l’ultimo re di scozia

locandina l'ultimo re di scozia

Giovane medico scozzese stufo di una vita ordinaria decide di partire alla volta dell’Uganda per via di alcune gravose domande che gli ronzano in testa: «Perché vivo? E perché sono un medico?». Nel paese africano sembra trovare risposte soddisfacenti, dapprima andando a lavorare in una missione (dove si innamora dell’agente dell’FBI Dana Scully… ehm… chiedo scusa… in realtà si innamora della moglie di un dottore, che però è l’agente dell’FBI Dana Scully), poi diventando medico personale del neopresidente (be’, non è proprio un presidente, ma ci siamo capiti) ugandese. Piccolo particolare: il suddetto Capo di Stato, tale Idi Amin Dada, è un pazzo furioso, che non appena si rende conto del fatto che i dittatori sanguinari non piacciono a nessuno, con la conseguenza di rendersi conto anche del fatto che in molti vogliono farlo fuori, comincia ad assumere comportamenti un po’ strani, come eliminare tutti gli oppositori (all’incirca mezzo paese) e farsi prendere da curiosi sbalzi d’umore. In poche parole, da confidente e migliore amico di Amin l’inesperto giovanotto diventa nemico pubblico numero uno, con tanto di finale ad alto tasso di tensione e fuga clandestina e rocambolesca in aereo. Ovviamente è chiaro sin dal principio che lo scozzese finirà col salvarsi, sennò chi ci avrebbe raccontato questa storia, che pare essere basata su avvenimenti realmente accaduti (effettivamente Idi Amin Dada fu dittatore ugandese dal 1971 al 1979, ed è morto in esilio in Arabia Saudita nel 2003)?

Il film, in generale, è piuttosto riuscito: ha un buon ritmo, belle musiche, un messaggio vagamente pacifista/buonista e alcune scene, ora raccapriccianti ora divertenti, decisamente memorabili. Valore aggiunto l’interpretazione di Forest Whitaker nella parte di Amin, fantastico protagonista che, col suo volto asimmetrico e singolare, dà vita a uno dei migliori schizofrenici che la storia del cinema recente ricordi.
Detto ciò, L’ultimo re di Scozia rimane un film che non riesce ad andare molto in profondità in una questione storico-politica piuttosto intricata: la strategia del dittatore ugandese è appena accennata attraverso due o tre scene esemplari ma non molto significative, e la denuncia delle sue atrocità rimane invero piuttosto blanda. Hotel Rwanda: quella sì che era una pellicola che colpiva nel segno! Il film di Kevin MacDonald rischia invece di essere un thriller d’intrattenimento piuttosto che una vera opera di denuncia. Il che non è necessariamente un male, ma riduce notevolmente il suo peso.

Alberto Gallo

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