forme di possesso che spesso prevedono l’eliminazione dell’oggetto materiale (si pensi ai soldi in banca, che non si vedono mai, o a tutte le cose – documenti burocratici e di lavoro, musica, fotografie – che può virtualmente contenere un computer) è l’importanza data dal popolo di Ceauşescu agli oggetti, povere cose spesso basilari per la sopravvivenza (galline, uova, maiali, banane, bombole di gas) oggi dalla maggior parte di noi date per scontate, ma all’epoca rare e preziose. L’enorme importanza rivestita da questa roba si traduce, in molte scene del film, in quell’antica ma sempre efficace forma di scambio chiamata baratto.

Racconti dell’età dell’oro è una buona pellicola, nè più nè meno. Il primo e l’ultimo episodio sono i più divertenti, il secondo il più amaro, il terzo il più interessante.

Un’ultima curiosità: durante la proiezione di questo film mi sono stupito dell’incredibile quantità di blooper presenti nelle inquadrature – nello specifico ho trovato difficili da seguire almeno tre o quattro scene sovrastate da vistosissimi microfoni con tanto di asta. Eppure, secondo Wikipedia, “al contrario di quello che si crede non viene considerato un blooper quando si vede un microfono rientrare nella parte alta dell’inquadratura. Infatti le inquadrature di un film sono generalmente più alte rispetto a come appariranno nella sala cinematografica, dove la parte superiore dell’immagine viene ‘tagliata’ dall’operatore alla pellicola. Quindi, in generale, la visione del microfono in un’inquadratura è un errore imputabile al proiezionista e non al regista”.

Alberto Gallo

baarìa

locandina baarìa

Considerata l’enorme mole di difetti e punti deboli dell’ultimo film di Giuseppe Tornatore, troppi e troppo evidenti, ho deciso di organizzare il discorso in tre agili punti, consultabili in ordine sparso secondo il proprio gusto:

1) L’intreccio narrativo. Confusionario, già visto, poco coinvolgente. Dopo 150 minuti di proiezione ancora non si riesce a capire bene di cosa parli questo film: di un paesino della Sicilia e, per sineddoche, dell’Italia? Del Partito Comunista? Di una famiglia? Di una storia d’amore? Ma forse ci si dovrebbe piuttosto chiedere di cosa non parla, questa pellicola: della mafia, per esempio – che appare giusto in un paio di scene -, o della questione morale che più volte, dalla fine della seconda guerra mondiale, scosse le fondamenta del Pci – il problema viene liquidato con una singola frase: “In Unione Sovietica ho visto cose terribili”. Ma l’apice della pacchianeria di Baarìa sta forse nell’ultima scena, in cui il protagonista torna bambino e si accorge di aver sognato tutto, svegliandosi stralunato nella Bagheria dei nostri giorni. So che può sembrare un espediente troppo brutto e troppo ruffiano per essere vero, ma è proprio così: Tornatore, specialmente in fase di scrittura, dev’essersi fumato il cervello, pensando magari di omaggiare in maniera originale il Leone di C’era una volta in America o persino il Pasolini dell’Edipo Re. L’impressione finale è che Baarìa sia, piuttosto che un film, il riassunto di un film, un Heimat mancato e commerciale, una Meglio gioventù per animi semplici: troppe le banalità, eccessivi i luoghi comuni.

2) L’estetica. Mi verrebbe da dire che Baarìa, con la sua banalissima costruzione dell’immagine, con le sue inquadrature perfettine già viste mille volte, con le sue luci e i suoi colori privi di profondità, sembra uno spot televisivo. Eppure esistono spot televisivi ben più complessi e belli da vedere. Particolarmente stucchevole risulta l’abuso di movimenti di macchina verticali (che sembrano voler imitare, senza successo, ancora Sergio Leone, ma stavolta il film di riferimento è C’era una volta il west) e di dissolvenze in nero.

3) La recitazione e la scelta degli attori. I due protagonisti (Margareth Madè e Francesco Scianna), rispettivamente i sosia di Sophia Loren e Richard Gere (frullato con Raoul Bova), sono quanto di più inconsistente e dimenticabile si possa immaginare, due volti messi lì apparentemente a casaccio per un pubblico internazionale che possa ritrovare nei loro lineamenti una presunta italianità (o meridionalità) che di fatto non esiste. Per il resto il cast poggia interamente sulla deprecabile consuetudine del cameo: attori più o meno famosi e personaggi più o meno famosi che si spacciano per attori (Laura Chiatti, Nino Frassica, Monica Bellucci, Ficarra e Picone, Enrico Lo Verso, Lina Sastri, Michele Placido, Raoul Bova, Luigi Lo Cascio…) appaiono sullo schermo anche soltanto per pochi secondi al solo scopo, presumo, di rendere il tutto maggiormente famigliare a un pubblico ben più avvezzo al piccolo che al grande schermo.

Per concludere mi limiterò ad avvisare i lettori più inesperti (gli altri dovrebbero saperlo già) sul fatto che il tanto celebrato Giuseppe Tornatore non è il grande regista che i media vogliono farci credere. Anzi, come cineasta è decisamente un bluff, al pari di Benigni, Placido, Giordana e molti altri – solo per limitarci all’Italia. C’è da dire, comunque, che quando Tornatore, evidentemente poco abile a separare le emozioni personali dal suo mestiere, torna nella natia Sicilia (era già successo con Nuovo Cinema Paradiso e Malèna) risulta particolarmente stucchevole e fastidioso. Chi volesse cercare il suo lato migliore dovrebbe forse recarsi a Trieste (La sconosciuta) o magari nella campagna francese (Una pura formalità).

Alberto Gallo

il mio vicino totoro

locandina totoro

Come ha fatto l’Italia – sempre e comunque indietro, in ogni situazione – a resistere per più di vent’anni senza quest’adorabile e pelosissima creatura dei boschi di nome Totoro? Senza il film d’animazione che lo vede protagonista, uno dei primi capolavori del genio giapponese Hayao Miyazaki? Senza Satsuki e Mei, le due piccole bimbe che un giorno lo incontrano sotto un enorme albero di canfora e non se ne separano più? Senza il Gattobus, servizievole e sornione? Senza queste immagini di straordinaria tenerezza e poesia panteistica? Senza questi disegni, così semplici e così perfetti? Senza questa visione della vita e della natura così positiva, armoniosa e piena di speranza?

Non lo so.

So soltanto che questo film – uscito in Giappone e in tutto il mondo nel 1988 ma distribuito da noi solo in questi giorni sull’onda della tardiva fama di Miyazaki – è un capolavoro, uno dei cartoni animati più belli di tutti i tempi. Forse, a differenza di alcune pellicole d’animazione che hanno riscosso grande successo negli ultimi anni (mi riferisco a Persepolis, a Valzer con Bashir, ad Appuntamento a Belleville, ma anche ad alcuni cartoni digitali americani e alle ultime fatiche dello stesso Miyazaki) e che hanno contribuito allo sdoganamento di un genere ora apprezzato da cinefili di tutte le età, Totoro si rivolge prevalentemente a un pubblico di bambini. Ma si tratta di un’opera talmente commovente, divertente e originale che è impossibile non innamorarsene. Anche se l’infanzia, come per chi scrive, è lontana da un pezzo.

Alberto Gallo

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