la masseria delle allodole

locandina la masseria delle allodole

Quando una madre uccide il proprio figlio appena venuto al mondo, stringendolo a sé in un abbraccio disperato e mortale, al fine di impedire che venga preso e trucidato dal nemico, significa che il treno della storia dell’uomo ha, per l’ennesima volta, tragicamente deragliato, precipitando in un abisso senza fine di morte, odio e dolore. Un abisso che il film dei fratelli Taviani descrive senza mezze misure, attraverso una rappresentazione della violenza che, mai banalmente pornografica, restituisce al genocidio degli armeni – nel quale in Turchia, durante il primo conflitto mondiale, trovarono la morte, tra atroci sofferenze, centinaia di migliaia, forse milioni di persone – tutto l’orrore che solo uno sterminio di massa può portare con sé.

Inutile cercare, nella Masseria delle allodole, giustificazioni razionali a un episodio storico di tale assurdità: il film rimane volutamente nel vago, ridicolizzando le motivazioni turche («La Grecia è dei greci, la Francia dei francesi: perché la Turchia non può essere dei turchi?», domanda un generale dell’esercito ottomano) e concentrandosi esclusivamente sul dolore dei perseguitati, in particolare su quello di una facoltosa famiglia armena, la cui esistenza viene travolta dalla furia prenazista dei compatrioti e – fino a poco tempo prima – amici turchi.

Teste mozzate, evirazioni, crocifissioni, fosse comuni: la morte e la sofferenza sono mostrate in tutta la loro assurdità, senza il conforto di gesti eroici da parte degli oppressi e senza alcun tentativo di spettacolarizzazione della violenza.

Difficile e forse superfluo esprimere un giudizio sulla qualità dell’opera: ci sono film – e La masseria delle allodole è uno di questi – il cui valore e la cui importanza vanno al di là del semplice piacere estetico che possono suscitare nello spettatore. La visione di questo film è pertanto fortemente consigliata: forse vi farà versare delle lacrime, forse vi farà passare la voglia di andare a bere con gli amici una volta usciti dalla sala, forse nemmeno riuscirete ad arrivare al termine della proiezione (di resistenza ve ne occorrerà molta), ma ne uscirete senz’altro più ricchi e consapevoli.

Alberto Gallo

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