l’ultimo inquisitore

locandina l'ultimo inquisitore

L’ultimo inquisitore è un film senza speranza.

Spagna, fine XVIII secolo. Ines (Natalie Portman), ricca e bellissima fanciulla cattolica, finisce nelle mani dell’Inquisizione con l’accusa di praticare segretamente riti giudaici. Pretesto: non le piace la carne di maiale. A tentare invano di aiutarla è il celebre pittore Francisco Goya (Stellan Skarsgård), del quale in passato è stata modella. A condannarla il laido e spietato monaco Lorenzo (Javier Bardem). Quindici anni dopo le truppe napoleoniche irrompono a Madrid, decretando la fine dell’Inquisizione spagnola. Ines, inebetita dalla lunga prigionia, decide di recarsi dal pittore – unico amico che le sia rimasto – chiedendogli di aiutarla a ritrovare la figlia, avuta in carcere dal perverso amore di Lorenzo e strappatale alla nascita. Ma il monaco, nel frattempo, si è riciclato con successo: ora è un ricco funzionario imperiale, anticattolico e illuminista, deciso a impedire che un semplice fantasma del passato lo coinvolga in un inutile scandalo.

Non c’è riscatto né salvezza per i protagonisti di questa tragedia, non c’è luce, redenzione, pentimento, né, si diceva, alcuna speranza. Come sempre è accaduto e sempre probabilmente accadrà nella storia di questa bizzarra stirpe che chiamiamo genere umano, la violenza, il sopruso e l’orrore si abbattono con crudele indifferenza su esseri innocenti, condannandoli a eterna e insopportabile agonia. Con ritmo da film d’azione, grotteschi colpi di scena degni del miglior Edgar Allan Poe (come non citare Il pozzo e il pendolo e Hop-Frog?) e un mai scontato approccio filosofico, l’ultima fatica di Milos Forman, nata dalla penna del geniale Jean-Claude Carrière (già al lavoro con Godard, Oshima, Ferreri e Bunuel), è un capolavoro di pessimismo universale dalla forte connotazione antireligiosa.

Impreziosita da una massiccia e ragionata presenza di opere di Goya, la mise en scène è sobria ed elegante, non particolarmente autoriale (in fin dei conti si tratta di un film di stampo hollywoodiano) ma più che semplicemente corretta. I titoli di testa e di coda – che illustrano attraverso le incisioni del pittore spagnolo gli orrori dell’Inquisizione – sono quanto di più memorabile il film abbia da offrire a livello estetico, mentre il tocco da grande regista è riscontrabile soprattutto nell’ultima, struggente, scena dell’opera, volutamente “non finita”. Il messaggio è chiaro: la pellicola è giunta al termine, ma il dolore, per gli oppressi, non avrà mai fine.

Oltre ogni elogio l’interpretazione dei protagonisti, con un Bardem degno di entrare, insieme a Nicholson e Murray Abraham, nel novero dei grandi antieroi formaniani.

Alberto Gallo

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