la ricerca della felicità

locandina la ricerca della felicità

Thomas Jefferson. Già, Thomas Jefferson. Ma… un attimo: Thomas Jefferson? Il terzo presidente degli Stati Uniti d’America? Siamo nel 2006 e un regista (italiano, per di più) si permette di girare un film in cui il protagonista – un uomo di colore che cerca in tutti i modi di non morire di fame, in un’America, quella degli anni ’80, spietata ed arrivista – afferma, attraverso il solito espediente della voce fuori campo – quale modo migliore per tagliare inutili minuti di film che servirebbero per spiegare, attraverso quello che è lo specifico linguaggio del cinema, ovvero le immagini, ciò che dice, pensa o prova un personaggio? – di trarre ispirazione dal principale fautore della Dichiarazione d’Indipendenza? Andiamo! Nemmeno Frank Capra, negli anni ’30 e ’40, arrivava a tanto. E sì che dello spirito americano Frank Capra fu il più sincero cantore! L’Omero dei registi d’oltreoceano! Il Walt Whitman del grande schermo! Ed è proprio in direzione di Frank Capra (ricorderete sicuramente La vita è meravigliosa) che il pensiero vola, durante i circa centoventi minuti di La ricerca della felicità, ultimo film di Gabriele Muccino, fino a ieri narratore di successo di piccole e banali storie italiane, oggi film maker di successo di piccole e banali storie americane. Il che non significa che stiamo parlando di un brutto film. Lo spirito è incredibilmente new deal (sebbene il presidente in questione sia un attore di scarso successo, Ronald Reagan, e non Colui-Che-Salvò-L’America-Dal-Collasso, il plurieletto Franklin Delano Roosevelt), il tono è drammatico ma (quasi) mai patetico, il protagonista (l’ex principe di Bel-Air Will Smith) è davvero in gran forma.
Un difetto macroscopico, però, in questo film non può essere trascurato: l’insopportabile retorica nazionalista, l’incrollabile fede nel sogno americano, l’americanismo più sfrenato. Nulla in contrario se esiste chi, nonostante tutto e tutti, ama la propria patria, ma è decisamente poco plausibile e anche un po’ sciocco farci credere che un uomo che, per mancanza di soldi, arriva a dormire nei cessi di una stazione del metrò, non se la prenda mai, nemmeno un po’, con il suo paese, paese che arriva a negare a lui e (cosa ancora più importante) al suo bambino di sei anni un tetto sotto il quale dormire la notte. È anche sciocco e poco plausibile il fatto che negli Stati Uniti i ricchi siano tutti di larghe vedute, pronti ad assumere un uomo che si presenta ad un colloquio di lavoro tutto sporco e in canottiera, mentre i poveri (hippie, barboni, negri, cinesi) sono in gran parte un po’ stronzi, capaci di scannarsi per il proverbiale tozzo di pane. E invece no! Il buon Mr. Smith non si arrende, non se la prende con nessuno (nemmeno con sua moglie che lo lascia nei pasticci andandosene di casa con tanto di stipendio) e va per la sua strada, ispirato solamente dai pensieri e dagli scritti del grande saggio Thomas Jefferson. E qual è la sua strada? Avete indovinato: i soldi. E quale migliore happy ending, se non una bella scritta che ci informa che il Nostro è ora uno degli uomini più ricchi d’America? Nonostante James Stewart non sia mai arrivato a tanto, ce ne andiamo dal cinema un po’ più sollevati: tutto sommato il mondo non è poi così ingiusto.
Si tratta all’incirca della stessa sensazione che abbiamo provato – noi che di Frank Capra abbiamo avuto notizia con qualche decennio di ritardo, e che quindi non ce lo siamo potuti godere in sala – all’uscita di film quali La vita è bella (caspita, il titolo mi ricorda qualcosa!) di Benigni – opera con il quale condivide l’idea (molto bella e commovente) di salvare i bambini dalle brutture del mondo attraverso l’espediente del gioco – e alcune di quelle commedie strappalacrime (perdonate l’ossimoro) a lieto fine cui il cinema hollywoodiano ci ha abituato.
Un film da vedere, in definitiva, questo La ricerca della felicità, nonostante la sensazione sia quella di un’opera riuscita a metà, vuoi per lo stile poco personale con cui è stato girato – ma questo è il prezzo da pagare per avere successo oltreoceano – vuoi per lo scarso spirito critico con cui è stato realizzato, vuoi per quella che, in definitiva, è una storia banale, un sogno (il mito del self made man, o, se vogliamo, l’America stessa) in cui da tempo molti di noi hanno smesso di sperare.

Alberto Gallo

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