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Archivio per febbraio 2011

127 ore

127 HOURS (Usa-Uk 2010)

locandina 127 ore

Esiste una categoria di film horror/d’azione – particolarmente diffusa nell’ultimo decennio o giù di lì – che prevede una situazione di blocco fisico del protagonista o dei protagonisti, costretti da cause naturali o no a rimanere intrappolati in un determinato posto (generalmente molto piccolo) per un lungo periodo. Che si tratti di una bara (Buried), di una seggiovia (Frozen) o dell’intero oceano (Open water) lo sviluppo è più o meno sempre lo stesso: i personaggi, di solito giovani, sono spensierati e felici, fino a quando a un certo punto non si accorgono di essere nei guai. Ne consegue panico, poi tentativi di razionalizzazione, poi sconforto, poi generalmente muore qualcuno e alla fine i migliori (o i più fortunati) si salvano. All’interno di questa categoria si possono ulteriormente distinguere altri due tipi di film: quelli rigorosi e quelli fantasiosi. I primi prevedono l’utilizzo di pochissimi mezzi tecnico-narrativi, limitandosi (spesso per ragioni di budget: stiamo parlando di produzioni generalmente non milionarie) a descrivere le azioni dei personaggi e i loro tentativi di salvarsi: non ce n’è per nessuno, lo spettatore è costretto come i protagonisti a stare in quel luogo malefico per tutta la durata del film. L’altra sottocategoria comprende invece i film che preferiscono cinematograficamente fuggire dalle trappole in cui sono intrappolati i personaggi, svolazzando qua e là tra ricordi, sogni, allucinazioni e quant’altro.

A questo genere appartiene anche 127 ore, ultima opera dell’ormai veterano e sempre sorprendente Danny Boyle. Che per raccontarci la storia (vera) di Aron Ralston, rimasto intrappolato con la mano sotto un masso in un canyon americano per cinque giorni, non ha esitato a mettere (appunto) mano a tutta la sua immaginazione, trasformando la più (potenzialmente) statica delle vicende tragicomiche mai accadute a un essere umano in un minestrone audiovisivo ipercinetico e delirante. In questi 90 minuti c’è davvero di tutto: montaggio velocissimo + musica assordante in stile videoclip, passaggi che sembrano uno spot della Gatorade, allucinazioni postpsichedeliche, riprese in stile Google Earth e altre à la National Geographic, tanti colori, tanti suoni e tanto tanto di tanto altro. Il tutto con un approccio narrativo iperamericano/ottimista che sembra urlare Yes we can da tutte le parti, anche quando il povero Aron si trova costretto, per salvarsi la vita, a fare cose che un essere umano non vorrebbe mai fare – e farsi.

Un film fondamentalmente inutile, ma di un’inutilità giocosa e appassionante che non può che contagiare chiunque si approcci a questa pellicola senza troppa puzza sotto il naso. Valore aggiunto: l’interpretazione di James Franco – sì, il buoncattivo di Spider-man recentemente anche nei panni ingombranti ma ben vestiti di Allen Ginsberg. Che, lasciato tutto solo per tre quarti di film (come Tom Hanks in Cast away), se la cava alla grande – sicuramente meglio di quel bietolone di Ryan Reynolds in Buried.

Alberto Gallo

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un gelido inverno

WINTER’S BONE (Usa 2010)

locandina un gelido inverno

I
Di Winter’s bone (Un gelido inverno nella traduzione italiana, una volta tanto dignitosa) si possono dire tonnellate di cose, in quanto la pellicola ha il pregio, più unico che raro di questi tempi, di riuscire a concentrare numerose tematiche e chiavi di lettura a partire da una sceneggiatura semplice, una trama, una storia, un filo logico da seguire. E pure in Winter’s bone si può rintracciare quella tendenza che è stata al centro dell’interesse della narratologia contemporanea, e cioè una struttura che costruisce un senso attraverso l’artificio del racconto e che ha trovato nella Recherche di Marcel Proust uno degli oggetti di analisi preferiti, un esito quasi spontaneo di quella letteratura francese che a partire dal XVIII secolo “inventa” il romanzo moderno e lo decostruisce con il susseguirsi di autori quali Stendhal, Flaubert, Balzac (fino ad arrivare, appunto, a Proust) e dei capolavori che hanno prodotto nell’arco delle rispettive carriere. Indicare questa chiave di lettura, tra le diverse possibili, serve a collocare Winter’s bone tra le opere nient’affatto semplici della cinematografia dei nostri giorni, e a premettere che questo è un grande film.
Ambientato in un metaforico gelido inverno per lo più dei sentimenti, il film racconta di una famiglia proveniente dalla più bassa underclass statunitense, composta da una madre ammutolita dalla durezza della vita, due figli piccoli – un bambino e una bambina – e una figlia diciassettenne, Ree, costretta ad assumere il ruolo di capofamiglia, occupandosi di ruoli tradizionalmente femminili quali la preparazione del cibo e la cura dei bambini, ma anche maschili, come lo spaccare la legna (siamo in una località montana) e la caccia. A tal proposito, in antropologia si definisce come “liminale” una condizione intermedia tra una fase particolare della vita e l’altra, cioè quello stare in mezzo a due situazioni, sostare all’ingresso di una prima di entrare a pieno nell’altra. Non c’è descrizione migliore per questo film. La protagonista ambisce alla maternità, la invidia, ma è chiamata a ignorarla per svolgere quei compiti che sarebbero del padre; sente il bisogno di comportarsi da adulto, ma non ha ancora raggiunto l’età ufficiale per essere considerata tale, mancando anche di quell’esperienza di vita vissuta che sancirebbe una maturità “ufficiosa”, riconosciuta dai propri simili prima del tempo dovuto. La posizione della sua famiglia è altrettanto ambigua, poiché prossima allo sfratto e alla dispersione dei suoi componenti. Senza dimenticare quella questione di sangue, quello screzio irrisolto tra famiglie riguardo a certe attività di dubbia moralità, che rende impossibile ogni tipo di solidarietà tra parenti e compaesani.
Dov’è finito il padre di Ree, la chiave che risolverebbe in un colpo solo tutte queste situazioni e riattiverebbe le consuetudini sociali all’interno della comunità? Lui sta all’intreccio del film come il tempo perduto al racconto di Proust: è quella ricerca di un senso compiuto in un’esistenza che barcolla tra la normalità e una sorta di perversione che spaventa, incarnata in questa famiglia che rompe gli schemi dell’interazione quotidiana tra famiglie povere, fondata sulla violenza maschile, in cui le donne diventano strumenti di durezza e di violenza, sottomesse al dolore e alla crudeltà dei propri compagni. Ree indossa i panni scomodi di un poverissimo e disperato Telemaco che rincorre il padre senza perdere di vista il declino irreversibile di quel regno di rottami e fame che è la sua famiglia. Un film complicato, crudo, che si muove con insospettata eleganza in un contesto dominato dalla violenza più cruda. Un film che inquieta, addolora, colpisce, insegna. Come un grande rituale di iniziazione colto sul farsi, coinvolge tutti a livelli diversi e trasforma tutti, dai cinefili più ossessionati agli spettatori più distratti.
L’unico dubbio è per quello scoiattolo, squartato a metà film. Non sono sicuro di avere una posizione certa a riguardo. So che alcuni sono disgustati da certi tipi di scelte, io ancora non lo so. Così, a caldo, mi sembra ingiusto; ma se è davvero importante, ancora non lo so.
Francesco Rigoni

II
Come Juno Ree è una ragazzina cresciuta troppo in fretta. Come Ann (Sarah Polley in La mia vita senza me) deve badare al sostentamento della sua famiglia nonostante tutte le avversità. Come Mattie nel recentissimo Il Grinta si è messa in testa di vendicare la morte del padre. Come Rosetta nel film dei fratelli Dardenne vive nella miseria più nera. Un personaggio femminile giovane ma per niente bambinesco, un’anti-Amelie sepolta di peso nella più triste delle realtà suburbane. Siamo in America nei nostri giorni, ma potrebbe essere il Medioevo.
Si è parlato molto e molto bene di questo Winter’s bone, secondo lungometraggio di Debra Granik che ha vinto praticamente tutto ciò che c’era da vincere: Sundance, Torino Film Festival, quattro nomination agli Oscar… Per quanto mi riguarda non riesco sinceramente a condividere tutto questo entusiasmo. Sarà che le aspettative erano alte (capolavoro è stato il termine più gettonato un po’ dappertutto, tra i critici come tra i miei amici), sarà che i film indipendenti americani di provincia ormai si somigliano tutti – stesse location, stessa luce fredda blu-grigiastra, stesse riprese un po’ traballanti, tanti silenzi interrotti da scoppi di violenza esibita in tutto il suo orrore, personaggi borderline… Non posso negare, in ogni caso, che si tratti di un bel film, specialmente in virtù dell’ottima interpretazione della protagonista (Jennifer Lawrence: vent’anni e una bellezza abbagliante) e di un finale che riesce a essere, miracolosamente, ottimista e non banale.
Alberto Gallo

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TRUE GRIT (Usa 2010)

locandina il grinta

Il cinema dei fratelli Coen sta all’America tutta (ma in particolare all’America piccola, di provincia) come quello di Martin Scorsese sta a New York: è un cinema che, attraverso una grande varietà di generi, registri e stili, rimbalzando tra i decenni, talvolta tra i secoli, ha saputo e sa indagare nella società e nella storia di quel grande e lontano Paese, arrivando, col tempo e forse in maniera casuale, sicuramente involontaria, a creare dell’America una mitologia per immagini, un lacunoso corso di storia contemporanea capace di leggere tra le righe di un luogo forse mai esistito, con affetto, timore e feroce ironia. Un percorso, quello dei fratelli del Minnesota, che attraverso gli anni Cinquanta (Mister Hula Hoop) e il decennio successivo (A serious man), gli anni Quaranta (Fratello, dove sei?) e il decennio precedente (Crocevia della morte), fino ai giorni nostri (che erano gli anni Novanta del Grande Lebowski e il XXI secolo di Burn after reading) giunge ora al suo approdo più naturale, il genere con cui grandissima parte dei maggiori registi di Hollywood ha, prima o poi, dovuto fare i conti: il western.

Un confronto che si sviluppa tutto sommato in maniera abbastanza tradizionale, senza grandi scossoni e innovazioni, quasi con timore reverenziale: Il Grinta non appartiene al filone di quei western (Il mucchio selvaggio, Per un pugno di dollari, Gli spietati…) che hanno voluto e saputo, in modi anche molto diversi, portare avanti un genere ormai antichissimo, innovarlo, conferirgli nuovi significati. E d’altronde non è che se ne sentisse la necessità, considerato anche il fatto che, a modo loro, i Coen un western innovativo l’avevano già diretto, e si chiamava Non è un paese per vecchi. No, Il Grinta non è un’opera geniale e innovativa, e non verrà ricordato come il film (l’ennesimo) che ha fatto risorgere il genere western. Eppure si tratta comunque di una pellicola bellissima, esteticamente meravigliosa, recitata benissimo e toccante.

Protagonista è il vecchio sceriffo Rooster Cogburn, ubriacone e violento ma ovviamente, sotto sotto, un uomo dal cuore d’oro. Accanto a lui la giovane Mattie Ross, decisa a vendicare, attraverso la pistola di Cogburn, da lei assoldato come bounty killer, la morte del padre, ucciso dal fuorilegge Tom Chaney. Il film è tutto qui, un road movie d’inseguimento (cfr. Sentieri selvaggi) che procede, lentamente, con le cadenze di una fiaba: c’è un eroe (anzi due, anzi tre se consideriamo anche il texas ranger LaBoeuf), c’è una missione da compiere, ci sono degli ostacoli da superare e c’è un antieroe da punire. Come in tutte le favole l’obiettivo alla fine viene raggiunto, ma a quale prezzo?

È tutto perfetto in questo film: è perfetta l’incredibile fotografia, è perfetta l’alternanza tra scene d’azione e altre di quiete, è perfetto il bilanciamento di ironia e malinconia… Forse solo la resa dei conti nel pre-finale è un po’ sbrigativa, risolvendosi con una sparatoria non molto originale e una serie di coincidenze/ribaltamenti poco credibile. Ed è perfetta, come dimenticarlo, la prova del cast, con un Jeff Bridges alla sua interpretazione migliore dai tempi del Dude, un Matt Damon (l’attore più sopravvalutato di Hollywood) finalmente libero da quei ruoli pesanti e lacrimosi che da sempre caratterizzano la sua carriera e, soprattutto, la sorprendente Hailee Steinfeld, classe 1996: speriamo che non faccia la fine dei tanti attori adolescenti usa e getta che affollano i set americani.
Che bel film, grazie fratelli Joel e Ethan Coen! Candidato a dieci-dico-dieci premi Oscar, almeno tre li meriterebbe.

Alberto Gallo

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tv.b. / 5 (scrubs)

scrubs 1

SCRUBS (stagioni 1-8)*

La serie tv che più di ogni altra ha segnato la mia giovinezza. E per giovinezza intendo il periodo, per ora, più bello della mia vita, ovvero gli anni dell’università. Ricordo decine di puntate viste con i miei amici su Mtv, battute citate in gran quantità, serate di studio intervallate da qualche episodio visto di straforo, cofanetti dvd con le serie complete comprati come regali di laurea… Credo addirittura che Superman, canzone dei titoli di testa di questo serial, sia stata in assoluto la prima canzone che ho scaricato in vita mia – con un programma antidiluviano che si chiamava WinMX. Insomma, capirete che non sarò proprio oggettivo nel giudicare una serie nei confronti della quale provo un grande affetto e i cui protagonisti, come talvolta mi accade con film e telefilm, mi sono spesso sembrati uno specchio fedele degli alti e bassi della mia vita. Sigh.

Ma andiamo con ordine.

Quando: i giorni nostri (che poi ormai non sono più così tanto nostri, dal momento che la prima serie è andata in onda nel 2001 – l’ultima nel 2010). Dove: il Sacred Heart Hospital, in America. Chi: dottori, infermieri, inservienti, avvocati… Insomma, tutto l’entourage necessario a far andare avanti un ospedale. E ovviamente i pazienti. Protagonista è il giovane medico J.D., il cui monologo interiore (ora puerile, ora onirico, ora riflessivo) funge da voce narrante e punto di vista delle vicende che coinvolgono tutti i personaggi. Accanto a lui il suo migliore amico Turk, l’infermiera Carla, Elliot (di cui J.D. è innamorato) e il terribile dottor Cox, sorta di House ante litteram e mentore di J.D. Gli episodi alternano quasi sempre storie ospedaliere mediamente tristi (particolarmente importante è il rapporto medico-paziente), che permettono agli specializzandi di crescere come professionisti e come persone, e storie di contorno – generalmente più leggere – che scavano nella vita privata dei protagonisti.

scrubs2

Strana serie, Scrubs. Strana e abbastanza difficile da giudicare in quanto, ben più di molti altri telefilm, alterna momenti di pura comicità ad altri piuttosto tristi e riflessivi (non a caso Wikipedia lo classifica come “comedy-drama television series”). In generale si può dire che si tratti di un telefilm leggero al 70 per cento e “pesante” per il restante 30. I momenti di maggiore ilarità sono quelli che illustrano la mente ridicolmente deviata di J.D., cui basta una parola, un’immagine o un ricordo per scatenarsi in siparietti assurdi e demenziali. J.D. è un ragazzo che vive in un mondo tutto suo, un mondo tutto sommato felice e un po’ puerile che spesso cozza in maniera anche drammatica con la realtà (ospedaliera e sentimentale) che lo circonda. A riportarlo sulla Terra è quasi sempre il dottor Cox, personaggio duro-ma-giusto per eccellenza, i cui cattivissimi ed elaboratissimi rimproveri/insulti sono le lezioni di vita di cui i medici alle prime armi hanno davvero bisogno, anche se spesso non lo sanno – certo, la sua abitudine di appellare sempre J.D. con nomi femminili non è forse l’atteggiamento più educativo del mondo, ma dopo le prime volte nessuno ci fa più caso, e questo uso diventa più che altro sintomo del disagio dello stesso Cox, quasi condannato dal suo stesso carattere solitario e scontroso a insultare tutti in qualsiasi occasione.

Eppure, altra stranezza di Scrubs, Cox non è il solo stronzo della situazione. Anzi, si può dire che quasi tutti gli anziani dell’ospedale siano piuttosto cattivelli. Parlo di stranezza perché, per essere una serie, come si diceva, così leggera, la quantità di cattiveria è assolutamente notevole. Cattivo è il dottor Kelso, primario di medicina e arcinemico di Cox; cattiva è Jordan, ex poi nuovamente moglie di Cox; cattivissimo è l’Inserviente (di cui non sappiamo il vero nome), il cui principale scopo nella vita è rendere impossibile l’esistenza di J.D. attraverso scherzetti e dispetti di ogni genere. Ma ovviamente non c’è solo stronzaggine in Scrubs, che attraverso i personaggi più giovani (Carla, Turk, Elliot e ovviamente J.D.) sa illustrare in modo molto originale e a tratti commovente concetti/sentimenti profondi e positivamente umani come l’amicizia, l’amore, l’insicurezza e il passaggio dalla giovinezza all’età adulta (sarà per questo, forse, che mi sono/ci siamo tanti affezionati a questa serie: i protagonisti sono cresciuti con noi, e noi con loro).

Meno notevole è il discorso tecnico-qualitativo: Scrubs è un serial carino, ben confezionato, ma non raggiunge certo (se non in rari casi, specialmente nelle stagioni 3 e 4) le vette artistiche e le ambizioni di molti altri telefilm coevi. In ogni caso è stato un grandissimo e durevole successo commerciale, tanto che Mtv ne trasmette le repliche praticamente senza interruzione da quasi un decennio. Cosa che ha anche permesso alla produzione di assoldare come special guest celebrità hollywoodiane del calibro di Michael J. Fox, Colin Farrell, Brendan Fraser, Dick Van Dyke e Courteney Cox. Non sarà il telefilm più bello del mondo, ma – che diamine! – ci si può affezionare un bel po’ anche ai prodotti (come alle persone) non così eccezionali.

Alberto Gallo

*Non ho preso in considerazione la stagione 9, sorta di spin-off con nuovi protagonisti e un taglio diverso.

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il cigno nero

BLACK SWAN (Usa 2010)

locandina il cigno nero

Difficile, difficilissimo dare un giudizio univoco su questo film, l’ultima fatica (è proprio il caso di dirlo: da questi 110 minuti di pellicola trasuda uno sforzo estetico veramente fuori dal comune) del regista più sopravvalutato, sottovalutato, amato e odiato di Hollywood, Darren Aronofsky. Il cigno nero. Sublime sotto certi aspetti e scontato – se non addirittura ridicolo – sotto altri.

Protagonista è Nina, giovane e timida ballerina di New York scelta per interpretare la parte principale nel Lago dei cigni. Accanto a lei il viscido e severissimo coreografo Thomas, l’ex stella del balletto Beth, troppo vecchia per brillare ancora, e l’ambiziosa Lily. Chi è Lily? Una semplice (per quanto spietata) rivale di Nina o una pericolosa proiezione inconscia della stessa ballerina, sconvolta dalla tensione e dalla doppiezza del personaggio (cigno bianco/cigno nero) che dovrà interpretare nello spettacolo?

Ed è proprio in questa domanda che risiede il sostanziale fallimento del film. Film che si ritorce su se stesso nel tentativo – ovvio – di trasmettere allo spettatore un solo concetto, già sfruttato mille volte nella storia del cinema e ancora prima della letteratura: il tema del doppio. Sorta di moderno William Wilson al femminile, Nina è se stessa ma è anche la negazione di se stessa, il suo lato oscuro scatenato dal demone dell’arte. Concetto che ci viene spiegato e rispiegato con mille metafore visive davvero facilone: Nina e Lily che rispondono contemporaneamente al cellulare (una illuminata, l’altra in ombra), Nina e Lily vestita una di bianco e l’altra di nero, Nina e Lily che si accapigliano ma poi alla fine è la sola Nina a prenderla con se stessa davanti allo specchio… Insomma, se Aronofsky e i suoi (quattro) sceneggiatori avessero deciso di dare un po’ più di fiducia al pubblico, evitando di cadere nelle trappole dello spiegone a tutti i costi, il film ne avrebbe certamente guadagnato. Anche perché il tema del doppio, come dire, si sdoppia, essendo Nina vittima non solo di se stessa, ma anche del testo che deve interpretare, trasformandosi gradualmente (nella sua testa? nella realtà?) in un vero e proprio cigno nero. Metamorfosi che ci viene illustrata alla maniera un po’ vomitevole della Mosca di Cronenberg: pelle che si squama, piume nere che fuoriescono dalle scapole, gambe che si spezzano assumendo un aspetto volatile, piedi che diventano palmati… (E non si tratta degli unici elementi horror della pellicola, che sotto certi aspetti – il sesso vissuto come colpa, l’uso spaventevole di specchi e stanze vuote/buie – ricorda da vicino il Polanski di Repulsion. Mentre la tematica dell’orgasmo mancato ha un qualcosa di buñueliano). Se il binomio Nina/Lily è palesemente scontato, quello Nina/cigno nero è di valore (estetico) soggettivo: magari qualcuno lo troverà geniale, per me si tratta di un’invenzione ridicola. Specialmente quando la ballerina, cercando di strozzare la rivale, si ritrova tra le mani il collo lungo e duro di un enorme cigno umano. Prendere o lasciare.

Decisamente notevole, in senso positivo, è invece il discorso tecnico-registico, dove viene fuori tutto l’indiscutibile virtuosismo di questo indecifrabile regista. Particolarmente riuscite le scene di ballo (sia le prove sia lo spettacolo finale), in cui la telecamera, spesso traballante, insegue da vicino gli artisti girando loro intorno, mostrando il loro sguardo in soggettiva, danzando a sua volta. Viene da pensare che se Aronofsky decidesse di occuparsi delle riprese di un vero balletto, senza la preoccupazione di metterci attorno una storia, ne verrebbe fuori qualcosa di straordinario. Come straordinaria è l’interpretazione della protagonista Natalie Portman, ennesima conferma (cfr. V per Vendetta, L’ultimo inquisitore…) del fatto che questa attrice 29enne è il più grande talento della sua generazione. Candidata all’Oscar: se non ora quando?

Alberto Gallo

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tv.b. / 4 (house)

house - greg e lisa

HOUSE

Se dovessimo schematizzare la qualità di una serie tv attraverso quelli che, secondo me, sono i tre parametri fondamentali, ovvero la qualità estetica (regia, fotografia, ambienti…), l’interesse del plot (ovvero, semplicemente, quanto è coinvolgente la trama) e la bellezza dei personaggi (livello di identificazione spettatore-protagonisti), sebbene questo terzo criterio sia fondamentalmente soggettivo, quella che otterrebbe il punteggio maggiore sarebbe senza dubbio House. Che personalmente ritengo il livello più alto mai raggiunto da una produzione televisiva di fiction. Se a questi tre parametri aggiungiamo elementi come la bravura degli interpreti e il fatto, più unico che raro (cfr. Lost), che in sette stagioni (2004-2011, per un totale di 144 episodi) la qualità del prodotto non è calata nemmeno un po’, la conclusione è solo una: capolavoro.

La vicenda, a grandi linee, la conoscono ormai anche i sassi: Gregory House è un medico (un diagnosta, per la precisione) scorbutico e geniale. Misantropo, tossicodipendente, zoppo, perfido, manipolatore, egoista, puttaniere e quant’altro. Eppure, anzi di conseguenza, estremamente umano, tanto che è difficile non volergli almeno un po’ di bene – a distanza. Intorno a lui un entourage che cambia parzialmente di stagione in stagione ma che ha come punti fermi l’oncologo James Wilson, migliore amico – suo malgrado – e confidente di House, la direttrice dell’ospedale Lisa Cuddy, il cui rapporto con il suo dipendente più talentuoso è riassumibile banalmente con il classico odi et amo, e gli assistenti-colleghi Foreman, Cameron, Chase e via dicendo. Troppe e troppo importanti le cose da dire su questo serial, perciò, se permettete, come nel caso di Lost organizzerò il discorso per punti.

house - taub e tredici

1) Lo sviluppo narrativo. Semplicemente geniale: ogni singolo episodio di House è fruibile come prodotto a se stante, un mini-film di 40 minuti con un inizio, uno sviluppo e una fine, eppure ogni puntata è anche legata a quelle che la precedono attraverso a) una serie di sottotrame ricorrenti che possono durare cinque o sei episodi (es: House che deve scegliere i suoi nuovi assistenti, House che si trova in una clinica di disintossicazione, la Cuddy che vuole adottare un bambino…) e b) una macrotrama che, si può dire, va avanti da sé, imperniata sui grandi temi della vita di House e degli altri protagonisti. Appartengono a questa macro-categoria, per esempio, i rapporti tra House e la Cuddy oppure la patologia di House alla gamba, che lo spinge a drogarsi di Vicodin e ad essere, in generale, ciò che è. House, quindi, a differenza di Lost e di Mad men, è affrontabile sia come serie di episodi indipendenti uno dall’altro sia come una super-serie – coerente – da centinaia di episodi. Se volessimo fare un paragone molto lusinghiero si potrebbe per esempio accostare House alla serie di Heimat, specialmente il secondo volume. Notevole è anche lo sviluppo narrativo all’interno di ogni singola puntata, incentrato generalmente su un caso clinico da risolvere, al quale si affianca un episodio, generalmente più leggero, della vita privata di House o dei suoi colleghi. E qui i soliti rompiscatole, magari studenti al primo anno di medicina, vi diranno che la trama è improbabile, che generalmente non è così difficile capire la patologia di un paziente, che i metodi di House sono assurdi eccetera eccetera eccetera. Ebbene, può darsi, ma vi ricordo che stiamo parlando di una serie tv, non di una lezione di anatomia, e che l’unica coerenza necessaria in questo caso è quella estetico-narrativa. E d’altronde se le malattie dei pazienti di House fossero così facili da scoprire la serie nemmeno esisterebbe. Il metodo utilizzato dai medici del Princeton-Plainsboro è quello classico “alla Sherlock Holmes”, come se la malattia fosse un mistero da risolvere o un crimine di cui trovare il colpevole. Curioso il fatto che proprio la miniserie Sherlock (tre episodi) prodotta dalla Bbc nel 2010 abbia come protagonista un personaggio che è una palese scopiazzatura di House. Spalleggiato da un altro personaggio (l’immancabile dottor Watson) che è una palese scopiazzatura di Wilson.

2) La varietà dei registri. Sarebbe impossibile, specialmente per quanto riguarda la macrotrama, sopportare ore e ore di malattie, di casi clinici disperati, di sofferenze psicologiche, di incomunicabilità sentimentale e via dicendo. Gli autori di House hanno pertanto scolpito la loro creatura in modi molto variegati, alternando i sentimenti, soppesando con saggezza tristezza e leggerezza, concedendo allo spettatore momenti di tensione e altri di distensione. House riesce a commuovere, a disgustare, a divertire (certi siparietti sono decisamente comici) e a far incazzare lo spettatore con la stessa naturalezza e la stessa eleganza, senza mai strafare in un senso o nell’altro. La storia di odio e amore tra Greg e Lisa, ad esempio, ci mette sei stagioni e decine di episodi a concretizzarsi (in questo, come in Lost, c’è un leggero effetto telenovela), eppure non si arriva mai a pensare che il brodo è stato allungato eccessivamente o che la sceneggiatura non sa dove andare a parare. Tutto, in House, è costruito in modo perfetto, senza sbavature e senza esagerazioni in alcuna direzione.

3) La qualità estetica delle serie. Impeccabile. Attori, regia, fotografia, musiche… tutto pressochè perfetto, elegante, mai banale. Basti pensare che la serie è prodotta, tra gli altri, dal regista Bryan Singer (quello dei Soliti sospetti) e che in cabina di regia si sono alternati nomi come lo stesso Singer e Juan Campanella, premio Oscar per il meraviglioso Il segreto nei suoi occhi. La musica dell’opening sequence è invece affidata a Teardrop dei Massive Attack. Che altro aggiungere? Chapeau.

Alberto Gallo

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tv.b. / 3 (mad men)

mad men - joan

MAD MEN (stagioni 1 e 2)

Se Lost rappresenta, in ambito televisivo, il non plus ultra circa gli aspetti di plot e coinvolgimento emotivo spettatore-personaggio, Mad men è invece il serial più esteticamente curato, raffinato e perfetto che si sia mai visto sul piccolo schermo.

Ambientato a New York e dintorni nei primi anni Sessanta, si muove intorno ai dipendenti dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, di cui fanno parte il donnaiolo direttore creativo Don Draper, la segretaria (poi copywriter) Peggy Olson, la crudele e provocante Joan Holloway, il giovane e ambizioso Pete Campbell e le loro rispettive famiglie. È incredibile lo sfarzo, la cura per il dettaglio, l’eleganza formale che trasudano da ogni singolo fotogramma di Mad men: ogni oggetto, ogni poster, ogni accessorio, persino la marca delle sigarette fumate dai personaggi… nulla è lasciato al caso, e tutti i dettagli contribuiscono alla costruzione di un’atmosfera che ricorda da vicino quella presente in alcuni film come Far from heaven, Revolutionary road e parte di The hours. Atmosfera invero alquanto inquietante, in cui la bellezza estetica di ambienti, attori e costumi si fonde alla perfezione con le ingiustizie di una società sotto certi aspetti ancora peggiore di quella attuale. Senza calcare troppo la mano su aspetti politico-sociali (Mad men non è né vuole essere un serial di denuncia), ogni puntata affronta a viso aperto le ingiustizie, le ipocrisie e la fondamentale tristezza degli anni Sessanta in America: sessismo, discriminazione razziale, discrepanze economico-sociali, spietatezza del mondo degli affari, tradimenti coniugali, omofobia, alcolismo, scorrettezza politica… ce n’è per tutti i gusti. Il mondo di Mad men, immerso nella cupa atmosfera della guerra fredda, è un mondo di squali in cui solo i più spietati e i più furbi (o i più ingenui) riescono a sopravvivere. E la cosa notevole è che tutto viene narrato senza grandi colpi di scena, senza scene madre, senza avvenimenti straordinari, all’insegna di un’asciuttezza narrativa e di un rigore formale veramente rari per un prodotto televisivo – cosa che, allo spettatore occasionale, potrebbe anche far storcere il naso: il rischio noia è sempre dietro l’angolo. I principali ribaltamenti narrativi di questo serial nascono dall’interiorità dei personaggi, dai ricordi ingombranti del loro passato, dal loro senso di inadeguatezza rispetto al mondo in cui si trovano, piuttosto che da eventi oggettivamente notevoli. Anche in questo caso, dunque, come in Lost (anche se per motivi completamente diversi), è necessario seguire ogni episodio con grande attenzione se si vuole coglierne il significato profondo.

mad men - sterling e draper

Coerenti con la loro missione di esploratori della mente e dei sentimenti umani, gli autori di Mad men hanno deciso di mettere in secondo piano anche il contesto storico: sappiamo della campagna elettorale di Kennedy contro Nixon (la strategia di quest’ultimo è curata proprio dalla Sterling Cooper, azienda super-conservatrice), sappiamo del “pericolo rosso”, sappiamo che Marilyn Monroe e Jacqueline Bouvier erano i punti di riferimento estetici per le donne dell’epoca, viene citato Bob Dylan, ma poco altro ci viene detto, tanto che i piccoli riferimenti storico-politico-sociali presenti in qualche episodio risultano comprensibili solo a chi già possiede una conoscenza almeno basilare di quel contesto (condizione, più difficile per noi non-americani, che arricchisce evidentemente la fruizione del testo).* Eppure, con trovata geniale, il passare del tempo viene comunque scandito, ma da elementi apparentemente poco significativi come l’arrivo, in ufficio, della prima fotocopiatrice o l’uscita al cinema di determinati film (per esempio nella prima stagione viene citato L’appartamento di Billy Wilder, film che illustra vicende molto simili a quelle narrate in alcuni episodi di Mad men).

Geniale sin dalla bellissima e stilosissima title sequence (che ricorda da vicino i lavori di Saul Bass), parodiata anche in una puntata dei Simpson, Mad men (partito nel 2007 e ancora in produzione) è uno dei serial televisivi più premiati di tutti i tempi. A buona ragione.

Alberto Gallo

*Fa eccezione l’ultima puntata della seconda stagione, interamente incentrata sulla crisi missilistica cubana.

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tv.b. / 2 (bored to death)

bored to death - 1

BORED TO DEATH

Cosa fare se: a) la tua ragazza ti ha mollato, b) la tua carriera da scrittore, nonostante un promettente inizio, stenta a decollare, c) la tua stessa intera esistenza è di una noia mortale? Semplice: si può mettere un annuncio su craiglist.com spacciandosi per investigatore privato e inventarsi una vita (più o meno) nuova di zecca. Certo, se vivi a Manhattan le cose saranno sicuramente più facili. Se poi i tuoi migliori amici sono un editore milionario e un autore di fumetti che passa il 90 per cento delle sue giornate a fumare erba allora il gioco è fatto. L’annoiato in questione risponde al nome di Jonathan Ames (che guarda caso è anche il nome dell’autore e produttore della serie), trentenne intellettuale, timido, un po’ sfigato e molto ebreo newyorkese. Le cui avventure, tra cocktail in super-attici, “duelli” sul ring, tentativi di riconquistare la bella Suzanne e una serie infinita di fughe precipitose da malavitosi sui generis, sembrano un improbabile miscuglio tra le storie di Raymond Chandler e quelle di Woody Allen.

bored to death - 2

Prodotto dalla Hbo, Bored to death (due stagioni tra il 2009 e il 2010, per ora) è un delicatissimo, divertentissimo e – per i canoni televisivi – coltissimo pastiche di action all’acqua di rose e sentimentalismo, un serial che fa dell’amore per la letteratura e per certo cinema americano intelligente e leggero i suoi punti di forza. Per non parlare del cast, di livello cinematografico, il cui protagonista Jason Schwartzman (attore feticcio di Wes Anderson, già in Rushmore, Il treno per il Darjeeling e Scott Pilgrim vs. the world), con la sua espressione un po’ triste e la sua eleganza tendente al nerd, sembra nato apposta per interpretare questa parte. Accanto a lui altre facce più o meno note come l’americanissimo mascellone Ted Danson nella parte del vecchio editore bevitore e donnaiolo e Zach Galifianakis, già visto in Una notte da leoni, da qualche anno lo strambo per eccellenza del cinema hollywoodiano. E di tanto in tanto, nei 25 minuti di ogni episodio (che forse stanno un po’ stretti ad avventure che avrebbero bisogno di più respiro), c’è spazio anche per qualche comparsata eccellente, come Jim Jarmusch e… Kevin Bacon.

Troppo ricercato, old fashioned e sotto tono per diventare un grande successo televisivo, Bored to death è un serial unico nel suo genere. Personalmente, nonostante qualche eccesso di stupidità demenziale e di fighettume intellettuale radicalchicaltolocato, lo trovo bellissimo, originale e a tratti geniale. Uno di quei rari casi in cui è impossibile non immedesimarsi, almeno un po’ e almeno per chi, come me, ogni tanto si sente piuttosto annoiato e deluso da questo baraccone chiamato società, nelle vicissitudini del protagonista. E certi lampi di umorismo surreale sono davvero da antologia.

Alberto Gallo

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tv.b. / 1 (lost)

Non mi sono mai occupato di televisione, ma per una volta, dopo anni e anni passati a vedere serie tv, ho deciso di cimentarmi anche in questo ambito e sbilanciarmi in qualche opinione sui serial recenti che ho seguito con maggiore interesse. Comincerò con Lost e nelle prossime puntate mi occuperò di Bored to death, House, Mad men, Scrubs e Boris.

lost - kate e sawyer

LOST

Il grande amore televisivo della mia vita. La serie che prima e più di ogni altra ha portato oltre il livello di – semplicemente – bellezza, spessore ed elaborazione richiesto alle produzioni per il piccolo schermo. La premessa narrativa è apparentemente semplice, quasi elementare: un gruppo di persone che per lo più non si conoscono, in volo dall’Australia agli Stati Uniti, precipita con l’aereo su un’isola del pacifico ignota al resto del mondo. C’è un medico, una fuggitiva, un grassone che ha vinto alla lotteria, un truffatore, una rockstar fallita e varia altra umanità.
Ma l’isola non è ciò che sembra.
Innanzitutto perché non è disabitata (da qualche parte, nascosti nella fitta vegetazione tropicale, “gli altri” tramano piani indecifrabili e crudeli), ma soprattutto perché nasconde una serie infinita di misteri e trabocchetti: un bunker sepolto in profondità, il relitto di un altro aereo e quello di una nave antica, strane presenze che minacciano i sopravvissuti, guarigioni inspiegabili e improvvise… Insomma tanta, tanta carne al fuoco. Ma ridurre Lost alla pur elaboratissima serie di vicende avventurose/misteriose che si creano e si disfano in ogni episodio sarebbe una grave sottovalutazione di un testo che può essere letto in mille modi (e d’altronde se su internet è nata addirittura un’enciclopedia chiamata Lostpedia che ha Lost come esclusivo oggetto un motivo ci sarà).

Ecco dunque, in sintesi, gli elementi notevoli di questa serie prodotta dall’americana Abc.

lost - hurley

1) I personaggi e i rapporti che tra essi intercorrono. Lost è un serial emotivamente molto, molto coinvolgente: in 6 stagioni e 121 episodi, andati in onda tra il 2004 e il 2010, lo spettatore attento, quello che non si perde puntate e avvenimenti importanti, impara a conoscere i protagonisti come se fossero persone reali. E badate, io non sono uno di quelli che hanno pianto quando Friends è finito o quando è morta la mamma di Bambi, ma Lost è studiato apposta per far sì che lo spettatore abbia l’impressione di accompagnare in prima persona i protagonisti nelle loro avventure. L’immedesimazione è totale. Questo per due motivi: a) il patetismo di questa serie è pari più o meno a quello di una telenovela, di cui conserva anche i tempi dilatati e l’attenzione riposta alle storie d’amore, meglio se contrastate: non ho mai visto Beautiful, se non saltuariamente quando, da piccolo, mia nonna e mia sorella mi ci costringevano dopo pranzo, una volta alla settimana, ma credo che il triangolo amoroso tra Jack, Kate e Sawyer sull’isola sia pari più o meno, per inconcludenza, latte alle ginocchia e tira e molla, a quello tra Ridge e le sue due mogli. La differenza sta nella qualità della scrittura, della recitazione e della messa in scena, non negli intenti o nei sentimenti; b) dei personaggi, attraverso vari flash back sulla loro vita prima dell’incidente, sappiamo praticamente tutto. Inoltre è facile – anzi, gratificante – mettersi a confronto con i protagonisti di Lost perché sono tutti, senza esclusione alcuna e sotto molteplici punti di vista, dei perdenti, dei falliti totali. Dunque da un lato ci si può rispecchiare, dall’altro ci si può sentire superiori (crudeltà e ingenuità della natura umana). Aggiungo inoltre che, personalmente, trovo la maggior parte dei personaggi estremamente interessante: sono costruiti bene, in modo non scontato, e le avventure che li coinvolgono riescono a essere ora divertenti, ora commoventi, ora avvincenti, in un continuo rimando ai generi cinematografici e televisivi che va dalla commedia all’americana (in particolare per quanto riguarda il personaggio di Hugo “Hurley” Reyes), all’action movie (il passato di Kate Austen e quello di James “Sawyer” Ford), dal medical drama (Jack Shephard) al dramma sentimentale (Sayid Jarrah e le sue sfortunate storie d’amore) ai film di yakuza (Jin-Soo Kwon e sua moglie Sun-Hwa Kwon).

2) I riferimenti culturali. E per cultura non intendo solo filosofia, storia, scienza, Bibbia e cose elevate di questo genere, che pure sono spesso tirate in ballo sebbene talvolta in maniera americana (banale), ma anche musica pop, fumetti, televisione, letteratura popolare, leggende metropolitane, cinema ecc… La sceneggiatura di Lost è interessante perché spinge lo spettatore a domandarsi costantemente “Cosa vorrà dire questo? Dove l’ho già sentito? Quale riferimento nascosto conterrà questo avvenimento?” Una trappola pop in cui è facile cadere quando già i nomi dei protagonisti (Jack “il pastore”, Hume, Rousseau, Bakunin, John Locke in seguito Jeremy Bentham…) nascondono una serie infinita e variegata di rimandi culturali.

3) La virale necessità di sapere come andrà a finire la serie. È talmente fitta e volutamente oscura la sequenza di misteri che circondano la vicenda che è impossibile (sempre data per scontata l’attenzione dello spettatore, che qui – cosa che invece allontana molto Lost da una soap opera – è tenuto a vedere ogni singolo episodio con la massima concentrazione) non chiedersi dove porterà tutto ciò. A questo punto bisogna però fare una distinzione, dal momento che la serie è nettamente divisa in due: le prime tre stagioni e le altre tre. È opinione comune che gli autori di Lost si siano bevuti il cervello più o meno a fine 2006, perdendosi nei meandri della loro stessa fantasia. Quando parlo di grandezza della serie mi riferisco dunque alle prime tre stagioni. Come un giallo di Agatha Christie frullato con un sussidiario illustrato di cultura for dummies e forti dosi di Twin Peaks (di cui Lost è l’unico credibile erede per ambizioni e indecifrabilità), le avventure dei perduti sull’isola creano un effetto-attesa davvero difficile da evitare una volta che ci si precipita dentro – motivo per cui chi invece non ci precipita non potrà mai capire l’assuefazione di un fan di Lost, bollando il tutto come un’immensa e poco credibile stronzata: prendere o lasciare, amare o odiare, Lost non concede vie di mezzo. Il tutto, non dimentichiamolo, condito da una maestria registico-narrativa da far invidia al romanziere più scafato e al cineasta più navigato: credetemi, di film e telefilm ne ho visti tanti, ma raramente mi è capitato di trovarmi a bocca aperta come mi è accaduto di fronte ad alcune delle tante svolte narrative (via via sempre meno credibili e riuscite) che caratterizzano questa serie tv. Roba da far venire i brividi solo a pensarci. Una grande serie, c’è poco da fare, con buona pace dei (tanti) detrattori.

Alberto Gallo

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another year

ANOTHER YEAR (Uk 2010)

locandina another year

Un film strano, questo Another year. Un film crudele. Un film che sembra divertirsi a dividere nettamente il mondo in gente felice e gente infelice, categorie a chiusura stagna dalle quali è impossibile entrare o uscire. Felice è il nucleo familiare che comprende papà Tom e mamma Gerri, sessantenni un po’ hippie, benestanti e molto arzilli, e il figlio trentenne Joe, avvocato. Infelici tutti gli altri personaggi che popolano saltuariamente la villetta dei due coniugi nei sobborghi di Londra, metafora di una perduta serenità extra-urbana. Infelicissima, in particolare, la povera Mary, segretaria non più giovanissima incastrata in una vita insoddisfacente, tra alcol, solitudine e un’automobile (metafora, al contrario, di una società moderna e capitalista fallimentare in tutti i sensi) che non vuol saperne di funzionare.

Scandito dal passare delle stagioni, Another year segue i suoi protagonisti e i loro progressi/regressi esistenziali con tocco lieve (è il classico film che, almeno per la sua prima metà, mia mamma definirebbe “molto delicato”, sapete no, con una colonna sonora piena di chitarre acustiche, momenti di grande amicizia, una coppia di vecchi sposi che coltiva l’orto…) e una regia invisibile, tra interminabili dialoghi (siamo più o meno dalle parti di Woody Allen per quantità di chiacchiere), barbecue, funerali e quant’altro. Ma ciò che di questo film troppo lungo (129 minuti che potevano essere tranquillamente 100) più colpisce, in un senso sgradevole che non riesco proprio a capire se fosse intenzionale oppure no, è il senso di perverso potere posseduto da chi ha in mano lo scettro della felicità: Tom e Gerri, dietro uno schermo di generosità e buone maniere, non sono altro che due borghesi middle-class attaccati con tutte le forze alla loro piccola e tranquilla esistenza e pronti a tutto pur di preservarla. Dovesse anche trattarsi di escludere dalla loro vita (salvo poi includere nuovamente con un gesto di concessione calato dall’alto) la povera e affezionatissima Mary, colpevole di non aver trattato con ogni riguardo la nuova fidanzata di Joe, di cui lei è segretamente – ma nemmeno troppo – innamorata. “È la mia famiglia”, dice Gerri alla stregua di un Michael Corleone qualsiasi. Sì, forse Mike Leigh ha voluto scrivere e dirigere un film sulla piccola crudeltà della borghesia, aggrappata in modo persino volgare alle sue insignificanti conquiste e illusioni.
Un film crudele, dicevamo. Crudele e sottilmente sgradevole.

Alberto Gallo

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rabbit hole

RABBIT HOLE (Usa 2010)

locandina rabbit hole

Rabbit hole non è un film imperdibile per quello che il suo regista (John Cameron Mitchell) riesce a fare con le immagini, che non entrerebbero in gioco con la trama e con le tematiche della pellicola se non fosse per l’esagerata predilezione di regista per campi e controcampi, che mettono a nudo variazioni e trasformazioni degli umori dei due protagonisti, eccelsi nella loro rappresentazione del lutto: un’esibizione di tecnica attoriale che, purtroppo, risulta vana poiché non supportata da una regia all’altezza e da un film in grado di scavalcare i confini superficiali dell’intreccio.

Ciononostante si tratta di un’opera che mi sento di consigliare, perché la sceneggiatura difende con i denti le sue pretese quasi naturalistiche, tratteggiando con molta cura la partita a scacchi (o a squash) tra Becca e Howie, sposi luttuosi in seguito alla perdita del loro primogenito Danny, avvenuta otto mesi prima per un tragico incidente stradale. Si va cercando ovunque la verità di un evento senza ragione e insopportabile per la sua gratuita crudeltà: la famiglia, la terapia di gruppo, il confronto con l’autista di quella automobile (un ragazzino, interpretato dall’ottimo Miles Teller)… Il problema è l’assenza di conforto. Nasce così un dramma delle relazioni (tra persone schifosamente ricche) come se ne sono visti tanti al cinema, spesso anche migliori, ma Rabbit hole può dal canto suo vantare una strepitosa Nicole Kidman enigmatica madre a pezzi e un Aaron Eckhart padre dinamico e passionale.

Un film che coinvolge lo spettatore, crea il brivido e produce l’emozione, ma che smorza gli entusiasmi verso il finale, quando un’ondata di qualunquismo travolge il racconto (“Qualcosa succederà”, “Ci sono altre Becca qualunque”, “E poi cosa faremo? Chissà”) e delude un po’. L’immedesimazione nei personaggi, comunque, verso la fine è abbastanza alta da perdonare allo script queste cadute di stile, pensando, con poca convinzione, che le cose finiscono proprio così, senza una reale motivazione o uno slancio particolare. Gli manca giusto quel qualcosa…

Francesco Rigoni

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THE KING’S SPEECH (Uk/Australia 2010)

locandina il discorso del re

Quando Geoffrey Rush viene lasciato libero di gigioneggiare; quando Colin Firth incontra un personaggio in grado di tirargli fuori tutto il suo compassato fascino inglese; quando Helena Bonham Carter riesce a esprimere tutta la sua dolcezza, lasciando da parte i personaggi strambi che hanno condizionato la sua carriera recente; quando un film risulta elegante senza per questo essere noioso o pretenzioso; quando le vicende personali dei protagonisti si mescolano in modo proficuo con quelle della Storia.

Ecco, quando tutte queste possibilità si avverano è molto probabile che ci si trovi di fronte a un buon film. È il caso di Il discorso del re, storia (vera) della balbuzie di re Giorgio VI (al secolo Albert o Bertie per gli amici) e di come il logopedista Lionel Logue lo aiutò a superarla, nel momento in cui la spaventata nazione inglese, minacciata dai nazisti, aveva più che mai bisogno di stringersi intorno a un sovrano carismatico.

Diretta dal giovane londinese Tom Hooper (quello di Il maledetto United), questa pellicola fa dell’eleganza, della perfezione estetica di ambienti e fotografia e della bravura dei protagonisti (c’è anche Guy Pearce) i suoi punti di forza. Senza particolari colpi di genio, ma con un grande senso del gusto e della misura sotto ogni punto di vista. Un piccolo colpo di genio, però, a ben pensarci forse c’è. E si tratta della tragedia, resa molto bene a livello narrativo-cinematografico, celata dietro le buone maniere, i bei vestiti e il portamento – ehm – regale di re Giorgio: non tanto per il fatto che il povero Bertie sovrano non volesse affatto diventarlo (fossero tutte così le tragedie…), quanto piuttosto per l’ironia del suo destino, che lo porta per anni e anni a combattere contro un difetto che riesce a sconfiggere soltanto nell’ora più buia della nazione da lui governata. Narrativamente, dunque, il climax positivo che porta l’eroe della vicenda a superare l’ostacolo più insidioso coincide con il climax negativo del baratro bellico per il suo Paese: il giorno più felice di Bertie corrisponde a quello più infelice per l’Inghilterra. E quando, a fine discorso, il re se ne esce tutto soddisfatto dalla sua stanzetta, orgoglioso di non aver incespicato più di tanto sulle parole del testo che doveva leggere per radio, la “corte”, la famiglia e tutti i presenti lo applaudono, ma nei loro occhi è già vivo l’orrore per la guerra imminente.

Da vedere necessariamente in lingua originale, se non si vuole assistere al fastidioso effetto di una parola scandita con precisione da due labbra che ne pronunciano una diversa (era già successo qualche anno fa con L’ultimo inquisitore): complimenti al cinema Centrale di Torino che ha fatto caso a questo piccolo ma importante particolare.

Alberto Gallo

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qualunquemente

QUALUNQUEMENTE (Italia 2011)

locandina qualunquemente

Certi film si devono andare a vedere. Per riconoscersi nelle persone che vanno a vederli. Stessa generazione, e allora ci si spinge a vedere persino Transformers e si condivide l’amore per un beniamino che può essere Checco Zalone, AldoGiovanni&Giacomo o Antonio Albanese.

Per quanto riguarda quest’ultimo, apprezzato anche come attore drammatico, la sua comicità è televisiva, dunque molto fisica e legata allo sketch. Uno dei motivi, però, o forse “il” motivo per cui molti vanno a vedere Qualunquemente, è che il personaggio di Cetto Laqualunque è più vero del vero, ha fatto venire un brivido lungo la schiena quando ha parlato a Roberto Saviano a Vieni via con me e racconta un certo modo di intendere la politica e le donne che, pur stravolto dal grottesco, è riconducibile a molti personaggi politici italiani: non ha mai fatto mistero, Albanese, d’essersi ispirato a un vero politico locale del Sud per il suo personaggio. E poi si tratta di un’opera indubbiamente divertente.

Qualunquemente, però, è il film che si potrebbe definire “delle occasioni mancate”. Vedendo il personaggio nei suoi sketch ognuno di noi ha immaginato un possibile “contesto”, fittizio ma di cui lo stesso Cetto dà puntuali e coerenti indizi: il suo amore per il “pilu”, il malaffare portato avanti con noncuranza (nelle prime apparizioni Cetto portava al polso delle manette), l’atteggiamento mafioso e ignorante… Tutti elementi che rendono Laqualunque un personaggio vero. Per un film, però, ci vorrebbe uno scatto in più. Il contesto suggerito, una volta rappresentato in immagini, dovrebbe raccontare qualcosa d’altro, diventare film. Questa è la prima occasione mancata di Qualunquemente: lo spettatore si aspetta la casa pacchiana, le molte donne discinte, l’abusivismo e si aspetta allo stesso modo che arrivi altro di inaspettato, una svolta. Perché non approfittare per fare un ritratto della Calabria o del Sud Italia? Anche la sola presentazione turistica dei paesaggi sarebbe stata ben accetta. Perché non sporcarsi un po’ di più e fare riferimenti reali alle vicende della ‘ndrangheta o agli eroi positivi che pure ci sono? Perché non compaiono mai storie di disoccupazione, di giovani o di immigrati clandestini? Il protagonista è più vero del vero, d’accordo, ma allora perché non calarlo in una realtà con reali agganci a ciò che tutti noi conosciamo? Anche la parabola politica di Cetto viene fatta andare su binari prevedibili e attesi.

Pare che il film non voglia tradire il pubblico televisivo rimanendo sulla superficie delle questioni, eppure in questo modo il pubblico è tradito perché viene insultata la sua intelligenza. Va riconosciuto che la storia è stata confezionata con una certa attenzione: il rischio principale del film era quello di creare un pretesto per un collage di sketch, come spesso avviene in casi di questo tipo, ma la trappola è stata evitata con intelligenza. Lo sketch di Cetto Laqualunque è un comizio, metafora del nuovo linguaggio politico perennemente in campagna elettorale e non si sarebbe potuto fare, in maniera credibile, un film di soli comizi e i monologhi di Laqualunque vengono interrotti al momento giusto. Ma anche qui si tratta di un’occasione mancata: la moglie, il figlio, i “compari”, i figuri della mala sono personaggi di contorno che non reggono la sponda a quello principale, arrivando all’apoteosi negativa del guru della politica interpretato da Sergio Rubini, completamente fuori ruolo.

Ma il peccato maggiore di questo film, elemento che in parte racchiude quanto detto finora, è la mancanza di una vera cattiveria. Anche in questo caso pare essere sperimentata, all’inizio, ma poi si perde. A un certo punto la macchina del rivale De Santis viene fatta saltare in aria, in una bella scena che fa pensare, finalmente, che il film stia prendendo quota. Ma così non è, e a poco servono momenti come il figlio mandato in galera al posto del padre e il finale, in cui Cetto vince ed elude la giustizia a discapito della moglie immigrata. La terza e finale occasione mancata: poteva essere un bel film di denuncia come nella tradizione italiana, ma non lo diventa mai.

Marcello Ferrara

Post scriptum: consiglio a tutti di leggere, su Internazionale n. 883, l’ottima analisi di Qualunquemente scritta dalla corrispondente del Financial Times.

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parto col folle

DUE DATE (Usa 2010)

locandina due date

Non c’è niente di peggio di un film comico (o giù di lì) che non fa ridere. Specialmente quando il film in questione si dà un tono, tentando inutilmente di trasmettere qualche messaggio o di risultare intelligente. Se poi è un road movie non ne parliamo. E se, infine, il motore della vicenda consiste nel rapporto (all’inizio difficile ma poi, si sa come vanno queste cose, alla fine si diventa tutti amici) tra Mr. Sono Un Tipo Normale Borghese E Razionale e Mr. Stramboide Gay Cannato Con Un Cane Piccolo E Brutto allora la frittata è fatta, e fossi il Morandini a questo ipotetico capolavoro gli darei un bel 1,5 su 5.

Che poi il film in questione esiste, l’ho visto oggi con questi miei due occhi, purtroppo, e si chiama Parto col folle (tralasciamo la consueta indignazione circa il titolo italiano, non ne vale la pena). Mr. Razionalità è nientepopodimeno che Robert Downey Jr., mentre Zach Galifianakis interpreta Mr. Stramboide, in una parte che ricorda in modo imbarazzante il suo personaggio nella (quella sì, geniale) serie tv Bored to death. Il regista è invece Todd Phillips, quel grande intellettuale che un paio d’anni fa aveva partorito l’altrettanto insopportabile Una notte da leoni (di cui – dio ce ne scampi – è in preparazione un seguito). Peccato che ‘sto cretinetti dalla faccia da pirla (guardare per credere) abbia deciso negli ultimi tempi di girare solo film brutti, perché il suo primo lavoro, Road trip, rimane la mia commedia college-adolescenziale americana preferita, e anche Starsky & Hutch aveva i suoi momenti (oddìo, mi sono trasformato in un esegeta di Todd Phillips senza nemmeno accorgermene!). Parto col folle non merita invece alcuna considerazione, fa schifo e basta e ho sprecato altri 5 euro e 50 centesimi per un altro film brutto: tanti luoghi comuni, poche risate, un pizzico di buonismo familista… E soprattutto cani che si marturbano: pensavo che dopo Maial college non mi sarebbe più toccato un supplizio cinematografico di questo genere.

Alberto Gallo

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