EVERYBODY’S FINE (Usa/Italia 2009)

Frank (Robert De Niro), vedovo in pensione ancora alle prese con la scomparsa della moglie, invita i figli (Kate Beckinsale, Drew Barrymore, Sam Rockwell, e un tal Austin Lysy, di cui imdb non ha neanche la foto) per una grigliata, dedicando ogni cura nella scelta del miglior barbecue, carne e vini. Ma la riunione di famiglia viene disertata da tutti. Il nostro decide quindi di affrontare i suoi problemi polmonari, dovuti alle sostanze respirate allorché spendeva la sua vita a rivestire i cavi del telefono per le strade, e di mettersi in viaggio per far visita (“sorpreesaa..!”) a ciascuno di loro.
Esigenze narrative vogliono che le raffigurazioni del rapporto genitori-figli adulti siano caratterizzate da una nucleo familiare molto ampio, e ciò per due motivi. In primo luogo si amplifica il contrasto tra la generazione dei genitori, prolifica e dal fare genuino, e quella dei figli, smarrita, disillusa e dalla prole al minimo sindacale, attribuendo questo degrado alternativamente al collasso del sistema sociale (prospettiva progressista) o al decadimento dei valori umani (prospettiva repubblicana). Tra le due vie spicca l’impavida prospettiva del regista Kirk Jones (“chi??”), il cui contributo, rispetto all’originale di Giuseppe Tornatore e Tonino Guerra (“Gianni!”), si limita a ridurre il numero di figli da cinque a quattro. In secondo luogo, un buon numero di figli consente di sopperire con la quantità di intrecci alle falle di un misero sviluppo nelle relazioni tra i protagonisti.
Il tour di Frank si rivela un’idea a dir poco fallimentare. Artificiosamente cortese è l’accoglienza che gli viene riservata dai figli, ciascuno impegnato a nascondergli due ordini di verità, a) perché il figlio David non si sia fatto trovare, e b) il bilancio delle loro esistenze. Un inesorabile stillicidio di retorica for dummies.
Frank è sui sessanta, e sicuramente non è al passo coi tempi. Mio padre è sui sessanta e certo non usa le chat (spero), ma sa benissimo che un trolley ha le ruote e un manico estraibile, e se mi fosse mai passato per la testa di toglierglielo dalle mani per aprirlo, avrei ricevuto quantomeno uno sguardo incazzato. Il problema di Frank è piuttosto un altro: vede i figli ancora piccoli, al posto di quelli reali. Non solo. Nelle visioni i suoi bambini, che sfoggiano peraltro un’articolazione di pensiero adulta, illustrano la propria reale situazione, i disagi e i tormenti, nell’ansia di averlo deluso. Insomma, Frank è strafatto, e in sogno realizza di essere stato un padre troppo severo e di aver lasciato il ruolo del genitore comprensivo alla moglie defunta (ovviamente parla anche con lei). Come se non bastasse, il film ci regala anche un secondo sogno, che propone il De Niro di oggi a tavola con i figli di ieri che gli fanno un cazziatone come si deve, in un giardino su cui si scatena pure un simbolico temporale.
C’era proprio bisogno di un approccio così didascalico? L’abbandono costante di qualsiasi forma di sobrietà nella regia non fa altro che eludere ogni possibilità di catarsi nello spettatore, sostituita dalla frustrante ricerca del pianto a tutti i costi.
Risparmio ogni commento sulla scena in cui il protagonista, di notte in un bar per camionisti, ha uno scambio di battute con un novantenne che sembra un corleonese teletrasportato lì a sua insaputa, al solo fine di deprimere il nostro sul suo stato di abbandono dalla famiglia.
Tuttavia una nota lieta c’è: per la prima volta si vede Sam Rockwell vivere di rendita. L’attore si limita a riprendere le sue espressioni disincantate e alienate, con cui ci ha conquistati in Confessioni di una mente pericolosa e soprattutto Moon, per una piccola parte che è poco più di un cameo con l’aria, però, della meritatissima consacrazione.
Prima lezione imparata: non è più il caso di domandarsi quale sia il senso di un remake. Non c’è risposta. Forse è proprio la domanda che non ha da porsi. Chiedo scusa, colpa mia.
Seconda lezione: dopo il 1997 (anno di uscita di Sesso e potere e Jackie Brown), oppure, al più, dopo il ’98 (Ronin) dev’essersi incrinato qualcosa nel rapporto tra De Niro e il suo agente.
Umberto Musone
non ho visto questo film e nemmeno l’originale (e trattandosi di tornatore penso che non rimedierò mai), ma mi sembra un po’ sulla falsariga di “a proposito di schmidt” con jack nicholson. concordo sulla grandezza di sam rockwell!
alberto
è vero, sembra molto a proposito di schmidt, che però era molto meglio. aveva meno pretese ed era più essenziale
Ahah, sono d’accordo con tutto. La chiusa poi mi ha fatto molto ridere. Io aggiungerei alle scene che mi hanno lasciata davvero di stucco, quella di Frank in stazione che viene attaccato da quel ragazzo…
Detto questo qualcosa di apprezzabile (tipo colonna sonora per esempio e qualche sequenza all’inizio) c’era…peccato che poi si perde tutto in un retoricismo, pietismo, stucchevolismo (giusto per fare rima…) e via dicendo, che davvero fa cadere le braccia.
Volevo far notare a umbem che il suo nick è l’anagramma di “beumm”
A me invece è piaciuto. Certo forse è un pò troppo patetico, ma l’ho trovato godibile.
CST
grazie alessandra! in effetti la scena dell’aggressione avrebbe meritato di esser citata. Avrebbero potuto renderla ancora più patetica, aggiungendo il riff di piano che c’è in scrubs quando jd subisce una batosta emotiva.
alla fine credo possa andar bene come dvd da vedere a tempo perso a casa.
vorrei sottolineare tutta la mia ammirazione per scazuffi, che ha scovato l’anagramma, sfoggiando (a ragione) tutta l’esperienza maturata (a differenza mia, tempo sprecato) guardando “che fine ha fatto carmen san diego”.
L’ennesimo cinetacchino con farcitura (d’-ismi) indigesta, concordo.
(Terza lezione, Umbem: mai far scegliere i film a *ahem* ALTRI)
Loredana
Ma soprattutto il mitico De Niro che forse non è più tanto mitico.
In altri film la sua semplice presenza dava carisma ed autorevolezza ai personaggi. Adesso solo smorfiette e mossette come capita a volte a Di Caprio.
Il film, vedo, che oggettivamente è considerato un brutto film. Concordo con tutti
A presto Sandro