
Quando un thriller è ben confezionato; quando ci sono tanti colpi di scena e scene mozzafiato di inseguimenti e sparatorie; quando la trama è credibile; quando gli attori non si limitano al compitino “tutto muscoli e niente cervello”; quando c’è pure un po’ di spirito di denuncia; ecco, in questi casi, anche quando non ci si trova di fronte a una pellicola originale o innovativa, non si può che uscire soddisfatti dalla sala cinematografica.
State of play, diretto da Kevin MacDonald, già regista del buon L’ultimo re di Scozia, risponde in pieno a questi requisiti.
Certo, poi si può discutere sull’eccessiva fiducia nel mezzo giornalistico (i quotidiani hanno ancora tutta questa importanza, oggi?), o sul fatto che a Hollywood i cronisti sembrano più che altro investigatori privati, o ancora sull’ingenuo punto di vista progressistico-pacifista offerto dalla sceneggiatura.
Ma si tratta di sottigliezze.
La verità è che State of play è un buon film, avvincente, elegante e recitato benissimo (Russell Crowe, Ben Affleck e Helen Mirren sono i tre ottimi protagonisti, ma anche la deliziosa Rachel McAdams se la cava bene).
Cosa chiedere di più?
Alberto Gallo
Si, non è affatto male, anche se ricalca quasi tutti i clichè di genere. Però la riflessione su “vecchio” e “nuovo” giornalismo non è affatto male, anzi.