I film di guerra si dividono in due categorie: quelli che iniziano in medias res, ovvero che ostentano sin dalle prime immagini squallidi scenari bellici di morte e dolore (a questa categoria appartengono, tra gli altri, Salvate il soldato Ryan e Orizzonti di gloria), e quelli che, al contrario, nei minuti iniziali mostrano la quiete prima della battaglia. A questa seconda categoria sono riconducibili opere eccezionali come Il cacciatore e La sottile line a rossa.
E Lettere da Iwo Jima.
Come tutti ormai saprete, l’ultimo film di Clint Eastwood è la seconda parte di un dittico dedicato dal regista californiano ad uno dei più celebri e importanti scontri della seconda guerra mondiale, la battaglia di Iwo Jima. Il primo film, Le bandiere dei nostri padri, narrava la vicenda dal punto di vista degli americani, mentre questo si concentra sulle sorti dei soldati nipponici.
L’inizio della pellicola si svolge ai giorni nostri: un gruppo di speleologi giapponesi, nella squallida isoletta del Pacifico che dà titolo al film, sta compiendo alcuni scavi in uno degli innumerevoli cunicoli sotterranei che i loro padri crearono durante i disperati giorni della battaglia, quando gli americani, ormai sicuri della vittoria, guadagnavano di giorno in giorno chilometri di territorio e i giapponesi erano costretti a trovare rifugio nelle montagne. Gli speleologi rinvengono un oggetto sepolto nel terreno, ma, prima che lo spettatore possa capire di cosa si tratti, le immagini tornano indietro nel tempo, a sessant’anni prima, durante i drammatici giorni del conflitto nippo-americano.
L’isola di Iwo Jima era un luogo di fondamentale importanza strategica, poiché da lì i bombardieri statunitensi sarebbero potuti facilmente partire per le operazioni di bombardamento del Giappone. La battaglia iniziò il 19 febbraio del 1945 ed ebbe termine il 26 marzo dello stesso anno. I marines annientarono l’esercito imperiale, nettamente inferiore per equipaggiamento e numero di soldati.
La situazione giapponese era disperata sin dall’inizio, e il film illustra alla perfezione (ma d’altronde stiamo parlando di Clint Eastwood, cosa vi aspettavate?) la presa di coscienza, da parte nipponica, della sicura sconfitta. I soldati dell’imperatore elaborarono il lutto della propria morte per giorni e giorni prima che la morte stessa effettivamente sopraggiungesse, consapevoli di ciò che sarebbe toccato alle loro esistenze e alla loro patria. Alcuni tentarono gli ultimi disperati attacchi, altri si tolsero la vita, altri ancora si consegnarono al nemico. Per intere settimane non furono altro che condannati a morte. Dead men walking.
Come facilmente intuibile, visto il tema, alcuni passaggi di questo magnifico film sono estremamente toccanti, quasi insostenibili: i suicidi di massa (che riportano alla memoria il discusso La caduta), i flashback dei soldati, il cui pensiero torna alla vita prima della guerra (come ne La sottile linea rossa), e il terrore dei loro volti nel momento in cui capiscono che la fine è vicina sono narrati in modo semplice ed elegante. Il regista non cerca di esasperare il coinvolgimento emotivo dello spettatore, sa che non ce n’è bisogno, e si limita ad illustrare, con distacco ma senza cinismo, la sorte dei morituri. La fotografia iperrealista di Tom Stern, che ricorda per certi aspetti quella di un altro grande film di guerra, Il grande uno rosso di Sam Fuller, dona alla pellicola un’atmosfera quasi pittorica, mentre le musiche, scritte come sempre dal regista stesso, sono efficaci e mai invadenti né, come spesso accade nei film di guerra, inutilmente enfatiche.
Terminata la battaglia, morti quasi tutti i soldati giapponesi, finita di fatto la seconda guerra mondiale, le immagini del film tornano al presente, al momento in cui gli speleologi portano alla luce un prezioso tesoro sepolto. Si tratta delle lettere che i giapponesi morti a Iwo Jima (circa 18.000 su 20.000 di stanza sull’isola) non poterono mai spedire: pagine semplici, disarmanti, piene di amore per una vita normale ormai irrimediabilmente perduta.
Con Lettere da Iwo Jima il vecchio Clint Eastwood dimostra per l’ennesima volta di meritare l’appellativo di “ultimo dei classici”: da anni non sbaglia un colpo, portando avanti con grazia e coerenza un discorso mai banale sulla vita, le sue sofferenze e la sua inevitabile e spesso drammatica fine. Il più grande regista americano vivente, insieme a Martin Scorsese e David Lynch, è una delle ragioni per cui il cinema rimane una forma d’arte degna di essere presa in considerazione.
Alberto Gallo
