l’arte del sogno

locandina l'arte del sogno

Scrivere di un film non è molto diverso da realizzarlo, il film: per fare entrambe le cose ci vuole un’idea di partenza, un elemento intorno al quale far ruotare l’attenzione dello spettatore/lettore. Arrovellandomi su cosa dire a proposito di L’arte del sogno, ultima attesissima fatica di Michel Gondry, pensavo: sì, è un bel prodotto, esteticamente affascinante, commovente e peculiare come tutti i film del regista francese, a tratti geniale. Poi mi sono accorto che non era una gran commento, solo parole che potevano adattarsi più o meno a tutti i bei film cui uno spettatore capita di imbattersi. Infine ho capito: di idee non me ne venivano molte perché, in fin dei conti, il film stesso di idee molte non ne propone. Ora, può sembrare strano un discorso simile applicato ad un’opera che fa dell’inventiva e della “trovata geniale” il suo punto di forza, ma lasciatemi spiegare e capirete.

Facciamo un passo indietro, a qualche anno fa (d’altronde anche Gael Garcia Bernal, protagonista de L’arte del sogno, possiede una macchina del tempo, perché non potremmo averla anche noi?), ai tempi in cui eravamo tutti un po’ più giovani (questo è innegabile!) e sugli schermi cinematografici usciva un film meraviglioso, quello sì davvero geniale, commovente e peculiare. Si trattava di Eternal sunshine of the spotless mind (come tutti i veri snob mi rifiuto di citare il titolo italiano), che non esito a definire un capolavoro, uno dei migliori film del nuovo e ancora giovane secolo/millennio. Era (ed è) la storia di un ragazzo (Jim Carrey, già Ace Ventura) che, lasciatosi con la sua ragazza (Kate Winslet, già eroina di Titanic), scopre che questa ha letteralmente cancellato dalla sua memoria ogni ricordo legato alla loro relazione. Decide di fare altrettanto, salvo poi cambiare idea in extremis ed attuare una vera e propria fuga all’interno della sua mente per salvare i dolci ricordi. Morale della favola: ciò che rammentiamo del passato è triste per il semplice fatto di essere passato (rovesciando una celebre consolatio di Seneca si potrebbe dire: il ricordo è triste comunque, dal momento che se è felice è triste perché appartiene al passato, se è triste è triste e basta), ma, belle o brutte che siano, le memorie meritano di essere conservate, perché sono il sale stesso della vita. Il nostro amatissimo Gondry condiva (visto che parliamo di sale…) questa già di per sé fenomenale idea con una serie di trovate (qui realmente) geniali e invenzioni onirico-psichedeliche che trasformavano il film in un vero gioiellino di straziante originalità.

Qual è la macroscopica differenza tra questo e quello? Ovvero tra il film vecchio e quello nuovo? Che “là” le invenzioni visive erano al servizio di una magnifica storia, mentre “qua” è una storia piuttosto inconsistente ad essere al sevizio di una serie di trovate più o meno geniali. È anche vero che il linguaggio del cinema (potenzialmente ricchissimo) permette di sbilanciare il peso su un versante piuttosto che su un altro, ovvero permette di dare maggiore importanza all’aspetto visivo di un film piuttosto che a quello narrativo e viceversa (l’eterna lotta tra forma e contenuto), ma è altrettanto vero che i due fattori devono saper compensare l’uno le carenze dell’altro. Tanto per fare degli esempi: Quarto potere è un film perfetto sotto entrambi i punti di vista, mentre il neorealismo – al contrario della nouvelle vague – puntava a raccontare storie piuttosto che a dare lezioni di stile (che pure era ben chiaro ed evidente). L’arte del sogno pende più verso Godard e soci, ma, a differenza degli esempi sopra citati, l’equilibrio non è perfetto.

Lo spunto è alquanto esile: un ragazzo messicano, a Parigi per lavoro, vive la sua vita come un sogno, confondendo fantasia e realtà in un perenne sonno ad occhi aperti, cosa che gli impedisce di instaurare con le persone (e in particolare con la sua vicina di casa, interpretata da Charlotte Gainsbourg) un rapporto appagante. Tutte le esperienze che il ragazzo vive le rielabora all’istante – dormendo – in versione più felice o quantomeno più vicina ai suoi desideri e alle sue aspettative. Si tratta in fin dei conti di una lettura un po’ più artistica e radicale di ciò che ognuno di noi fa costantemente, con la differenza che non tutti, purtroppo, abbiamo la capacità – che Gondry innegabilmente possiede – di trasformare i nostri pensieri in operette cinematografiche di rara poesia e, sì, bellezza. Perché è proprio in questo che sta la forza e al contempo il limite di L’arte del sogno: i sogni ad occhi (talvolta) aperti del protagonista sono una vera gioia per l’occhio dello spettatore, una collezione di piccoli preziosi sonetti audiovisivi, ma sono ahimè inseriti in un contesto poco interessante. Stabilito ciò, tocca concludere con due considerazioni banali ma, credo, veritiere: 1) questo film dimostra quanto Michel Gondry sia forse più portato per l’arte del videoclip che per quella del lungometraggio. Ciò non significa che non potrà mai dirigere film interessanti (l’ha già fatto!), ma solo che il suo genio pende altrove (e d’altronde non è detto che le forme artistiche brevi debbano per forza essere considerate inferiori a quelle lunghe. Il dibattito già interessava i filologi dell’antichità greco-romana, che propendevano ora per i poemi-fiume in stile omerico, ora per le stringate poesie dei “poeti nuovi”, e dura ancora oggi, per esempio in ambito di critica rock: chi l’ha detto che gli Smiths sono un gruppo minore solo perchè le loro cose migliori le pubblicavano su 45 giri?); 2) L’arte del sogno risente della mancanza di uno sceneggiatore geniale come Charlie Kaufman, che con il suo folle estro già aveva reso speciali opere ormai storiche come Essere John Malkovich e, appunto, Eternal sunshine of the spotless mind.
Che gran regista, questo Michel Gondry! Aspettiamo fiduciosi la sua prossima fatica, sicuri che non ci deluderà.

Alberto Gallo

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4 thoughts on “l’arte del sogno

  1. In realtà la bellezza (non la grandezza) di questo film tu la definisci molto chiaramente in questa recensione. La delusione nei confronti della trama risente esclusivamente del precedente di SE MI LASCI TI CANCELLO (di solito anche io faccio lo snob, ma è meglio che la comunità ricordi i crimini che si commettono nei confronti dell’arte pensata). Mi sembra – ma forse è uno dei miei viaggi mentali, delle mie interpretazione della realtà non richieste – che il voto sette sia diventato simbolo di delusione. Questo film un sette se lo prende tutto perchè la storia è raccontata sensatamente ed espressa in una maniera del tutto geniale. C’è un ragazzo ed è un sognatore, e la sua storia d’amore seguirà il corso che segue nel film perchè come sognatore non potrebbe fare altrimenti. E di per sè secondo me dice già molto, perchè una persona PUO’ rispecchiarsi in quello che vede, PUO’ riflettere su un argomento e lo fa in modo originale (del resto i sogni probabilmente hanno delle chiavi di lettura: perchè un mondo di cartone e non di latta?) e dal punto di vista del piacere estetico non ci sono dubbi che il film sia notevole. E tutto questo accade con un cast veramente ridotto ed una spesa che non dev’essere stata così eccezionale, anzi. E’ strano, perchè sono i film come l’Arte del Sogno che noi vediamo più spesso; rappresentano un esercito di produzioni non superlative ma interessanti e sicuramente belle; sono quelli in cui poi ci specchiamo e riflettiamo, perchè numericamente i capolavori vengono prodotti a ritmi decisamente minori. Insomma, i film come l’Arte del Sogno magari non ci cambiano la vita, ma la costruiscono pian pianino. Probabilmente a te il film è piaciuto, ma la tua recensione questo lo lascia capire poco, forse Troppo Poco. In fondo, Bobby è bello solo per la scena finale e questo è Tutto bello. Sono convinto che t’abbia fatto più piacere vedere L’Arte del Sogno che Bobby, ma dalla recensione non si direbbe.
    Magari mi sbaglio :).

    Fra

  2. sì, è vero, forse non sono stato abbastanza esplicito: il film mi è piaciuto. ma d’altronde credo che sia più interessante dare degli spunti di riflessione critica piuttosto che un semplice giudizio di valore. anche a proposito di bobby hai ragione: mi è piaciuto meno del film di gondry.

  3. Scazzuffi approva questa recensione, anche se non c’è la parola polpettone. Comunque se riuscite procuratevi il doppio dvd “the works of director” perché merita assolutamente. si può dire che questo film sia in realtà una raccolta di bei spezzoni di videoclip attorno a una storia esile? a voi espertoni la parola

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