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Archivio per aprile 2011

THOR (Usa 2011)

locandina thor

Ecco l’ennesimo film ispirato a un fumetto della Marvel. Fumetto di cui non sospettavo, fino all’altroieri, nemmeno l’esistenza, anche se mi pare di ricordarne una parodia su un vecchio numero di Ratman – ma potrei sbagliarmi. Trattasi appunto di Thor, figlio del dio nordico Odino, scacciato dal suo stesso padre dal regno di Asgard e precipitato come un meteorite (lui e il suo super potentissimo martello) sulla Terra. Sul nostro pianeta incontra la bella (e figurati se non era bella) Jane Foster, astrofisica che lo aiuta a sconfiggere i crudeli giganti di ghiaccio, spalleggiati da Loki, fratello traditore di Thor.

Lo direste, voi, che un film con una simile trama è diretto nientemeno che da Kenneth Branagh, attore e regista shakespeariano per eccellenza? Vabbè che nemmeno Sleuth, sua ultima fatica registica di quattro anni fa, era un film shakespeariano, ma si trattava comunque di una pellicola scritta dal premio Nobel Harold Pinter e dunque lo spessore psicologico era di ben altra caratura. In ogni caso sì, il film sul dio biondone col martello che finisce in New Mexico è diretto proprio dal buon Branagh, quindi mettiamoci l’animo in pace e andiamo avanti.

Bello? Brutto? Mediocre? Difficile a dirsi. Il fatto è che si tratta in tutto e per tutto di un Marvel movie, quindi prendere o lasciare: qui come in tutti gli altri film di questo genere si alternano momenti epici, battaglie all’ultimo sangue, tradimenti, lato oscuro della forza, cameratismo, ragazze attraenti e pronte a innamorarsi, siparietti da commedia, effetti speciali all’ultimo grido, l’eroe che sembra sconfitto ma poi si ripiglia ecc… La qualità è ovviamente medio-alta (stiamo parlando di produzioni milionarie che non possono permettersi il lusso di partorire schifezze), ma l’impressione è che ogni elemento sia stato già visto mille volte, ciò che porta a un’inevitabile e non piacevole sensazione di prevedibilità e déjà vu. E il fatto che dietro la macchina da presa ci sia un “autore” e non il solito mestierante alle prime armi non cambia poi di molto le carte in tavola, dal momento che a) non si tratta certo della prima volta (cfr. Spider-Man di Sam Raimi e Green hornet di Michel Gondry), e b) se l’autore in questione, come in questo caso, non ci mette niente, o ci mette poco, di suo allora il nome diventa soltanto un blasone da esibire nei titoli di coda.

Ovviamente, poi, ogni singolo film ha le sue specificità, buone o non buone che siano, e in Thor citerei per esempio il cast molto poco azzeccato (il biondo è interpretato da un inutile bietolone palestrato di nome Chris Hemsworth, che scopro ora essere più giovane di me e già lo odio; Jane è una magnifica e un po’ spaesata Natalie Portman, che dopo la faticaccia di Black swan avrà deciso di prendersi una vacanza ben retribuita dal cinema impegnato; e Odino è addirittura Anthony Hopkins, che se la cava col mestiere ma niente di più), gli sbiaditi personaggi secondari (in particolare la svampita Darcy, interpretata da Kat Dennings, messa lì giusto per dare un tocco sexy alla faccenda), le bellissime ed esageratissime scenografie (che fanno molto Il signore degli anelli) e un 3D di un’inutilità senza precedenti. Il ritmo è incalzante, ma il lunghissimo (e inevitabile) battaglione finale è decisamente soporifero: il giorno in cui un film tratto da un fumetto finirà diversamente ci sarà di che gridare al miracolo.

Alberto Gallo

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world invasion

BATTLE: LOS ANGELES (Usa 2011)

locandina world invasion

Dopo aver visto un film così, in un sonnacchioso martedì sera di questa primavera vagamente autunnale, con un po’ di vino rosso calabrese in circolo a far volare pindaricamente il mio pensiero in ogni dove, non posso che pensare a una sola cosa. Ovvero alla faccia (di bronzo) di chi ha pensato di proporre a un produttore un simile soggetto. Ma ve lo immaginate? “Ehi mister, senti qua: alieni invadono la terra! Ma – aspetta che adesso viene il bello – una squadra di marines tenta di fermarli! Non è geniale? Dài, me lo finanzi ‘sto film? Eddài!” E quell’altro pirla che invece di premere il pulsante della botola e dire alla sua segretaria di non fare entrare mai più in ufficio quel tizio per nessun motivo al mondo ha staccato un assegno da, presumo, milioni di dollari. Perché World invasion (inspiegabile non-traduzione dell’originale e altrettanto brutto Battle: Los Angeles) è una specie di kolossal, un film lunghissimo, pieno di attori (alcuni anche famosi: Aaron Eckhart, Michelle Rodriguez…) e di effetti speciali: 120 minuti di nulla assoluto.

Il fatto è che se decidi di girare un film la cui idea è già stata sfruttata almeno un milione di volte (mi viene in mente il recente e orrido pure quello Skyline, ma l’esempio per antonomasia è sicuramente Independence day), ci sono due possibilità: o lo fai strabene (ma strabene davvero, come lo avrebbe fatto Kubrick, e con un budget da capogiro) o ci metti qualche trovata innovativa. In World invasion, diretto da un certo Jonathan Liebesman, non succede nè l’una nè l’altra cosa, e il film si riduce a un videogiocone fumettoso e noiosissimo che non va da nessuna parte e che, soprattutto, non riesce a coinvolgere nessuno, nemmeno lo spettatore (come me ieri) che si sarebbe accontentato di emozioni a buon mercato. Per non parlare dell’insopportabile retorica militaresca in stile John Wayne che pervade tutta la pellicola e della banalità di questi alieni, che sembrano già visti mille volte e non fanno paura nemmeno un po’. Ecco, appunto, non parliamone.

Alberto Gallo

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LIMITLESS (Usa 2011)

locandina limitless

“Hai presente quella storia che usiamo solo il 20 per cento delle potenzialità del nostro cervello? Ecco, con questa pillola potrai usare anche tutto il resto”: è questo, in sintesi, il succo di Limitless. Sintesi davvero estrema, dal momento che la trama di questo action quasi fantascientifico un po’ tamarro e molto adrenalinico è piuttosto elaborata e ricca di personaggi e colpi di scena. Cosa affatto scontata, considerato il fatto che spesso quando un film di genere parte da un pretesto assurdo e interessante poi, come dire, si accontenta, involvendosi e perdendo interesse dopo mezz’ora quando va bene. Neil Burger, invece, pur non avendo certo confezionato un capolavoro, quantomeno ci ha provato, arricchendo la sua opera terza con trovate estetiche e narrative tutt’altro che banali. Regia e fotografia, tanto per cominciare, che rientrano nel solco di quella nuova (si fa per dire) tradizione post-Mtv che tende a considerare i film alla stregua di lunghi videoclip da infarcire con trovate di ogni genere: inquadrature a testa in giù, ralenti, effetti speciali un po’ a casaccio, montaggio strambo (in questo film, in particolare, abbondano gli “sdoppiamenti” di persona), finti piani sequenza… Niente di particolarmente innovativo o geniale, ma Limitless è sicuramente un film che non annoia. Anche perché, come si diceva, la trama è piuttosto incalzante, quasi sfiancante nel suo ininterrotto susseguirsi di euforia/disforia, vittorie e sconfitte, abbandoni e ricongiungimenti, inseguimenti, sparatorie e situazioni estreme.

Tante buone idee e buone intenzioni tenute comunque a freno da due limiti (ehm…) non da poco: 1) Limitless è un film estremamente tamarro, ma di quella tamarria fighetta-altolocata da completo fatto su misura, macchinoni, top model compiacenti e ristoranti di lusso. Logiche conseguenze, nelle piccole menti hollywoodiane, di denaro e successo; 2) non c’è il minimo tentativo di (non dico critica ma) analisi sociale. Eddie Morra, il protagonista del film, in seguito all’assunzione della pillola miracolosa diventa ricco sfondato in tre giorni giocando in borsa, cosa che lo proietta di peso nel mondo dell’alta (e corrotta) finanza newyorkese. Ebbene, nel film tutto ciò scivola con una naturalezza avvilente, come se si trattasse della cosa più ovvia del mondo e come se il mondo stesso non avesse, in questi ultimi anni, sperimentato sulla sua pelle i tragici svantaggi di un simile sistema.

C’è poi, in ultima analisi, un interessante (e forse involontario) discorso metacinematografico: all’inizio del film assistiamo alla squallida esistenza di Eddie, aspirante scrittore triste e disoccupato con un passato da tossicodipendente, un divorzio alle spalle e una fidanzata in carriera che lo molla brutalmente in un bar. Poi questo povero antieroe grassoccio e trasandato incontra per caso il suo ex cognato, il quale, forse impietosito, gli fornisce una dose della pasticca miracolosa, proiettandolo in un mondo nuovo di ambizione e successo. Cosa fa Eddie a quel punto? Si compra dei vestiti nuovi, si iscrive in palestra, si taglia i capelli, alza la testa un tempo piena di vergogna e.. ta daaa!… si trasforma in Bradley Cooper, il protagonista del film, attore bello e milionario che forseviricorderetedime per successi al botteghino come Una notte da leoni e i miei flirt con varie dive di Hollywood: la versione impasticcata di Eddie Morra non è altro che la nostra proiezione inconscia di un impossibile desiderio di successo, fama e bellezza. Sic transit gloria mundi!

Alberto Gallo

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habemus papam

HABEMUS PAPAM (Italia/Francia 2011)

locandina habemus papam

Il mondo di Nanni, che posto meraviglioso! Tutti quei dolciumi, quella passione per lo sport, quelle persone che nonostante i loro inevitabili difetti sono in fondo buone come il pane, quei balli estemporanei sul ritmo di canzoni romantiche e malinconiche… Sì, è un bel posto il mondo di Nanni, non sempre allegro e spensierato ovviamente, ma comunque un bel posto. Anche quando, come in questo caso, si trasferisce tra le stanze silenziose e solenni del Vaticano per un evento raro e importante: il conclave per l’elezione di un nuovo Papa. Solo che questa volta qualcosa va storto, e l’ultimo successore di Pietro, in preda al panico per l’immane responsabilità che gli è appena stata affidata, decide di scappare per le vie di Roma, mandando all’aria l’antico cerimoniale che prevede, dopo l’elezione, la prima apparizione pubblica in piazza San Pietro.

Atteso per cinque lunghi anni, Habemus Papam è un film di Nanni Moretti. Punto. Cosa che scrivo con tutto l’affetto per un regista senza paragoni in Italia e nel mondo, come lo sono, a modo loro, Woody Allen in America e Pedro Almodóvar in Spagna. I suoi film sono suoi e basta, lui è lui e basta, e ogni ulteriore commento potrebbe risultare superfluo, dal momento che, al netto delle inevitabili oscillazioni qualitative tra un film e l’altro, ognuno in cuor suo sa già, ancor prima di approcciarsi a un film di Moretti, se già gli piacerà oppure no. Perché il suo stile è di quelli da amare o odiare, e Habemus Papam non fa eccezione alcuna. Innanzitutto perché c’è lui, Nanni, con la sua recitazione che non è nemmeno una recitazione, e ti sembra di vedere il regista e l’attore che, a seconda dei casi, se la prende con gli altri interpreti del film, o fa loro domande invadenti, o impartisce loro lezioni di etica quotidiana, sportiva e professionale. Poi perché, qui come in molte altre opere del passato, c’è un’irresistibile tendenza a mettere in discussione ogni cosa, anche la più apparentemente intoccabile. Un tempo Nanni aveva usato la sua logica stringente, nevrotica e irritante per prendersela con la politica, con il concetto di amore, con i medici, con le convenzioni sociali, con i luoghi comuni e con tante altre cose. Qui i dubbi dell’autore si concentrano, in modo ironico ma assolutamente delicato e rispettoso, sulla fede e sull’istituzione per antonomasia, il papato. Siamo lontani dai tormenti del giovane prete di La messa è finita, capolavoro del 1985: qui, se si escludono un paio di scene, è tutto molto più leggero, distaccato, quasi senile mi verrebbe da dire – sebbene il regista abbia poi solo 58 anni. Prete un tempo, Papa ora: i turbamenti interiori del giovane Moretti, sei film e una Palma d’oro dopo, si sono trasformati, e un autore ormai maturo e affermato a livello internazionale ha deciso di confrontarsi con una figura ancor più complessa e rischiosa. Un Pontefice. Un Pontefice francese, tra l’altro, perché questo film è stato pensato per essere mandato in concorso al Festival di Cannes, e il Nostro sa bene che ai francesi piace che si parli di loro e del loro cinema: Michel Piccoli nella parte pricipale, certo, un attore che già di suo rimanda al miglior cinema d’oltralpe, ma anche (Jean-Pierre) Melville, sommo regista parigino nonché nome secolare del Papa morettiano.

Un film che oscilla (alla maniera del dolceamaro Crimini e misfatti) tra il dramma di un uomo che si sente fuori posto, inadeguato e insoddisfatto (Melville, da giovane, avrebbe voluto fare l’attore, ma non aveva abbastanza talento) e la buffa figura dello psicanalista (ateo) chiamato a curarlo, quest’uomo, tra le mille anacronistiche difficoltà dell’ambiente vaticano. Sono molte le scene memorabili di Habemus Papam, divertenti e non, così come non mancano quelle più goffe e involute, ma, sebbene questo film personalmente mi sia piaciuto, non mi sento di dare alcun giudizio di valore. Posso solo consigliare ai morettiani di non perderselo per nulla al mondo (anche perché si tratta di uno dei pochi film di Nanni che andrebbe visto su grande schermo, tanta è la cura estetica per l’immagine e per i dettagli – splendidi gli ambienti e i costumi), e a tutti gli altri di pensarci magari due volte, ché chi non ama questo autore difficilmente con Habemus Papam cambierà idea.

Alberto Gallo

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cannes!

cannes 2011

Solo poche righe per trasmettervi la piacevolissima sensazione di acquolina in bocca che ho provato poco fa nel leggere l’elenco dei film e dei registi che parteciperanno alla prossima edizione del Festival di Cannes: dall’11 al 22 maggio prossimi saranno in competizione per la Palma d’Oro nomi importanti e altisonanti del cinema mondiale come Lars Von Trier (Melancholia, con un cast stellare che comprende Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling e John Hurt; e dopo Antichrist è lecito aspettarsi di tutto), i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne (già premiati due volte a Cannes), il pazzo giapponese Takashi Miike (forse che la tragedia del suo Paese potrà avere qualche peso nell’assegnazione dei premi?), Pedro Almodòvar (La piel que habito, speriamo sia un po’ meglio dell’ultimo Gli abbracci spezzati) e, rullo di tamburi, Terrence Malick (il tanto atteso e rimandato The tree of life).

Particolarmente interessante il fronte italiano, che vedrà in gara due autori che in un modo o nell’altro non hanno bisogno di presentazioni: Nanni Moretti, già Palma d’Oro dieci anni fa (dieci anni!) con La stanza del figlio, presenterà Habemus Papam (in uscita domani sugli schermi italiani), mentre Paolo Sorrentino, apprezzatissimo due anni or sono sulla Croisette con Il Divo, sarà in competizione con il suo primo progetto internazionale, This must be the place (nel cast Sean Penn e Frances McDormand). La scuola vecchia e quella nuova, insomma, due talenti che continuano a tenere alta la bandiera del nostro cinema sempre così geniale e così in crisi come il Paese da cui, suo malgrado, prende vita.

Personalmente, però, l’appuntamento più atteso di questo 64esimo Festival di Cannes (il cui presidente di giuria sarà Robert De Niro, il meno cinefilo dei divi del cinema: mah!) è il nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, ovviamente fuori concorso – noblesse oblige. Come sempre, quando si tratta di Woody, il cast è ricco di nomi celebri del firmamento hollywoodiano, da Owen Wilson a Adrien Brody (di nuovo insieme dopo le faville di Il treno per il Darjeeling), da Michael Sheen a Marion Cotillard fino – ahinoi – a Carla Bruni. L’ultima fatica del nostro, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, era stata piuttosto deludente: ora non possiamo che aspettarci un capolavoro o poco meno.

Alberto Gallo

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THE NEXT THREE DAYS (Usa/Francia 2010)

locandina the next three days

C’è una scena, all’inizio di questo film, in cui il protagonista, John Brennan, professore di liceo, spiega ai suoi studenti il significato di Don Chisciotte, storia, si sa, di questo eroe pazzerello che antepone le sfide della sua completa irrazionalità a qualsiasi discorso di buon senso borghese. Metafora banalissima e buttata lì (lo spiegone del prof dura non più di 90 secondi, poi del cavaliere della Mancia non si sente più parlare) della situazione dello stesso Brennan, costretto dal suo amore per la moglie ingiustamente incarcerata ad andare contro a ogni ragionamento razionale. Scopo della sua vita, e di conseguenza del film: farla evadere. Nessuna pellicola europea di un certo spessore (perché The next three days, nonostante la tamarrissima locandina italiana, è un film di un certo spessore) avrebbe usato Don Chisciotte come metafora di sfida improbabile e irrazionale alle convenzioni sociali: troppo scontato.

Ma c’è un’altra scena, più o meno a metà pellicola, in cui Brennan, ancora lui, va a casa dei suoi genitori a lasciare lì per la notte il figlioletto biondo e triste: lui ha altre cose di cui occuparsi (procurarsi soldi e documenti falsi, progettare piani per la fuga), non può fare anche il baby sitter. Ebbene, mentre saluta il bambino, raccomandandosi di fare il bravo e tutte queste cose qui, il padre di Brennan, vecchio e scontroso, scorge nella tasca della giacca di John i documenti falsi e i biglietti d’aereo per una meta lontana che allo spettatore non è data sapere. Ci si aspetterebbe una scenata del vecchio, o quantomento qualche battuta allusiva alla “Chi credi di fregare, sono anziano ma ancora sveglio”. Invece tutto scorre con un insospettabile andamento malinconico e sotto tono: il vecchio abbraccia il figlio, cosa che non faceva da anni, e gli dice addio. Brennan mangia la foglia e, affranto, ricambia l’addio, lanciando anche un ultimo sguardo a sua madre, che, ne è consapevole, in ogni caso non rivedrà più.

Ecco, The next three days, diretto da quel Paul Haggis che in questo triste inizio di millennio ci ha già regalato altre ottime perle di cinema hollywoodiano (Crash, Nella valle di Elah), è un film così: oscillante. Non soltanto in termini di qualità (pendente comunque verso l’alta qualità) o di banalità/non banalità (di scene come quella del Chisciotte ce n’è ben poche), ma anche e soprattutto per quanto riguarda i registri emotivi (c’è tanta tristezza, tanta rabbia, tanto amore, rancore, perdono, attaccamento, mancanza, malinconia, cattiveria, generosità, dubbi, certezze) e i generi cinematografici (una storia d’amore impossibile che in realtà è un action che in realtà è un poliziesco che in realtà è un dramma familiare con sprazzi di denuncia sociale che sembra diventare, all’inizio, un film giudiziario? Ebbene sì). Un’opera capace di mettere addosso tanta malinconia quanta adrenalina, e di farlo praticamente in simultanea. Sorprendente, inoltre, lo sviluppo narrativo: il film dura tantissimo, più di due ore, ma la cosa spiazzante è che tre quarti d’ora prima dei titoli di coda tutto sembra essere giunto al punto d’arrivo, e già in sala si mormorano i primi commenti per un finale che si prepara a essere aperto e “non finito” sulla falsariga della 25esima ora. Ce la faranno? Non ce la faranno? Non è dato sapere. E invece. Invece la sceneggiatura decide di insistere, di farci vedere tutto sin nei minimi dettagli e fino alla conclusione davvero irrevocabile di questa incredibile (in tutti i sensi) avventura. Ed è proprio questa la parte più originale e riuscita del film, un’insistenza emotiva e drammatica e adrenalinica da lasciare quasi senza fiato.

Il tutto arricchito dall’ottima interpretazione di Russel Crowe, forse al suo ruolo migliore di sempre, ingrassato e imbolsito, una maschera di dolore tenuta insieme soltanto dalla fragile ma inestirpabile speranza di riuscita di un piano impossibile. Piano che ci viene mostrato “per accumulo” in tutti i suoi dettagli ma in un modo tutt’altro che enfatico, alla maniera, verrebbe da dire, di Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Ma il paragone è ovviamente fuori luogo. Brava anche Elizabeth Banks nella parte della moglie (ingiustamente? Solo una scena finale à la Match point ci svelerà la verità dei fatti) accusata di omicidio, mentre un po’ tiepidini risultano i personaggi di contorno, soprattutto i poliziotti, dotati, forse volutamente, di scarsa personalità. E poi c’è Olivia Wilde: viene almeno da sperare che regista o produttore, o entrambi, se la siano portata a letto, perché la sua parte è così inutile che qualsiasi attrice meno famosa e meno strafiga avrebbe potuta recitarla altrettanto bene facendo scendere il budget di qualche milione. Cifra che magari sarebbe stata utilizzata per trovare un espediente più credibile, da parte dei poliziotti, per inseguire un sospettato con tutte le forze armate di Pittsburgh: il fanalino rotto di un’auto che conta migliaia di esemplari in città non è forse l’opzione più credibile. Il discorso di Olivia Wilde vale anche per la breve apparizione di Liam Neeson. Un’opera bellissima, in ogni caso, che avrebbe potuto essere Giustizia privata e invece è un film d’autore.

Alberto Gallo

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boris – il film

BORIS – IL FILM (Italia 2011)

locandina boris - il film

I film tratti dalle serie tv, aiuto! Quante (mezze)cagate nella storia del cinema (soprattutto recente), da Miami vice a A-team passando per Hazzard, I Simpson e i vari Star trek. Boris per fortuna, sebbene non sia precisamente il capolavoro comico che era lecito aspettarsi, non appartiene a questa categoria.

La storia, bene o male, ormai la conoscono tutti: una sgangherata troupe televisiva alle prese con prodotti artisticamente scadenti, interferenze politiche, mafie di vario tipo e vicende personali economico-ideologico-sentimentali che si intrecciano con il lavoro sul set. In occasione del debutto cinematografico della serie tv italiana più divertente e irriverente di tutti i tempi anche i protagonisti di Boris fanno il grande salto, irrompendo nel mondo del cinema con un adattamento per il grande schermo di – nientemeno! – La casta, il best seller di Stella e Rizzo sulla classe politica italiana.

L’andamento è identico a quello della serie tv: il regista Renè Ferretti è alle prese con una delle sue tipiche crisi di coscienza che lo portano a voler produrre qualcosa che abbia un reale valore artistico, salvo poi essere riportato di peso alla più squallida delle realtà dai produttori Lopez e Sergio, per i quali l’unica cosa che conta è il vile denaro. Accanto a Ferretti la solita squadra di pazzi, tra cui l’assistente Arianna, lo stagista Alessandro e l’attore Stanis La Rochelle. Tutto molto collaudato, insomma. Ma allora.. come dire… ma allora perché questo film non è divertente e pungente e geniale come la serie originale? Perché si tratta soltanto di un buon prodotto comico laddove gli episodi televisivi erano quanto di più memorabile la tv italiana abbia mai prodotto in secoli di storia? Secondo me per i seguenti motivi:

1 – Ci sono troppi personaggi. Le serie tv, soprattutto quelle recenti (Boris, certo, ma anche quelle americane come Mad men, Lost e via dicendo), riescono a gestire cast altmaniani con decine di protagonisti spalmando le storie personali di ognuno (che fanno da contrappunto a quelle collettive) su più puntate: in questo episodio vediamo cosa combina Jack, in quello dopo ci concentriamo su Kate e in quello dopo ancora su Sawyer. Nel film di Boris, ovviamente, questo non può accadere, e tutte le piccole vicende personali dei tanti protagonisti della serie vengono concentrate nei 108 minuti della pellicola. Cosa che crea uno strano effetto per cui sembra che, a parte Renè, non ci sia in realtà nessun protagonista, ma solo una serie di comprimari poco approfonditi con una o due scene divertenti ciascuno.

2 – Ecco, scene divertenti. Anche in questo caso è necessario un confronto con la serie tv. Gli episodi di Boris duravano 25 minuti. All’interno di questi 25 minuti c’erano ovviamente momenti molto divertenti e altri “di passaggio” che servivano a creare i presupposti per ulteriori momenti divertenti. Con la durata di un film questo meccanismo, che rimane pressochè inalterato, si dilata esponenzialmente, arrivando quindi a presentare interi minuti in cui, dal punto di vista comico, che è l’unico che conta (o quasi: c’è anche un discorso politico-sociale-culturale che però risulta abbastanza annacquato e cerchiobottista), non succede assolutamente niente. Se a ciò si aggiunge che alcune scene che vorrebbero essere divertenti non fanno per niente ridere (la foto dell’attrice con il padre morto… ma cosa significa?), che altre sono ricalcate di peso dalla serie tv (il solito Martellone con il suo tormentone “Bucio de culo!”) e che altre ancora sono quasi plagiate (la satira contro i cinepanettoni ricorda troppo il buon vecchio Natale al cesso) il risultato è che Boris – Il film è una pellicola solo moderatamente divertente. Ciò non toglie che alcune trovate siano assolutamente geniali (su tutte quella dell’8×12, ma anche Stanis travestito da Fini non scherza) e che sia un film comunque capace di strappare più di una risata.

3 – Diretto dal trio di registi Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, già al lavoro sulla serie tv, Boris – Il film è un prodotto che solo apparentemente compie il salto dal piccolo al grande schermo. Pensateci bene: cosa c’è di cinematografico in tutto ciò, a parte l’ambientazione? Nulla, assolutamente nulla: ogni cosa è stata “cinematizzata” solo nella sua apparenza più superficiale, senza sfruttare davvero le potenzialità di un mezzo diverso. Se nella serie si produceva una fiction scadente qua si produce un film scadente; se nella serie le frecciatine politiche erano rivolte al mondo della tv qui sono rivolte al mondo del cinema; tutto ciò che i personaggi sanno o non sanno fare nella serie sanno o non sanno farlo allo stesso modo anche qui. Se nei 25 minuti di ogni puntata tv, inoltre, l’anarchia narrativa che regnava incontrastata risultava brillante e originale, nel film risulta invece confusionaria e raffazzonata: personaggi che spariscono per interi quarti d’ora, sketch buttati lì un po’ a casaccio, storie senza capo nè coda… Pare che il film sia stato girato in pochissimi giorni e che ci siano stati molti dubbi sulla sceneggiatura fino all’ultimo momento. Ebbene, si vede.

Generalmente (e banalmente) in questi casi si dice che “il film è solo una puntata televisiva un po’ più lunga”. Punto di vista che, nonostante l’affetto che provo per Boris e le risate che comunque mi sono fatto in sala, una volta tanto mi sento di sottoscrivere.

Alberto Gallo

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non lasciarmi

NEVER LET ME GO (Usa/Uk 2010)

locandina non lasciarmi

Il pretesto è all’incirca lo stesso di The island: esseri umani di serie B (cloni) che nascono e crescono con il solo scopo di fornire a esseri umani di serie A organi di ricambio. Ma laddove il film di Michael Bay nel 2005 affrontava la cosa con piglio action e forti dosi di (peraltro riuscitissima) tamarria, questo Never let me go è un dramma sentimentale dove tutto succede nei tormentati animi dei protagonisti.

Niente niente male: diretto dal veterano dei videoclip (per Lenny Kravitz, Madonna, David Bowie, Nine Inch Nails, Eels, Beck…) Mark Romanek e tratto da un romanzo di Kazuo Ishiguro (già autore di Quel che resta del giorno), si tratta di un’opera che riesce ad affrontare con estrema eleganza un argomento difficile e “fantascientifico” (la vicenda è ambientata in un presente alternativo drammaticamente ucronico) all’incrocio tra bioetica, racconto di formazione e tragedia greca. I tre personaggi principali, due ragazze e un ragazzo di cui seguiamo la tormentata crescita tra college apparentemente all’antica e luoghi man mano sempre più grigi e squallidi, sono legati tra loro da un tragico destino che conoscono sin dall’infanzia e a cui (non sappiamo bene perché) non vogliono opporsi: come protagonisti di un’opera di Sofocle il loro futuro è già scritto dalla nascita, e nulla sembra in grado di cambiarlo. Nemmeno i sentimenti che, in maniera diversa, li legano tra loro e che più di ogni altra cosa iniettano nei “donatori” bambini, poi ragazzi, brevi istanti di desiderio di vivere. Ed è proprio l’aspetto sentimentale l’elemento più riuscito della pellicola: i rapporti che intercorrono tra Kathy, Ruth, e Tommy sono descritti con un’eleganza minimale veramente notevole, un tocco capace di svelare e non svelare, una sapienza narrativa (spesso al limite del patetismo strappalacrime) che raggiunge il suo punto più alto nella scena in cui il ragazzo, in un bosco, il cielo grigiamente invernale, svela a Kathy il suo piano per poter prolungare di qualche anno la durata delle loro esistenze. Senza svelare nulla mi limiterò a dire che si tratta di una delle poche scene della storia del cinema di amore dichiarato al contrario, in cui un personaggio confessa a un altro di sapere di essere oggetto del suo desiderio, e facendolo sembra volersi dolorosamente liberare di un peso non inferiore a quello di chi l’amore lo prova in prima persona. Un dialogo bellissimo, laddove invece la scena esteticamente più riuscita del film è quella in cui i tre protagonisti, ormai quasi in punto di morte, si recano per un’ultima gita su una spiaggia desolata, luogo nascosto in cui giace il relitto di una piccola nave naufragata – toccante metafora della condizione umana, di cui i ragazzi, a loro volta, sono estrema lettura. Piuttosto commovente anche il prefinale, in cui, a casa della loro vecchia educatrice (interpretata da Charlotte Rampling), Kathy e Tommy apprendono la tragica e definitiva realtà sulla loro condizione.

Ottima l’interpretazione dei tre protagonisti Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield. Specialmente quest’ultimo (recentemente già co-protagonista di The social network) se la cava alla grande, con una mimica e una postura da bambinone triste veramente convincenti.

Sono sicuro che molti troveranno questo film patetico e involontariamente ridicolo (e in un paio di scene, ma solo un paio, effettivamente ho avuto la stessa impressione); altri invece lo condanneranno per non aver trattato il tema della clonazione e del valore della vita umana in modo abbastanza politico o filosofico o religioso. Per quanto mi riguarda, vi dirò, Non lasciarmi mi ha commosso. E da un film del genere non chiedo di meglio.

Alberto Gallo

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