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Archivio per la categoria ‘> TFF’

LONDON – THE MODERN BABYLON (Uk 2012)

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Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione TFFdoc.

london - the modern babylon

Julien Temple conduce un viaggio nel tempo nel cuore della sua città natale: attraverso musicisti, scrittori e artisti, pericolosi pensatori, politici radicali e gente comune, dipinge un affresco di una città molteplice, capace di mettere in gioco la propria identità.

Sul fatto che Julien Temple sia, insieme forse a Werner Herzog e pochi altri, il più grande documentarista vivente, siamo tutti d’accordo. E sul fatto che anche London Babylon sia un ottimo documentario non può che convenire ognuno di noi: interessante, brillante, ricchissimo di incredibile materiale video d’archivio, forte (e come poteva non essere così) di un’ottima colonna sonora e quant’altro. Ciò detto, non si tratta secondo me di una delle opere più riuscite del regista inglese, per una serie di motivi:

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A LIAR’S AUTOBIOGRAPHY – THE UNTRUE STORY OF MONTHY PYTHON’S GRAHAM CHAPMAN 3D (Uk 2012)

30tff

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile.

a liar's autobiography

Basata sulla falsa autobiografia del Python Graham Chapman (morto nel 1989), ecco la storia, delirante, della sua vita, ricostruita attraverso il lavoro di quindici diversi gruppi di animatori in un collage surreale e irresistibile: dalla scuola di medicina, al coming out, al suo rapimento da parte degli alieni. Partecipano Cleese, Gilliam, Jones e Palin, nella parte di se stessi e di molti altri.

I Monthy Pyhton, per me, sono come i Beatles: inglesi, anni Sessanta, maledettamente geniali. E divisi, ahinoi, da moltissimi anni. Irrimediabilmente, per giunta, a causa di quella stupida, ignobile cosa chiamata morte. Lei e il suo orrendo vizio di non tornare mai sui suoi passi. Ed è proprio al primo (nonché ultimo, per ora, fortunatamente) Python scomparso che questo film d’animazione è dedicato.

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TABUN MAHABUDA (Mongolia 2012)

30tff

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Torino 30.

the first aggregate

Uno stuntman torna in città appena guarito da una brutta ferita alla testa e tramite una donna ottiene finalmente una parte da protagonista in un film incentrato su un attore. Laconica storia di corpi come involucri da abitare, spiriti e contatti umani insondabili, osservati con sguardo straniato ma anche benevolo, con rigore e intensità secondo la lezione del taiwanese Tsai Ming-liang.

Dev’essere stata la curiosità a spingere molta gente a vedere The first aggregate: curiosità per l’esotica Mongolia e curiosità nata dalla lettura della trama: un film che parla del cinema e dei suoi personaggi incuriosisce sempre. Ma tutto ciò, in questo caso, deve aver generato nel pubblico non pochi fraintendimenti e delusioni: molti sono stati gli abbandoni a metà proiezione, e pochi, al contrario, gli applausi finali. Colpa forse della scelta di non rappresentare quasi per niente il mondo del cinema, alla quale si aggiunge un ritmo narrativo non propriamente hollywoodiano.

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shadow dancer

SHADOW DANCER (Uk 2012)

30tff

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile.

shadow dancer

La sorella di un bambino ucciso dall’esercito inglese durante una manifestazione in Irlanda del Nord entra nell’Ira ma si fa catturare. Un ufficiale dei servizi segreti le offre protezione in cambio del tradimento dei suoi ideali. Ruvida e tesa spy story, è il primo film di finzione del documentarista James Marsh, autore di “Man on Wire” e “Project Nim”, con Clive Owen e Andrea Riseborough.

Parte benissimo, questo Shadow dancer, con un quarto d’ora-venti minuti tesi, appassionanti, imprevedibili e senza fronzoli, come ogni buon thriller politico d’autore dovrebbe essere: Colette mette una bomba (che non esplode) nella metropolitana di Londra, viene scoperta, le viene offerto di collaborare con i servizi segreti inglesi, accetta e torna a Belfast, dove inizia il suo incubo privato e ideologico. Tradimento, famiglia, solitudine, rabbia, paura, senso di colpa: James Marsh mette subito sul piatto ogni elemento potenzialmente interessante, dipingendo un convincente e drammatico affresco che unisce conflitto interiore e un più ampio discorso storico e sociale.

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good vibrations

GOOD VIBRATIONS (Uk 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile.

Autentico footage e finzione si mescolano per raccontare la vera storia di un’icona della musica nordirlandese degli anni Settanta: Terry Hooley. Il suo piccolo negozio di dischi diventa quasi casualmente la culla del punk in una Belfast devastata dalla guerra civile. La sua etichetta discografica è lo spiraglio di luce capace di regalare speranza in tempi bui. Il potere della musica emerge con leggerezza e ironia.

Good vibrations, come la (passatemi il termine: mitica) canzone dei Beach Boys. Ma qui l’assolata California anni Sessanta di Brian Wilson e soci non c’entra: siamo nella grigia e triste Belfast dei grigi e tristi anni Settanta-Ottanta, un luogo e un tempo segnati da bombe, stragi, cattolici vs. protestanti, recessione economica, depressione sociale e via dicendo. Finché, ad allietare almeno un po’ le disilluse vite nordirlandesi, non arrivò la musica disillusa per eccellenza, il punk. (more…)

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fin

FIN (Spagna 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Rapporto confidenziale.

Alcuni amici che non si vedono da vent’anni organizzano un weekend in una località sperduta dei Pirenei. Mentre la rimpatriata si trasforma in un inquietante ritorno al passato, gli orologi e i cellulari si bloccano, le auto non si avviano. Jorge Torregrossa esordisce nel lungometraggio con un’incursione nel filone “fine del mondo”, intrecciando antichi sensi di colpa e minacce apocalittiche. Ad alta tensione.

E venne il giorno, per citare (la traduzione italiana di) una delle diverse pellicole a cui Fin si rifà. Accostabile anche alla serie tv Lost per la grande quantità di misteri impossibili e irrisolti e per la presenza di un gruppetto di giovani isolato dal resto del mondo che cerca di sopravvivere in una realtà spiazzante e inedita, il film di Jorge Torregrossa, già un successo al botteghino spagnolo, si inserisce alla perfezione in quel filone (post)apocalittico antispettacolare che da almeno un decennio a questa parte rappresenta una delle ossessioni più persistenti del cinema contemporaneo.

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ARTHUR NEWMAN (Usa 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Torino 30.

Insoddisfatto, divorziato, con il figlio adolescente che non vuole nemmeno incontrarlo, un uomo decide di cambiare vita, di botto. Compra una falsa identità e scompare. Sulla strada, incontra una ragazza con un sacco di problemi. Colin Firth ed Emily Blunt nella storia amara, pietosa e a tratti divertita di un’avventura esistenziale che tutti abbiamo avuto la tentazione di vivere. Dirige l’esordiente Dante Ariola.

Da sempre il road movie americano è un viaggio dentro di sé. Arthur/Wallace e Mike/Charlotte, dalla Florida al North Carolina, scappano da due vite che non riescono più a gestire: vigliaccheria più che ribellione, i due sono impossibilitati a soffocare quel magone interiore nato chissà quando. Vedono la fuga come unica salvezza, la trasfigurazione in altri individui come unica soluzione di felicità: perché condannarci se siamo felici così?

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maniac

MANIAC (Francia 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Rapporto confidenziale.

Dal regista di “-2 Livello del terrore”, e prodotto dall’enfant prodige del nuovo horror Alexandre Aja, il remake del celeberrimo e omonimo gore anni 80 di William Lustig (qui anche co-produttore): quasi tutto in soggettiva, con l’angelico Elijah Wood nel ruolo che fu del laido e indimenticato Joe Spinell, un pugno nello stomaco con punte di feticismo selvaggio che lasciano allibiti. Spettatori avvisati.

La vicenda è semplice, quasi banale, e vecchia come il cinema o anche di più: spinto da un trauma infantile, un maniaco uccide giovani ragazze avvenenti. Un giorno incontra una bella fotografa francese e se ne innamora. Ma cambiare abitudini è sempre difficile…

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virgin forest

WONSIRIM (Corea del Sud 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione TFFdoc.

Visitare la casa della nonna materna, dopo il suo funerale, fa pensare Hyun-jung al passato, ma ogni sforzo di catturare il tempo felice dell’infanzia è vano. In Corea domina una cultura maschilista, insensibile al passato e incurante del futuro, e per Hyun-jung il rito funebre catalizza un bisogno di cambiamento che passa da una nuova esperienza morale e spirituale.

Chissà, forse se il professor Guidobaldo Maria Riccardelli organizzasse oggi un cineforum sul cinema d’autore contemporaneo, Fantozzi sarebbe costretto a sorbirsi un film come questo. Che per fortuna, al contrario di Dies irae e della Corazzata Potëmkin, dura solo 73 minuti, ma così interminabili da sembrare quasi eterni (siamo sicuri che non si siano scordati uno zero finale, sul programma del TFF?). (more…)

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RUBY SPARKS (Usa 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa Mobile.

Ha avuto successo al primo romanzo, ma ora Calvin è bloccato. Finchè un giorno, finalmente, crea un personaggio: la ragazza dei suoi sogni, Ruby Sparks, che una mattina, all’improvviso, diventa viva. Con lo scatenato Paul Dano e l’imprevedibile Zoe Kazan (nipote di Elia, anche sceneggiatrice), una commedia acutissima sui rapporti tra i sessi, diretta dalla coppia Dayton&Faris di “Little Miss Sunshine”.

Sorta di incrocio tra La rosa purpurea del Cairo e Vero come la finzione (ma con un finale che ricorda Eternal sunshine of the spotless mind), Ruby Sparks poteva essere la classica commedia americana con un punto di partenza intrigante e niente di più. Invece ci riesce, a essere qualcosa di più, grazie a un intreccio che con il passare dei minuti non perde interesse, facendosi via via sempre più amaro, grazie alla buona prova del cast (con piccoli ruoli anche per Annette Bening, Antonio Banderas e Elliott Gould), grazie alle belle musiche (soprattutto canzoni francesi) e grazie a una sceneggiatura solo apparentemente banale e leggera, capace al contrario di prestarsi con disinvoltura a molteplici letture (psicanalitica, metanarrativa, sociologica, di genere ecc.).

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no

NO (Cile 2012)

Questo film è stato presentato alla XXX edizione del Torino Film Festival, nella sezione TORINO XXX.

Cile, 1988. Pinochet indice un referendum per prolungare la sua dittatura. Le opposizioni ottengono il diritto di replica in spazi tv. Un pubblicitario (Gael García Bernal) dalle idee rivoluzionarie prova a rinnovare il linguaggio politico attraverso ottimismo e leggerezza. Pablo Larraín, vincitore del TFF 2008 con “Tony Manero”, dirige un affresco libero e lucidissimo sulla macchina del consenso.

“No”, come il voto che vinse al referendum del 1988 che mise fine alla dittatura di Augusto Pinochet, lentamente reintroducendo in Cile una cosa chiamata democrazia. “No”, come la parola che più spesso ripete il protagonista di questo film per portare testardamente avanti le sue idee estetiche e ideologiche un po’ folli ma sicuramente innovative. “No”, come lo slogan (politico, pubblicitario) potenzialmente più semplice ed efficace del mondo.

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30TFF

Segnatevi le date sulla vostra agenda, bene in evidenza: dal 23 novembre al 1 dicembre prossimi si svolgerà, ovviamente sotto la Mole, il Torino Film Festival (TFF per gli amici), XXX edizione. Il miglior festival cinematografico d’Italia (ok, forse se la gioca con un altro paio, ma siamo lì), diretto per la terza e ultima volta da Gianni Amelio, propone quest’anno, come sempre d’altronde, innumerevoli motivi di interesse. Ecco, a mio insindacabile giudizio, i principali:

1) La retrospettiva su Joseph Losey: non ho grande familiarità con l’opera di questo regista americano (1909-1984) trapiantato in Inghilterra, di cui ho visto appena un paio di (magnifici) film. Ma proprio per questo approfitterò del TFF per rimediare.

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50/50

50/50 (Usa 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, dove è in concorso nella sezione principale Torino 29.

50/50

Il 27enne Adam ha una grave forma di tumore maligno alla spina dorsale: le sue possibilità di sopravvivere sono 50 su 100. Accanto a lui una madre apprensiva, un padre con l’Alzheimer, una fidanzata che lo tradisce, una psicologa alle prime armi e, soprattutto, un amico caciarone ma buono come il pane.

Diretto da quel Jonathan Levine (newyorkese, classe 1976) che nel 2008 si fece notare con Fa’ la cosa sbagliata, questo 50/50 è in ugual misura divertente e commovente. Registri differenti ma non stridenti che il film si e ci impone seguendo gli stati d’animo del protagonista: per Adam la consapevolezza, la tragicità della malattia arriva lentamente, quasi distrattamente, lasciandolo perplesso laddove, in un primo momento, il tumore era sembrato soltanto una buona scusa per portarsi a letto nuove ragazze e fumare erba in libertà.

Cosa mi è piaciuto di questo film? Molte cose. La sceneggiatura, ad esempio, ricca di gag fenomenali (specialmente quelle che coinvolgono Kyle, migliore amico del protagonista nonché evidente “linea comica” della situazione) ma capace anche di affrontare senza troppa indulgenza un argomento piuttosto delicato: bellissimi, ad esempio, i momenti in cui Adam si trova a fare la chemio con una coppia di anziani signori un po’ cinici e molto appassionati di marijuana. Mi sono piaciuti gli interpreti, tutti, a partire da Joseph Gordon-Levitt (già protagonista dell’indimenticabile 500 giorni insieme) e la bellissima – e in questo caso odiosissima – Bryce Dallas Howard, fino all’intramontabile Anjelica Huston e persino Seth Rogen, che generalmente non sopporto ma che qui ci sta a pennello. Mi è piaciuto anche il fatto (allarme spoiler) che il film abbia il coraggio di finire, e di finire bene: mi sarei aspettato un finale aperto, in cui Adam entra in sala operatoria per l’operazione decisiva e chissà se se la caverà. Invece no: il ragazzo si sveglia dall’anestesia, torna a casa, lentamente guarisce e comincia a uscire con Katherine, la terapista che gli era stata assegnata come supporto psicologico alla malattia. È vero, si tratta di un finale molto consolatorio e americano, ma è comunque un’esplicita scelta narrativa: 50/50 è una commedia, dolceamara quanto si vuole ma pur sempre una commedia, e allora può anche starci che finisca più che bene.

Cosa non mi è piaciuto di questo film? La regia (e scusate se è poco), troppo spesso banale, sciatta, priva di inventiva. Esempio n.1: l’oncologo dice ad Adam che ha una grave forma di tumore e che potrebbe morire. A quel punto parte una soggettiva del protagonista, che comincia a vedere tutto sfocato e a sentire solo un fischio al posto delle parole del medico. Che banalità! Esempio n.2: Adam, abbattuto dalla sua condizione di malato, gira al rallentatore per le vie della sua città con un sottofondo musicale extradiegetico; si tratta di High & dry dei Radiohead. Bellissima canzone, per carità, ma anche in questo caso la banalità è dietro l’angolo, condita pure da una buona dose di patetismo. Esempio n.3: Adam e Kyle decidono di distruggere un quadro dipinto da Rachael, ex fidanzata fedifraga di Adam; si mettono in giardino e cominciano a tirargli addosso oggetti di ogni tipo; a un certo punto, dal nulla, spunta uno split screen. Dura pochissimi secondi ed è l’unico di tutto il film: inutile. Queste piccole ma non impercettibili cadute di stile portano il film un po’ indietro, artisticamente, facendolo assomigliare talvolta più a una puntata del mio pur amato Scrubs che a un’opera da festival per cinefili.

In ogni caso 50/50 è un bel film, toccante e divertente al punto giusto, il cui successo, almeno per quanto riguarda il coinvolgimento emotivo del pubblico, è stato ampiamente dimostrato dall’enorme quantità di fazzolettini bagnati improvvisamente spuntati in sala poco prima dei titoli di coda.

Alberto Gallo

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ATTACK THE BLOCK (Uk-Francia 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, dove è in concorso nella sezione principale Torino 29.

attack the block

Londra. Una giovane infermiera, Sam, tornando a casa dal lavoro viene intercettata da una baby gang di quartiere, che la deruba del cellulare, dei soldi e dell’anello di fidanzamento. Quando le cose sembrano dover ulteriormente peggiorare, un oggetto non identificato si schianta dal cielo su una macchina parcheggiata proprio lì affianco, offrendo alla ragazza un diversivo per darsela a gambe. I ragazzini, invece, vogliono investigare su cosa sia successo. Moses, capo della banda, viene sfregiato in volto. Furibondo, decide di uccidere la creatura che lo ha colpito. Nascosta dentro una piccola baracca, la bestia viene circondata dalla gang e infine uccisa.

Questo è l’inizio di Attack the block, del regista e autore Joe Cornish. Per darvi un’idea di cosa stiamo parlando, vi dirò che nell’elenco dei produttori esecutivi figura anche Edgar Wright, regista di film quali L’alba dei morti dementi, Hot fuzz e Scott Pilgrim vs. the world. Lo stile di Wright è piuttosto marcato, soprattutto nel gusto con il quale egli ripensa i film di genere sempre in versione rovesciata e parodizzata, dove spesso il protagonista è un antieroe incapace e insicuro e dove, inoltre, la proposta di un “fumettone” – di un film cioè fatto di sequenze d’azione poco probabili, personaggi ai limiti della realtà e situazioni paradossali – nasconde qualcos’altro: un gusto a superare i confini del genere stesso, a sfidarlo ampliandone la portata, a prenderlo in giro ma senza assolutamente mancare di rispetto ai suoi caratteri generali e alla sua estetica. A modo suo, si potrebbe dire la stessa cosa di Attack the block, film che prende il tema classico e persino abusato di un’invasione aliena e lo copre di una patina di ridicolo che rende la pellicola più vicina al fumetto di consumo che alla graphic novel d’autore.

Il regista, lavorando con un budget limitato, ha intelligentemente circoscritto il campo d’azione dell’invasione aliena al block: il quartiere popolare è l’unico luogo a essere minacciato, mentre il resto di Londra resta a guardare. Verrebbe da dire: ancora una volta. Sì, perché il problema è che la gente di questi quartieri, i giovani in particolare, è letteralmente abbandonata a se stessa. Le istituzioni e le forze dell’ordine sono solo presenze/assenze passive, inutili e spesso anche ostili: il male, il male vero, la violenza, la paura, la noia, il bisogno di costruire qualcosa attorno a un’esistenza percepita come miserabile (ma pur sempre un’esistenza), sono tutti problemi a carico del quartiere stesso, che vive di vita propria e non ha bisogno di altri eroi se non quelli che lo abitano. Eroi un po’ ignoranti, volgari, violenti, stupidi, anche ridicoli nel loro atteggiamento strafottente nei confronti del pericolo, però pur sempre eroi: quando si accorgono che il gioco è molto più duro di quanto avrebbero creduto non si tirano indietro. Anzi, sfoderano ancora più coraggio. Ecco chi ricordano questi protagonisti: gli abitanti del villaggio di Asterix e Obelix. Proprio come loro, non importa se si parli di romani o di alieni, l’importante è menare le mani, farsi rispettare e proteggere il quartiere. Quando la gang e l’infermiera si incontrano per la seconda volta, uno di loro lo dice chiaramente: “Se avessi saputo che abitavi qui non ti avrei fatto niente”. “Siamo noi contro il mondo”, per citare invece Into the abyss di Werner Herzog: i ragazzini contro gli alieni, contro gli altri spacciatori, contro la famiglia, la polizia e via dicendo. Attenzione, non vi sto parlando di un film drammatico: trattasi di pellicola di genere, e pertanto stupida il giusto e divertente a sufficienza. La sua chiave è la leggerezza con cui riesce a sciogliere i cuori dei giovani personaggi, che ricordano una banda dei Goonies un po’ invecchiata, un po’ incattivita e molto più ignorantella: i loro mezzi sono strampalati, ma le loro intenzioni serissime.

Il film è in concorso, ma per vincere ci sarebbe bisogno che la giuria si fumasse un bel po’ dell’erba coltivata da Ron (interpretato da un attore fedelissimo a Wright, Nick Frost, presente in gran parte dei suoi film e nel cast di I love radio rock) nella sua casa bunker al 19esimo piano, dove i ragazzi spesso si rifugiano e dove conosceranno Brewis, giovane hipster sfattone di buonissima famiglia che rappresenta il lato comico della ridicola e sprovveduta “normalità” della gioventù londinese in confronto alla dura e pragmatica periferia.
Ottima in generale la recitazione, ben dosati gli effetti speciali e molto intelligente il “design” degli alieni, simili a “lupi-gorilla” (sic!) dal manto “nero più nero che abbia mai visto, più nero anche di mio cugino Femi” (sic!) e dalla dentatura fosforescente, creature che rimandano a un estetica decisamente hip hop (e l’hip hop stesso non sfugge alla messa in ridicolo attraverso il personaggio di Hi-Hatz, il mafiosetto di quartiere).

A differenza di molti altri film del TFF di cui abbiamo parlato, Attack the block è un’opera che, probabilmente, in Italia da qualche parte comparirà. Se il discorso è lo stesso di Scott Pilgrim, sarà per una settimana in un multisala di periferia in orario pomeridiano. Io mi auguro di no, perché lo andrei a rivedere anche subito. L’ultimo pensiero lo rivolgo a tutti quei tamarri che potrebbero rivedere in questi personaggi e nella storia una piccola e divertente ode alla loro esistenza, un inno divertito ma pur sempre appassionato. Purtroppo non sanno che c’è un film che parla di loro, che li celebra e li esalta: sono troppo persi dietro ai vari Natale qui e Matrimonio là – per non parlare di Fabio Volo, di Ficarra e Picone, di Vincenzo Salemme, degli horror di terza categoria e degli action sulle divinità greche. Lo verranno mai a scoprire?

Francesco Rigoni

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win win

WIN WIN (Usa 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, dove è in concorso nella sezione principale Torino 29.

win win

Win win (in italiano Mosse vincenti) è l’opera terza di Thomas McCarthy, regista diventato abbastanza celebre qualche anno fa con L’ospite inatteso, il cui dvd è a casa mia che attende di essere visto; e altrove sul web si parla molto bene (posizione confermata dal direttore Gianni Amelio in persona prima della proiezione) pure del debutto registico di questo attore, The station agent. In ogni modo so di che tratta a grandi linee L’ospite inatteso. E Win win, per tematiche, gli si avvicina parecchio.

Il film è grazioso e ha una confezione da film americano classico. Ambientato nella provincia americana (una piccola cittadina del New Jersey), narra le vicende di Mike, un avvocato “pilastro della comunità”, alle prese con piccoli casi di anziani abitanti sul lavoro, una famiglia con due bambine piccole e una squadra adolescenziale di lotta libera (disciplina praticata anche dal regista) di cui è allenatore. Un “normale” uomo qualunque dagli alterni successi: se infatti la famiglia è solida e felice, un inaspettato attacco d’ansia durante una corsa porta lo spettatore all’interno delle ombre della sua vita.

Sono diversi i motivi per cui il film è bello e merita di essere visto. Il primo è legato al cast. Paul Giamatti è un beniamino dei cinefili o per lo meno di quelli legati a un certo tipo di cinema indipendente ma non troppo, fatto di facce e corpi semplici, quotidiani, se si vuole anche vagamente nevrotici. Se è vero che ha partecipato anche a film ad alto budget (Cinderella man, The illusionist e il più recente La versione di Barney), la maschera nella quale ha dato il meglio di sé è stata quella dello scrittore fallito in Sideways. Sempre parlando di cast, devo riconoscere che mi ha fatto un certo piacere anche la scelta di rispolverare un’altra maschera “indie”, diventata celebre con Rocky quando la saga era ancora soltanto un semplice film su un pugile sfigato scritto da un promettente autore italoamericano. Sto parlando di Burt Young, qui nella parte di un vecchio ricco e demente.
Il secondo aspetto per cui il film di McCarthy va visto è la scrittura: la sceneggiatura è solida e le deviazioni narrative, se fino a un certo punto sembrano andare chissà dove, alla fine tornano tutte. Mike, infatti, ha grossi problemi economici, e appena si trova tra le mani un ricco cliente bisognoso di tutela legale (Young) decide di prenderne su di sé la tutela, incassandone l’assegno. Vista questa premessa il film poteva prendere la facile strada della commedia amara, raccontando gli equivoci e le mosse per tenere nascosto il suo inganno alla famiglia, diventando una specie di Il nostro agente all’Avana declinato nella provincia americana. Tutto questo sistema segreto di inganni, invece, viene quasi accantonato, perché in questa vicenda se ne inserisce un’altra: l’apparizione del nipote dell’anziano ricco.

Biondo platinato, di poche parole, apparentemente ribelle e taciturno, un po’ punk e un po’ emo, il quindicenne Kyle ha però un dono: è bravissimo nella lotta libera. Per non rovinare l’effetto sorpresa e non svelare troppo della trama si potrebbe usare, nel descrivere Kyle, la felice espressione utilizzata da Paolo Sorrentino in un’intervista per descrivere il suo Cheyenne: “Un personaggio che, ovunque vada, porta la felicità”. E così è anche qua, dato che dalla lotta libera e dai successi della squadra di Mike passano i riscatti di Mike, del suo amico Terry e dello stesso Kyle, che per un po’ assaggia una vita migliore di quella che ha vissuto finora.
Nel film c’è poi un altro ritorno inaspettato, lo svelamento dell’inganno di Mike, una serie di tradimenti e i soliti buoni sentimenti. Ingredienti di ogni film hollywoodiano classico che si rispetti e che portano a una conclusione che solo apparentemente è quella “giusta”, consolatoria: il finale di Win win è doppio e piuttosto amaro, e ci ricorda il periodo di grave crisi economica che stiamo vivendo noi tutti e che gli Usa hanno vissuto prima di noi, coinvolgendo anche la sonnacchiosa provincia.

Se si volesse trovare a tutti i costi un messaggio in questo film, presumibilmente sarebbe quello di perseguire la propria felicità personale con tutti i mezzi emotivi che abbiamo a disposizione, anche costruendo famiglie allargate basate più sui sentimenti che sull’effettivo mantenimento economico. Un messaggio, questo, abbastanza rivoluzionario.

Marcello Ferrara

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mientras duermes

MIENTRAS DUERMES (Spagna 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima al XXIX Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

mientras duermes

Protagonista di Mientras duermes è César, portiere di un condominio in Spagna, uomo triste e solo che per sentirsi meno triste e solo vorrebbe che anche tutti gli altri lo fossero. A partire dalla condomina Clara, bella, giovane e insopportabilmente felice. César architetta un perfido, lento ed elaborato piano di erosione psicologica per rovinare la vita della ragazza. Ce la farà?

Piuttosto originale, questo film diretto dal veterano dell’horror-thriller spagnolo Jaume Balaguerò (quello di REC), una pellicola che fa la scelta coraggiosa e controcorrente di avere come protagonista un personaggio completamente negativo e crudele, privo persino del tipico fascino oscuro della maggior parte dei villain cinematografici: César è brutto, squallido, povero, antipatico. E la sua perfidia non ha nemmeno una pur vaga giustificazione: tutto ciò che sappiamo della sua vita è che ha una madre in un letto d’ospedale, ma non ci è dato sapere il motivo del suo bel caratterino. Al contrario la figura di Clara è abbastanza stereotipata, trattandosi della tipica ragazza (tipica solo nei film, ovviamente) bella, allegra, giovane, buona e solare la cui unica ragion d’essere sta nel fatto di rappresentare la perfetta antitesi del portinaio – cosa che fa apparire l’uomo ancora più meschino: se la prendesse almeno con una persona antipatica, o vecchia, o brutta… No, Clara è la vittima perfetta proprio perché è lei ad essere inverosimilmente perfetta.

Personaggi a parte, Mientras duermes è un film molto ben fatto, sia per quanto riguarda la messa in scena (estremamente brillante, virtuosistica, mai banale), sia per quanto riguarda la costruzione narrativa della tensione, il cui climax di angoscia sfocia in un finale (non del tutto sorprendente) che, come scrive giustamente il programma del TFF, rimanda in modo esplicito alla tragedia classica e al suo gusto un po’ perverso di maltrattare i personaggi oltre ogni ragionevole sentimento di umana pietà.

Ha diviso, questo film, in modo anche piuttosto inatteso. Sono andato a vederlo con un gruppetto di amici e amiche e ho incontrato in sala altra gente che conoscevo. Dal breve dibattito post-proiezione è scaturita una netta lettura di genere: ai tre uomini è piaciuto, alle tre donne, con diverse sfumature, no. Non solo: i primi l’hanno trovato appassionante e originale nella sua radicale cattiveria, sebbene l’espressione “esercizio di stile” sia venuta fuori più di una volta; le seconde l’hanno trovato fastidioso e inutile. Penso che come spesso accade, anche al cinema, la verità stia nel mezzo: Mientras duermes è un film ben fatto e anche piuttosto riuscito per quelli che erano i suoi obiettivi artistici, e su questo c’è poco da fare, ma si tratta forse di un’opera furbetta, studiata a tavolino per épater la bourgeoisie attraverso un protagonista talmente estremo da risultare alla fine anche un po’ forzato, poco credibile, eccessivamente monolitico nella sua crudeltà.
Un film antipatico e a suo modo geniale.

Alberto Gallo

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THE OREGONIAN (Usa 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

the oregonian

Un film che porta con sé la macchia del non capirsi. Come si fa a entrare per tempo a uno spettacolo del TFF senza perdere il posto pur avendo il biglietto? Si arriva cinque minuti prima? Si fa la coda? Oppure si entra appena si arriva, anche venti minuti prima dello spettacolo? Quando si è da soli è semplice: si arriva con anticipo spropositato e il gioco è fatto. Quando si è in compagnia e ci si dà appuntamento al cinema, be’, bisogna essere altrettanto lungimiranti, ma purtroppo il più delle volte questo non è possibile. E così c’è mancato poco che mi perdessi anche questo spettacolo, che era invece un regalo che mi facevo, un innamoramento a prima vista. La locandina del film, infatti, consiste in un fumetto di Kermit La Rana insanguinato e malconcio. Ed ecco cosa riporta il programma del TFF a riguardo:

Horror indipendente strambo e imprevedibile, inquietante, spiazzante. Come se S. F. Brownrigg (Non guardare in cantina) avesse diretto un film di David Lynch.

Con presupposti del genere non avrei mai potuto resistere: dovevo vedere The Oregonian a tutti i costi, sentivo di esserne terribilmente attratto – pur non conoscendo S. F. Brownrigg! Prima di parlarvene, tuttavia, vorrei riportare anche il commento del regista, molto appropriato:

Una volta ho sognato che mi trovavo in un bosco sotto una pioggia torrenziale e ridevo di quella situazione. Il giorno successivo ho iniziato a scrivere un film su una ragazza che, nella stessa condizione, vive uno dei momenti peggiori della sua esistenza. Non ho da proporre una grande teoria al riguardo e non credo neanche che i sogni posseggano un significato recondito, ma per me c’è qualcosa di sacro nel processo attraverso cui l’inconscio elabora una storia così folle e astratta da non poter neanche essere espressa verbalmente in modo coerente. Ho girato questo film perché mi interessava indagare l’ignoto e non è possibile dire se l’abbia fatto correttamente.

Questo svela già più di un mistero riguardo a questo film così incredibilmente surreale da sorprendere in maniera sempre diversa, scena dopo scena, lo spettatore, a tal punto che il pubblico stesso del TFF si è diviso tra chi ha riso di scherno, chi è rimasto molto serio e chi invece (trattandosi pur sempre di un horror) si è spaventato per ogni momento di tensione. Io ho cercato di mantenere il più possibile un equilibrio fra simili umori, per quanto mi fosse chiaro sin da subito che questo era il film per me, e pertanto fosse ancor più difficile mantenere un giudizio lucido ed equilibrato. Ragion per cui non starò a dire se il film è bello oppure no.

Ebbene: una ragazza abbandona il ranch del proprio fidanzato ubriacone e disperato dopo avergli rubato il portafoglio e la boccetta di gin. Nella sequenza successiva si risveglia in macchina, con la fronte sanguinante appoggiata al cruscotto. Cos’è successo? Non ricorda. Da qui inizia un viaggio spirituale pieno di visioni senza capo né coda, attraverso un’America che potrebbe ben rappresentare il rovescio della medaglia di quella vista in Into the Abyss, il documentario di Werner Herzog sulla pena di morte. Lì si vedeva un’America concreta, osservata sul piano socio-culturale, in qualche modo descritta fedelmente e senza commenti. Qui si vede invece un’America allucinata, abbandonata, in preda alla follia e alla solitudine, alla depressione e al degrado. La protagonista si muove dentro boschi silenziosi e minacciosi, città fantasma traboccanti oggetti di consumo di ogni sorta, silenziosi, pericolanti, kitsch. Il suo è un percorso iniziatico che vacilla tra il male e il bene, rappresentati rispettivamente da una terrificante anziana signora vestita di rosso e da un giovane nerd occhialuto, grasso e tabagista. Fedele compagno di viaggio e “doppio” onirico della ragazza, un pupazzone verde a grandezza umana che a Kermit potrebbe anche assomigliare, non fosse che il tessuto è lacero, un occhio gli penzola malamente da una cucitura, la bocca è tutta slabbrata e quando cammina si trascina malamente.
Cosa si nasconde dietro questo ennesimo allucinato travestimento?
Le chiavi di lettura sono molteplici, e coinvolgono anche l’aspetto tecnico e il gusto citazionista. La pellicola è girata come se fosse un b-movie, i campi e controcampi nei dialoghi sono montati in una maniera abbozzata che ricorda a volte le telenovelas di terza categoria. Gli effetti speciali sono tutti analogici. In generale, anche a livello di recitazione, si respira una certa ingenuità che però è componente intrinseca della pellicola e ispessisce i bizzarri personaggi che infestano il mondo della coscienza di questa novella Alice americana e senza nome (è lei la “Oregonian”, come indicano i titoli di coda). Personaggi, tutti, di un’America decaduta, cinica, indisciplinata, malata e disperata che ricordano molto un certo tipo di songwriting che vede in Beck il suo massimo esponente (molti gli hipster presenti in sala). Il senso di colpa vissuto attraverso i simboli e il disgusto di una cultura che lascia i suoi figli periferici in uno stato di solitudine e di ignoranza senza ritorno.

Un film per certi versi spietato, per altri invece molto ironico e molto conciliante nei confronti del pubblico, almeno quello del TFF, che ne ha saputo apprezzarne con entusiasmo l’estetica e una più che voluta (e forse solo apparente) sconclusionatezza. Figlio minore di David Lynch (ma il maestro è un’altra cosa), Calvin Lee Reeder è già un mio amico, non fosse altro per essersi cimentato in un tipo di racconto che pochi hanno il coraggio di affrontare e ancora meno riescono a prendere in pugno senza perdersi. E pur con qualche eccesso, ingenuità o confusione, il risultato è coinvolgente, terrificante, surreale. È possibile che questa pellicola non tornerà mai più sui nostri schermi. Ma chissà, forse qualche mente illuminata ci vorrà scommettere su qualche spicciolo. Io me lo auguro. Non un capolavoro, forse neanche un “bel film”, ma pur sempre una pellicola che sa farsi amare.

Francesco Rigoni

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17 ragazze

17 FILLES (Francia 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, dove è in concorso nella sezione principale Torino 29.

17 filles

In uno squallido paesino portuale della Bretagna, nel nord della Francia, una ragazza di 16 anni rimane incinta. Presto alcune sue compagne di scuola la imitano, convinte che avere un figlio tutte insieme sarà una gran figata. Nel giro di poche settimane ben 17 fanciulle si trovano a essere in dolce attesa.

Ispirato a una storia realmente accaduta a Lorient nel 2008, 17 ragazze, diretto da Delphine e Muriel Coulin, è uno di quei film che sembrano fatti apposta per partecipare a un piccolo festival per cinefili come il TFF: girato con scarsi (ma non scarsissimi) mezzi economici, semplice, riconducibile a un’estetica indipendente, capace di affrontare un tema importante con toni abbastanza leggeri, legato in qualche modo all’attualità e al mondo giovanile, commentato da una colonna sonora di rock alternativo… Con ciò non voglio dire che si tratti di un film banale. Al limite un po’ furbetto nella sua volontà di essere un’opera d’autore capace però di acchiappare un pubblico festivaliero senza farlo faticare troppo. Immagino, per esempio, che la visione di 17 ragazze sarebbe risultata un po’ meno gradevole se le protagoniste non fossero state tutte delle top model in erba – tranne una che infatti le altre detestano. Anche il degrado suburbano della cittadina bretone viene mostrato con parsimonia, così come le situazioni familiari più difficili e gli aspetti potenzialmente sgradevoli che una gravidanza può implicare.

Sorta di Juno collettivo d’oltralpe, 17 ragazze è un film leggero, sobrio e ben fatto che, nonostante qualche ingenuità (l’ovvia metafora del pallone infuocato), si fa guardare con piacere. Ma niente di più.

Alberto Gallo

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INTO THE ABYSS (Usa 2011)

tff

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Paesaggio con figure.

into the abyss

Werner Herzog, qui nei panni di regista e intervistatore, mette subito in chiaro le cose: la pena di morte è una cosa sbagliata, una barbarie che rimane insensata anche quando il dead man walking è evidentemente colpevole. Come nel caso di Michael Perry, texano, triplice omicida, intervistato pochi giorni prima dell’esecuzione.

Into the abyss è sicuramente un documentario pieno di umanità e compassione, un’opera che affronta con il dovuto rispetto un argomento estremamente delicato. Ma c’è di più. Perché la pena capitale è usata in questo film quasi come una scusa, un pretesto per parlare di qualcos’altro. Un qualcosa che corrisponde principalmente a due urgenze narrative, riconducibili ai personaggi e all’ambientazione. Parlo volutamente di personaggi e ambientazione e non piuttosto di testimoni e di luoghi dove gli eventi si sono svolti perché il documentario affronta una realtà così assurda e a tratti inumana che tutto si trasforma in racconto, in tragedia, in romanzo poliziesco alla maniera del Sangue freddo di capotiana memoria.

I protagonisti innanzitutto: individui strani, deviati, malati. Ci sono i due colpevoli, che fanno tanti bei discorsi ma mai sembrano pentirsi di ciò che hanno fatto. Ci sono i loro parenti e amici, un’accozzaglia di drogati, delinquenti, analfabeti e pazzi scatenati. C’è colui che un tempo fu il boia, che dopo 120 esecuzioni ha avuto un rigurgito di coscienza e oggi si dichiara contrario alla pena di morte. C’è il cappellano del carcere, che si commuove pensando agli scoiattoli che incontra sul campo da golf e che tanto gli ricordano le persone che ha accompagnato alla morte. Individui grotteschi che rimandano a tanti personaggi della passata carriera del regista (e non a caso il suo ultimo film di fiction, My son, my son, what have ye done, del 2009, parla proprio di un assassino fuori di testa).

E poi l’ambiente circostante: un’America che più provinciale non si può, piccola, povera, post-industriale, squallida e ignorante. Un posto senza bellezza, senza scampo, senza futuro, dove si uccide per un’automobile e si vive producendo in casa sostanze stupefacenti. Vedendo questi luoghi (nei quali, come di consueto, Herzog riesce comunque a scovare un fascino strano e un po’ perverso, geniale com’è nel fotografare piccoli istanti di pace naturale, tra discariche infestate dai gabbiani, strade deserte e inutili laghetti) quasi si capisce il punto di vista degli assassini, costretti in qualche modo a trovare non dico un senso alla propria esistenza, ma almeno una distrazione da tanta tristezza.

Quando ha ucciso quelle tre persone Michael Perry aveva 18 anni. Quando è stato assassinato dallo Stato del Texas, poco più di un anno fa, ne aveva 28, ovvero l’età che ho io adesso. Vedendo questo film non ho potuto non pensare a cosa è stata la mia vita, in questi dieci anni che io e lui abbiamo vissuto contemporaneamente, condividendo sempre la stessa età ma in modo così diverso: io ho viaggiato, mi sono innamorato un po’ di volte, ho studiato, mi sono laureato, ho trovato lavori che poi ho perso, ho conosciuto tanta gente… Insomma, ho vissuto, come molte altre persone. Lui no, non ha vissuto, ha passato gli anni migliori della sua breve vita ad aspettare una morte annunciata che è poi puntualmente sopraggiunta. Non so se una persona così, un omicida a sangue freddo e per futili motivi, abbia il diritto di vivere. Ma so che nessuno, su questa terra, dovrebbe avere la possibilità di non avere un simile dubbio.

www.amnesty.it

Alberto Gallo

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moneyball

MONEYBALL (Usa 2011)

TFF29

Questo film è stato presentato in anteprima per l’Italia al XXIX Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

locandina moneyball

E così inizia un altro Torino Film Festival, il ventinovesimo. Ieri sera ho anche avuto il privilegio di assistere alla serata d’apertura. Privilegio, poi, relativamente, dal momento che come tutti sanno le cerimonie inaugurali dei festival sono generalmente delle gran rotture di scatole fatte di “siamo tanto orgogliosi”, “quant’è bella questa città”, “quest’anno la programmazione è particolarmente ricca” e via dicendo. Nondimeno la serata ha riservato alcuni motivi di interesse, primo fra tutti il fatto che non s’era mai vista, in questa manifestazione che ha sempre messo al primo posto tra le sue prerogative una sobrietà molto sabauda e un po’ snob, una simile parata di star del cinema nazionale e internazionale: al Teatro Regio ieri sera c’erano, in ordine casuale, Sergio Castellitto, Carolina Crescentini, Laura Morante (“madrina” del festival, qualunque cosa ciò voglia dire), Emile Hirsch (quello di Into the wild), Valeria Golino, Charlotte Rampling, Luciana Littizzetto, il direttore Gianni Amelio e – rullo di tamburi – la splendida Penelope Cruz, impegnata a Torino proprio in questi giorni nelle riprese del film di Castellitto. L’atmosfera è rimasta comunque piuttosto informale: niente smoking, paparazzi, vestiti estroversi di Armani o Dolce & Gabbana, fan in delirio o cose del genere. Io, per esempio, sono arrivato con tutta calma verso le 20, non ho fatto code, non mi sono stati chiesti documenti ed ero vestito nel mio solito modo di tutti i giorni, con tanto di borsa a tracolla tutta sbrindellata visto che venivo dritto dritto da lavoro – roba che a Cannes o a Venezia non mi avrebbero nemmeno fatto entrare. Anche la cerimonia, nonostante tutti i divi e divetti, è risultata piuttosto improvvisata, e come sempre mi è sembrato che il cinema sia stato messo al primo posto. Bene così.

Veniamo al film, Moneyball, che in Italia verrà distribuito con l’orrendo titolo o sottotitolo L’arte di vincere. Regista è quel Bennett Miller che nel 2005 fece parlare molto bene di sé con Truman Capote – A sangue freddo; protagonista è un Brad Pitt piuttosto convincente e sopra le righe, accanto al quale, zitto zitto, Philip Seymour Hoffman si è visto assegnare un ruolo secondario al quale ha saputo comunque dare la forza e la consistenza necessarie. Co-protagonista è lo sconosciuto nerd-ciccione Jonah Hill, bravo e divertente nei suoi siparietti con il biondo superdivo.
Moneyball racconta la storia vera di Billy Beane e del suo assistente Peter Brand, dirigenti degli Oakland Athletics che una decina d’anni fa rivoluzionarono il mercato del baseball americano cominciando ad acquistare i giocatori in base allo studio di complicate statistiche di rendimento. Ecco, il limite di questo film – che, nonostante sia stato girato con stile sobrio e un po’ freddo, è una buona pellicola, elegante e non banale – sta tutto nell’argomento: il baseball. Sport che ho sempre trovato abbastanza noioso (fattore soggettivo) e che comunque richiede, per essere capito, una dose di conoscenze tecniche (fattore oggettivo) che probabilmente molti cinefili, soprattutto non americani, non possiedono. Ammetto di essermi un po’ perso tra i vari inning, strike, bunt, ruoli mai sentiti e via dicendo. Un film per appassionati di baseball, insomma, che tende un po’ a escludere dal divertimento tutti gli altri – mentre invece Il maledetto United, che un paio d’anni fa raccontava una storia simile ambientata però nel mondo del calcio, era decisamente più coinvolgente.
Noiosetti e stiracchiati il finale e i tanti pre-finali: nei 130 minuti totali di pellicola almeno 15 sono di troppo.

Alberto Gallo

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28TFF

JACK GOES BOATING (Usa 2010)

Questo film è stato presentato in anteprima al XXVIII Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

jack goes boating

Jack fa l’autista di limousine. È un tizio cicciottello che ascolta solo musica reggae e indossa sempre un buffo cappello per nascondere dei rasta parecchio approssimativi e biondissimi. È un uomo di poche, pochissime parole e ancor meno concetti, ma ha un cuore grande e un irrefrenabile e candido ottimismo. D’altro canto è un uomo solo: le uniche cose che ha nella vita sono il suo walkman (walkman con la cassetta! Un cimelio…), il suo lavoro e la sua coppia di amici, Clyde e Lucy. Lei, in particolare, causa prima un po’ di tutto quello che accade nel film, trova che sia arrivato il momento che Jack si trovi qualcuno – e che si levi dalle balle. Così si organizzano per fargli conoscere Connie, questa nuova collega di Lucy dal passato un po’ tragico e dall’umore un po’ nero, determinata a uscire da una fase piuttosto infelice della sua vita. Per Jack e per Connie diventa l’occasione per darsi una svegliata e muoversi, l’uno per ritrovare la forza interiore necessaria per conquistare l’altro. Gli occhi sono puntati su Jack, per lo più, per svelare qual è la sua poesia segreta, la sua ricettività, il suo entusiasmo nell’avventurarsi dentro nuove esperienze e imparare. E così il nuoto (per portarla in barca, quando tornerà l’estate) e la cucina (per prepararle una cena, dato che nessuno ha mai cucinato per lei) diventano occasioni di riscoperta di una vitalità nascosta o perduta che sia, che travolge il timido protagonista e lo proietta verso una vita diversa, una vita a due, aiutato e supervisionato dai suoi due affezionati amici; i quali, come uno specchio rovesciato, vivono un momento di crisi; e la loro crisi è una voce che viene dal futuro, come un monito rivolto a Jack (e indirettamente al pubblico) che lascia una traccia d’ombra nella visione ottimista dell’avvenire sentimentale del protagonista (e della sua nuova compagna).
Della trama, però, di più non voglio svelare.

Esordio alla regia per uno dei miei eroi cinematografici, Philip Seymour Hoffman, il film è tratto da un testo teatrale (e si vede), ed è dal teatro che pesca i suoi interpreti: John Ortiz (Clyde) è il socio fondatore del laboratorio teatrale dello stesso Hoffman, Daphne Rubin-Vega (Lucy) è un’attrice di musical a Broadway, Amy Ryan (Connie) è stata candidata al Tony Award per lavori quali Zio Vanya di Cechov e Un tram chiamato Desiderio di Tennesse Williams… e – ancora – si vede: non solo la loro interpretazione è molto curata al dettaglio, studiata per rappresentare con precisione chirurgica gli stati d’animo dei protagonisti, tenuti sempre sott’occhio dallo sguardo della cinepresa, ma a livello di trama gli stessi personaggi sono anche vettori di azioni particolari, unità funzionali a veicolare un dato messaggio. Hoffman è bravo a smarcarsi da questa schematicità e a giocarsela sui sentimenti con uno sguardo delicato sulla vita dei suoi protagonisti, senza sbavature e regalandosi anche un paio di momenti di bel cinema (la scena in cui ripassa i movimenti dello stile libero sul cavalcavia dell’autostrada, quella in cui Clyde corteggia la moglie fingendosi il suo capo, e ne conto almeno un altro paio che non voglio svelarvi). Inoltre Hoffman crea questo bel personaggio che è Jack attraverso la sua interpretazione per sottrazione, muovendosi poco, parlando poco, osservando, respirando con molto affanno, fingendosi un uomo tozzo e impacciato, e un po’ alla volta mostrando la sua grazia da interprete, giocando con il suo corpo ingrassato come con una marionetta, facendogli fare cose che a inizio del film nessuno avrebbe mai previsto.

Jack goes boating è un film grazioso, elegante, spesso divertente, ma anche saggio, doloroso. Sullo sfondo c’è New York che, come una moderna prateria, isola le persone, le mette di fronte alla sfida di essere uomini (e donne), senza troppe mediazioni, senza troppi aiuti esterni – e se può complicarti le cose, lo fa spesso e volentieri. Non si tratta di un capolavoro, ma certo non mi posso lamentare di questo TFF: ho visto dei film che mi hanno sempre fatto uscire dalla sala soddisfatto, con la voglia di raccontarli e di consigliarli anche agli altri. I film e le musiche dei film: anche in Jack goes boating la selezione è raffinata e piacevole, a partire dalla canzone-tormentone di Jack (la classicissima Rivers of Babylon) e via via tutte le altre. È stato un TFF di buon cinema e di buona musica, per me.

Francesco Rigoni

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