Difficile da giudicare, questo ultimo film di Spike Lee. Già il fatto che un autore americano (forse il più importante degli ultimi vent’anni) abbia sentito l’esigenza di affrontare una pagina di storia (la strage di Sant’Anna di Stazzema del ‘44) tanto vecchia e solo parzialmente legata al suo Paese è un elemento difficile da interpretare. Il fatto, poi, che la versione dei fatti illustrata nella pellicola sia stata al centro di lunghe e aspre polemiche – legate alla presenza, non supportata dalla verità storica, di un traditore tra le file dei partigiani – non rende facile una valutazione serena dell’opera in questione. Una cosa, però, a tal proposito è certa: i duri scontri che hanno visto contrapporsi Spike Lee, i giornalisti italiani e le associazioni dei partigiani non avevano alcun motivo di esistere, dal momento che tutto si può dire di Miracolo a Sant’Anna tranne che non sia un film imparziale e misurato: i partigiani non sono i “buoni” così come i fascisti e i nazisti non sono i “cattivi”, ma nè le azioni degli uni vengono necessariamente condannate nè quelle degli altri necessariamente esaltate. La questione realmente spinosa affrontata dal film è piuttosto quella della condizione dei neri nell’America degli anni ‘40 e del ruolo dei soldati afroamericani nella seconda guerra mondiale. Come è giusto che sia, il film illustra una realtà – quella italiana del dopo 8 settembre – sfaccettata, incerta e di ardua se non impossibile interpretazione. Spike Lee evita di cadere nella facile trappola di santificare i partigiani (che pure emergono come coloro che stanno “dalla parte giusta”) e condannare i nazi-fascisti (che pure non fanno una splendida figura). Il fatto che la pellicola introduca la figura inventata del traditore non è poi un gran problema: se è la verità storica ciò che andiamo cercando, tanto vale recarsi in biblioteca piuttosto che in una sala cinematografica. Tanto più che un cartello, prima dei titoli di testa, specifica chiaramente che i fatti illustrati nel film, sebbene si ispirino a un episodio realmente accaduto nella seconda guerra mondiale, sono frutto della fantasia dello sceneggiatore.
Ecco, appunto: lo sceneggiatore. Il vero problema del film non è etico, bensì, come dire, letterario. Scritto da James McBride e tratto dal suo stesso omonimo libro, Miracolo a Sant’Anna è esemplare nella sua totale inettitudine di scrittura. Per dirla in modo molto diretto: laddove i personaggi di questo film parlano, il film stesso scade drammaticamente nel ridicolo involontario, nel patetico, nel macchiettismo. Anche la costruzione/caratterizzazione dei personaggi è quantomeno discutibile: vedi alla voce “luogo comune”. C’è il nazista buono che legge poesie di Pascoli, l’italiano fascista che però in fondo è un brav’uomo, il negro zio Tom, il negro selvaggio, il partigiano oppresso dai sensi di colpa ecc… Gli italiani sono dei terzomondisti fermi al Medio evo che si sfondano di cibo in party ecclesiastici e hanno abitudini sessuali quantomeno disinvolte. Ma trattandosi, in sostanza, di un film rivolto prevalentemente al pubblico italiano non poteva mancare la captatio benevolentiae, enunciata con enfasi da un soldato afroamericano che sostiene di trovarsi meglio nel Belpaese piuttosto che in America, in quanto qui nessuno lo giudica per il colore della sua pelle (evidentemente negli Usa non era giunta notizia delle leggi razziali del ‘38).
Anche la costruzione narrativa del film è quantomeno irrisolta: troppi personaggi compaiono e spariscono inspiegabilmente nel giro di pochi minuti, e la struttura “alla Quarto potere” suggerita nei primi metri di pellicola non viene sfruttata in tutto il suo potenziale.
Ma quando il film mette da parte i dialoghi per concentrarsi sull’azione… be’… signore e signori, giù il cappello, perchè Spike Lee dimostra per l’ennesima volta di essere uno dei più grandi maestri del cinema contemporaneo e non solo: la sua capacità di parlare attraverso le immagini vale più della migliore sceneggiatura di questo mondo. La regia di Miracolo a Sant’Anna è avvincente e inventiva, e le scene di guerra non hanno niente da invidiare a quelle della Sottile linea rossa: se il film fosse tutto sui livelli degli ultimi tre quarti d’ora staremmo parlando di un capolavoro, piuttosto che di un’opera riuscita a metà. Ma la potenza evocativa delle immagini di Lee non si limita alle pur splendide sparatorie: basti pensare alla scena (autocitazione di un marchio di fabbrica del regista di Atlanta) in cui i soldati afroamericani della divisione Buffalo guardano a lungo in direzione della cinepresa con sguardo concentrato e ostile, come a confrontarsi direttamente con lo spettatore in sala. Spettatore che solo dopo alcuni istanti scopre il reale oggetto del loro interesse, ovvero alcuni cartelloni antiamericani appesi su un muro dai nazifascisti – cartelloni che gli yankee prontamente stracciano con rabbia.
Capolavoro di Miracolo a Sant’Anna è la scena dello scontro finale tra nazisti da una parte e partigiani e americani dall’altra: raramente i film di guerra riescono a essere tanto strazianti e coinvolgenti. Di fronte alla morte di tutti i protagonisti della pellicola (tranne due, preziosi testimoni di una tragica pagina di storia italiana) lo spettatore si trova spiazzato e privo di punti di riferimento. Una scena di struggente intensità, una delle migliori dell’intera filmografia di Lee.
Peccato che il senso e il valore di Miracolo a Sant’Anna siano racchiusi interamente, o quasi, in questi pochi (rispetto alla durata totale del film, che sfiora le tre ore) minuti finali.
Alberto Gallo
Ps: il doppiaggio in italiano costituisce un problema a parte, dal momento che è difficile capire come facciano a comunicare tra loro contadini toscani e soldati afroamericani. Difficile che in Italia nel ‘44 si studiasse e parlasse con disinvoltura l’inglese. Le difficoltà linguistiche e comunicative tra i protagonisti del film sono un altro elemento che la sceneggiatura non ha saputo sfruttare fino in fondo.

scusa ma preferisco questa, come recensione..
http://piste.blogspot.com/2008/10/real-disaster-movie.html
se la leggi sappimi dire..eddai..bastano 2 minuti..
ah be’, se anche “inland empire” fa schifo allora non so più cos’è un bel film…
mah…
alberto
Bellissima recensione, davvero complimenti.
Presto lo vedrò anche io e ti dirò.