
Un uomo, sporco e solo, si cala in una stretta buca in cerca di qualcosa di altrettanto sporco e maleodorante. Una didascalia ci informa che siamo verso la fine dell’800. Durante la ricerca l’uomo si rompe una gamba, ma non desiste e qualche anno dopo lo ritroviamo circondato da un piccolo manipolo di operai, anch’essi intenti a cercare quella cosa sporca e nera evidentemente tanto preziosa. Un giorno, finalmente, la mano di uno dei lavoratori si tinge di un liquido scuro e oleoso che brilla alla luce del sole: si tratta di petrolio, finalmente l’hanno trovato.
Sono passati venti minuti dall’inizio della pellicola e ancora non è stata proferita una parola. Il regista Paul Thomas Anderson descrive ogni cosa attraverso la faccia rude e bisunta del cercatore d’oro nero (Daniel Day Lewis, strepitoso come sempre) e degli altri lavoratori, attraverso i loro gesti quasi teatrali, attraverso le musiche kubrickiane e lancinanti di Jonny Greenwood (il chitarrista dei Radiohead). Si tratta di un incipit di strepitosa potenza, epico e spiazzante, degno delle migliori pagine di Elmore Leonard e dei migliori metri di pellicola di David Lean.
Poi i personaggi cominciano a parlare, e tutto rientra nei binari di un kolossal d’altissimo livello, classica ma al contempo originallissima vicenda di rise and fall di uno dei tanti magnati sorti dal nulla grazie ai quali l’America si è meritata la fama mondiale di land of opportunities.
L’(anti)eroe della vicenda, Daniel Plainview (ispirato a un personaggio realmente esistito), è un uomo pieno di contraddizioni, un uomo il cui affetto nei confronti del prossimo va e viene come lo spruzzo di petrolio da un pozzo ormai in secca, un uomo vendicativo e generoso, padre amorevole poi assente di un figlio non suo, personaggio complesso e tormentato degno di Sofocle e Euripide.
E poi c’è l’America. L’America rurale e bigotta nelle viscere della quale Plainview si avventura in cerca di petrolio. L’America delle sette cristiane. L’America povera e contadina pronta a cedere i suoi figli a un lavoro rischioso per un tozzo di pane e la speranza di un futuro migliore. Un paese attaccato al denaro e alla proprietà quasi quanto alla famiglia e al crocifisso. È dal ventre di questo mondo che sorge un demone persecutore biblicamente chiamato Eli Sunday, predicatore invasato (ricordate il Tom Cruise di Magnolia?) il cui scopo nella vita è quello di mettere i bastoni tra le ruote all’ateo petroliere, reo di non avergli permesso di benedire un pozzo nel giorno della sua inaugurazione.
Passano le stagioni e arrivano i soldi, quelli veri, ma nel corso degli anni Plainview diventa progressivamente sempre più solitario, sospettoso e violento. Finisce i suoi giorni, pazzo e solo, in un’enorme villa dotata di sala da bowling (nella quale si svolge un’altra scena di una forza e di una crudeltà inaudite, degna anch’essa, come la prima, di entrare nella storia del cinema) e di ogni altro lusso, come un Charles Foster Kane con le mani e la faccia unte di nero.
Alberto Gallo
capolavoro!hai detto praticamente tutto:l’antieroe, l’america, il predicatore…un film davvero grande!e una colonna sonora da brividi!
Straordinario. I primi venti minuti sono da antologia, superlativi, per non parlare della sequenza dell’incendio (enormemente affascinante e strepitosamente forte visivamente) e del magnifico finale.
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