
Recensione in anteprima – per l’Italia – dell’ultimo film di Woody Allen, visto a Parigi il 5 agosto 2009. Uscirà nelle sale italiane il 18 settembre.
L’ho detto mille volte e lo ripeterò ancora: io Woody Allen lo accetto a scatola chiusa. Che produca schifezze (gli è capitato molto raramente) o capolavori (ne conto almeno dieci), per me il regista newyorkese fa sempre la cosa giusta. Sedersi in sala e vedere quei titoli di testa in bianco e nero con i nomi degli attori protagonisti in ordine alfabetico è come essere a casa. Non sono io che una volta all’anno pago 5-7 euro per scoprire cosa s’è inventato stavolta il vecchio nevrotico, ma è il vecchio nevrotico che una volta all’anno decide di farmi un regalo sempre gradito.
Che poi il contenuto di questo regalo sia a volte un po’ meno perfetto e memorabile è un altro discorso. E’ il caso di Whatever works (tradotto incautamente in italiano come Basta che funzioni. Ogni commento è superfluo), commedia stanca e un po’ svogliata (siamo all’incirca dalle parti di Melinda e Melinda) ma non per questo priva dei consueti colpi di genio alleniani.
La vicenda, come sempre, è semplicissima: Boris Yellnikoff (interpretato da Larry David, sconosciuto in Italia ma celebre negli Usa per essere la mente dietro serie tv di successo come Seinfeld e Curb your enthusiasm) è un pensionato nevrotico e misantropo che cerca di isolarsi dal mondo ed è convinto di essere il protagonista di un film che tutti costantemente stanno vedendo. Un giorno piomba in casa sua la giovane Melodie Celestine (la scialba Evan Rachel Wood, che sembra voler imitare senza grande successo la mimica di Vivien Leigh), scappata di casa e senza un soldo. Nonostante un inizio difficile i due si innamorano e si sposano. Il matrimonio, però, sarà messo a dura prova dalla differenza di età e dalle trame di Marietta, cattolicissima madre di Melodie.
La trama si esaurisce qui, ma come sempre sono le parole, i discorsi, le battute a fare la differenza: Woody, tornato a Manhattan dopo l’esilio anglo-spagnolo, dimostra per l’ennesima volta di essere in grado di far ridere di cose tragiche (suicidio, insensatezza della vita, solitudine, nevrosi) e di saper girare sempre intorno agli stessi temi senza mai ripetersi.
Non siamo ai livelli di certi capolavori alleniani degli anni Duemila (su tutti Match point e Cassandra’s dream), ma Whatever works è un film che si fa guardare con piacere. Nonostante un finale affrettato ed eccessivamente conciliante.
Alberto Gallo
Ps: ci si potrebbe domandare come mai il regista abbia scelto di affidare il ruolo principale, assolutamente e perfettamente ritagliato su se stesso, a un altro interprete. Forse Woody è stanco di fare l’attore – degli ultimi 6 film che ha diretto è protagonista del solo Scoop. Rimane il fatto che Larry David è un clone piuttosto convincente, come 11 anni fa lo fu Kenneth Branagh per Celebrity.
Woody Allen? New York? Io già sbavo.
ehehe infatti anch’io quando ho scoperto – per caso – che lo davano sono corso a vederlo sbavando…