
Primo: voglio ringraziare Alberto per avermi invitato a scrivere la recensione di questo film. Essendo un frequentatore assiduo del suo blog, sono lieto di poter partecipare attivamente alla sua realizzazione. Secondo: avevo intenzione di scrivere una recensione in cui rinfacciavo ad Alberto il fatto di essersi rifiutato di vedere questo film. Nonostante pensi ancora che abbia fatto male, devo dire che non si è perso niente, e questa recensione sarà parecchio negativa. Terzo: volevo esordire dicendo che James Cameron è un genio, che ha raccolto alla grande l’esperienza di Titanic realizzando un film sì destinato al grande pubblico, ma allo stesso tempo attento alle tematiche contemporanee con un taglio commerciale ma non banale. Invece non è così. Anzi, questo Avatar è un film stupido e ignorante, per le ragioni che argomenterò man mano.
Innanzitutto affronterei il lato estetico. Lascerei in fondo il discorso sulle tecnologie e mi concentrerei sul mondo di presunta fantasia che è stato messo in piedi per questo film. Dico “presunta” perché non c’è niente di originale. Un amico, al termine della proiezione, ha usato l’aggettivo “teratologico” per descriverlo. Il Sabatini Coletti definisce il vocabolo “teratologia” come lo “studio delle malformazioni degli organismi vegetali e animali”. In effetti, l’unico modo per i curatori del film di creare un’ambientazione fantastica è stato prendere quello che c’è già nella nostra realtà e ingrandirlo a dismisura. Le foreste sono identiche alle nostre foreste pluviali, solo molto ma molto più grandi. Gli animali sono identici ai nostri: hanno aggiunto, a seconda dei casi, un paio di zampe, di occhi, o di narici in più, e li hanno ingranditi a seconda delle necessità. Le trovate più spiccatamente “fantastiche” sono state prese così com’erano dai libri illustrati delle creature preistoriche e da alcuni videogames (scontato il parallelo con il famosissimo World of warcraft). Gli omini blu che abbiamo visto in tutte le locandine, sono identici agli elfi di tolkeniana memoria, con la differenza di essere blu, e un po’ più grossi. Il tutto condito con qualche luce al neon che scaturisce a caso dal terreno, dalle piante, e dai corpi degli stessi omini di cui sopra, simili agli allestimenti interni di certi locali notturni alla moda.
Per quanto riguarda la trama vera e propria, farei solo quattro osservazioni. D’altro canto, da un film esplicitamente mainstream non mi aspettavo un intreccio particolarmente originale, né pensavo ce ne fosse davvero bisogno. L’idea di fondo non sarebbe neanche così banale, anzi. Soltanto che ci sono degli aspetti che rendono l’impresa completamente vana. Il primo, senza ombra di dubbio, sono i dialoghi. Se la prima ora di film può risultare ancora piacevole, i dialoghi sin dall’inizio si caratterizzano per essere estremamente stereotipati. Tutti i personaggi non fanno altro che parlare per frasi fatte, lungo tutta la durata del film. Per quanto una persona possa provare a fare una cosa simile, non è assolutamente possibile in natura, e dato che il film si pone un obiettivo di tipo naturalistico e non didascalico, la cosa risulta fastidiosa sin da subito. Questo modo di esprimersi toglie moltissimo ai reali contenuti delle battute, che assomigliano l’una all’altra, e dopo un po’ nessuno fa più caso a quello che i personaggi esprimono. D’altro canto, e questa è la seconda cosa, i personaggi sono assolutamente piatti, anch’essi banali, delle macchiette senza personalità. Il protagonista, un discreto Sam Worthington, se la cavicchia, risulta il più credibile. Tutti gli altri, nonostante la buona prova attoriale del cast, risultano rozzi, squadrati, senza spessore, privi di contenuti. La terza cosa riguarda le giustificazioni della trama. Proprio perché il film non ha intenti didascalici, né presenta forme di ermetismo, le pedanterie che certi personaggi si ritrovano man mano ad esprimere per spiegare le cose risultano poco necessarie, e per niente realistiche. Se due persone lavorano assieme da diversi mesi, non c’è bisogno che l’uno spieghi all’altro qual è lo scopo finale della missione in corso al primo problema che si trovano ad affrontare. È un fatto condiviso, e la sua dichiarazione in termini espliciti è evidentemente rivolta allo spettatore, il quale percepisce l’inevitabile rottura della finzione narrativa. È esattamente quello che succede tra Giovanni Ribisi e Sigourney Weaver nelle prime battute del film, per spiegare la presenza degli umani sul pianeta Pandora. L’ultima osservazione riguarda la voce narrante. In questo caso vale lo stesso discorso dei dialoghi, con la differenza che il narratore esterno si poteva tranquillamente escludere senza che il film ci perdesse in profondità. Ci saremmo risparmiati un’ulteriore vagonata di banalità dette male.
Quello però che rende questo film insopportabile, e dal mio punto di vista persino pericoloso, sono i contenuti. Avatar non è solo banale e poco originale, ma addirittura stupido e ignorante. La tematica dell’alterità, che nelle prime battute risulta anche intrigante, viene via via dipanata secondo stereotipi e luoghi comuni che si penserebbe ormai superati con i tempi che corrono (e anche in virtù delle tonnellate di saggi che vengono stampati a riguardo). Questo film ha un’idea dell’”altro” che risale all’ottocento e al positivismo. A ben guardare, questo presunto “altro” nel film non esiste. Gli omini blu con cui si ha a che fare non sono altro che l’oggettivazione dei peggiori luoghi comuni che si hanno nei confronti delle culture storicamente percepite come primitive e selvagge. Non solo! La presunta alterità non è nemmeno restituita fedelmente: le musiche, le usanze, la lingua, le espressioni corporee, il trucco, gli stili di combattimento, la civiltà architettonica, sono tutte riproduzioni fedelissime di una serie di convinzioni sbagliate che l’uomo occidentale e colonialista ha avuto della sua controparte “selvaggia” a partire dal Seicento fino alla seconda metà del XX secolo, e che in realtà appartengono alla nostra cultura, e al modo in cui l’occidentale ha immaginato il diverso per secoli e secoli. Poi c’è stato il cosiddetto post-colonialismo, e le cose, se non altro nel modo di concepire le culture diverse dalla nostra, in teoria sarebbero dovute cambiare. Questo film invece, mi riporta nel più sconfortante pessimismo. Non è solo la successione degli eventi, lo scontro tra due civiltà che sfocia inevitabilmente nella guerra come se ci fosse una forma di necessità storica perché questo accada; la stessa risoluzione di questi eventi prende la forma di un’inevitabile intervento occidentale volto a salvare i poveri selvaggi prossimi alla sottomissione. E nemmeno è sufficiente l’intervento di un uomo bianco redento: ci vuole addirittura l’intervento della natura stessa, un colpo di scena ecologista e buonista, a sua volta banale e ridicolo (terribile la scena in cui il mostro carnivoro porge la schiena all’eroina selvaggia, invitandola a salirgli in groppa). Come se non bastasse, anche l’impresa umanitarista risulta impoverita dei propri contenuti: sembra che conoscere gli altri non significhi altro che forzare la realtà per scoprire eventuali punti in comune che giustificherebbero un eventuale rapporto di collaborazione e mutuo sostegno. Non c’è rispetto per le tradizioni, per le credenze, per le fedi, di fronte all’inevitabile verità dello scientismo (come il personaggio “illuminato” per eccellenza del film, quello di Sigourney Weaver, dichiara a un certo punto).
Insomma, non fosse che sono per la libertà di espressione io di questo film ne vieterei la proiezione. Vorrei che i miei figli imparassero che il diverso può essere qualcosa di misterioso e completamente differente, e che va rispettato e amato proprio in virtù della sua differenza e di quello che può offrirci in termini di conoscenza di noi stessi, del mondo che ci circonda, e di nuovi modi di vivere questo mondo. Invece questo film non sembra dire altro che è normale se l’uomo occidentale sbarca su una terra straniera a pretendere di prendere tutto ciò di cui ha bisogno, e che l’inevitabile conseguenza di un simile comportamento è la guerra; e che questa guerra, se non grazie a un aiuto esterno (occidentale o al limite “spirituale”), non sarà vinta da altri se non gli occidentali stessi, in virtù delle proprie conquiste scientifiche. Senza dubbio questa è stata la verità storica fino a oggi, ma da un film di fantasia e fantascienza ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più, che guardi al futuro e a diversi scenari possibili; Avatar, invece, è indietro di cent’anni, è un film terribilmente razzista, nel suo presunto progressismo e nel suo squallidissimo buonismo. Ah, dimenticavo: è farcito di terribili metafore su internet e sui giochi di ruolo. Dovrebbe essere il centro del discorso (come dice anche il titolo), ma è soltanto un pretesto terribile per infarcire il tutto con nozioni senza spessore: non ci fossero state, non sarebbe cambiato assolutamente nulla.
Sul resto c’è poco da dire. Le musiche? Banali. La regia? Banale. Il merito di Cameron è di aver lavorato affinché questo film fosse completamente privo di sbavature, e così è. Avatar è perfettamente intelligibile da chiunque: le inquadrature sono semplici, il montaggio (a parte un paio di flashback montati male, a inizio film) è impeccabile, senza dilungarsi o risultare mai troppo frenetico (e quando lo è, un paio di slow motion risolvono benissimo il problema). Le musiche, nella loro piattezza, sono le musiche che chiunque, negli ultimi dieci anni, si aspetterebbe da un film epico o di azione. Non voglio soffermarmi sulle musiche che dovrebbero rappresentare l’eventuale “etnicità” dei nostri carissimi omini blu: sono solo motivetti dance suonati con strumenti diversi dal solito. Poi, quando si tratta di pregare, si torna tutti ai cari vecchi canti gregoriani. Imbarazzante.
Degno di menzione è l’uso delle citazioni: infinito. Non c’è un film di fantasia o fantascienza che non venga esplicitamente citato in questo film. Faccio solo qualche titolo: Guerre stellari, Matrix, Il signore degli anelli, La macchina del tempo…
Questo rende Avatar uno straordinario successo di botteghino: dice cose stupide, ma pur sempre ottimiste, in maniera semplice e scandita, scopiazzando qua e là da classici di ben altro spessore. In anni come questi, in cui la comprensione di realtà diverse dalle nostre e la capacità di maturare una maggiore consapevolezza sulle nostre responsabilità come società (e non come individui isolati) diventano obiettivi sempre più prioritari da raggiungere in termini problematici e non semplicistici, un film come Avatar non fa che sprofondarci ancora di più nell’autocompiacimento senza speranze nella quale la nostra cultura euro-centrica è andata a cacciarsi per troppo tempo nel passato, e continua ancora nei giorni nostri. Sono così convinto di quello che dico che mi aspetto di essere contraddetto, argomentando che il lieto fine di questo film, e la figura dell’eroe e dei personaggi comprimari “positivi” non possono che aprire spiragli positivi di speranza. Nel frattempo, in film come questo, i soldati possono ancora permettersi di comportarsi in maniera brutale e irrispettosa nei riguardi di qualsiasi vita umana che non siano in grado di comprendere; gli scienziati non credono ad altro che alla scienza, dividendo il mondo in osservatori e osservati; le popolazioni altre soccombono all’inevitabilità della storia, basata su predominio e violenza. Per non parlare del protagonista, il quale ci mette pochissimo a rifugiarsi presso gli omini blu, a integrarsi, a tradirli, a farsi perdonare e poi ancora a dominarli, pur di abbandonare la sedia a rotelle sulla quale è costretto.
So che a molti questo film è piaciuto, ma spero vivamente che nessuno l’abbia preso troppo sul serio. A me non è piaciuto per niente, ma non mi sono pentito di essere andato a vederlo: mi ha dato modo di ampliare le prospettive sul mondo in cui vivo. Non sono buone notizie. Un’occasione persa, anche solo per stare zitti. Ecco cos’è Avatar.
Ah, dimenticavo il fattore tecnologico: il 3D è strepitoso, ma dopo un’ora ti viene il mal di testa, e ti rendi conto che in 2D il film sarebbe stato stupido uguale.
Francesco Rigoni