grindhouse – death proof

locandina grindhouse - death proof

Tanto per mettere subito le cose in chiaro, inaugurerò questa recensione con un elenco, sicuramente incompleto, delle autocitazioni tarantiniane (forse l’unica cosa in cui il regista americano possa ancora essere considerato un maestro) presenti in Grindhouse:

1 – i dialoghi intorno al tavolo di un bar;
2 – i dialoghi in automobile;
3 – la scena dell’apertura del baule di un’auto vista dall’interno del baule stesso (il vero marchio di fabbrica di Tarantino, che deve aver apprezzato molto Quei bravi ragazzi);
4 – la scena in bianco e nero, come in Kill Bill;
5 – la suoneria del cellulare di una delle protagoniste, che è il celebre motivetto fischiettato di Kill Bill;
6 – Misirlou, una delle canzoni presenti nel jukebox del bar, già in Pulp fiction;
7 – il feticcio dei piedi femminili e i massaggi ai piedi, già in Pulp fiction, Jackie Brown e Kill Bill;
8 – lo sceriffo e suo figlio, che ricordano molto da vicino i colleghi di Kill Bill;
9 – la star del passato ripescata dal dimenticatoio (Kurt Russell, nel ruolo che fu di Pam Grier e David Carradine).

Ciò detto, concentriamoci sul film.

Che, come forse vi sarà già capitato di sentire da più parti, non è un granché.

Prima di sparare sulla croce rossa, però (perché, volendo, questo film di spunti di denigrazione ne offre un’infinità), lasciate che vi dica una cosa: con tutti i suoi macroscopici limiti e difetti, Grindhouse non è completamente da buttare via.

Innanzitutto perché è troppo stupido per essere preso sul serio: la storia di uno stuntman e del suo vizietto di uccidere belle ragazze con un’automobile truccata è talmente demenziale da risultare quasi simpatica. Certo, l’ironia è uno stratagemma con il quale si può giustificare qualsiasi schifezza, ma credo proprio che in questo caso sia l’unica vera chiave di lettura.

In secondo luogo perché alcune scene d’azione (a dire il vero ce ne sono soltanto due, ma piuttosto lunghe), in particolare la seconda, che vede protagonista colei che fu la controfigura di Uma Thurman in Kill Bill, sono davvero avvincenti. La maestria con cui Tarantino ha girato un lunghissimo e iper-adrenalinico inseguimento in automobile con tanto di ragazza aggrappata al cofano è qualcosa di incredibilmente esaltante.

Il problema è che queste fantastiche sequenze sono immerse in un mare di noiosissimi e interminabili dialoghi.

Chi di voi non abbia ancora visto il film, ci scommetto, starà sicuramente saltando sulla sedia in preda a convulsioni. «Sacrilegio! – già mi pare di sentirvi – Come puoi definire noioso un botta e risposta scritto da Tarantino? Lui è il maestro dei dialoghi brillanti! Già dimenticati Pulp fiction e Le iene?». No, tranquilli, non ho scordato gli antichi fasti dell’ex enfant prodige del cinema americano. Ma stavolta, semplicemente, ha toppato. Tanto nei tempi (interi quarti d’ora di bla bla senza tregua sono davvero insostenibili: Vincent Vega e Mr. Pink erano molto meno logorroici) quanto nei temi affrontati (tanto per capirci: non c’è nulla di nemmeno lontanamente memorabile. Niente mance alle cameriere, niente hamburger, niente Madonna… niente insomma da poter citare con gli amici per farsi quattro risate).

Forti perplessità nascono anche dal finale, talmente semplicistico, improvviso e inconsistente da lasciare a bocca aperta.

Che piaccia o no, comunque, Grindhouse è Tarantino al 100%, un film d’autore che, in quanto tale, dev’essere affrontato con un occhio allo schermo e uno al curriculum del regista-produttore, e che verrà apprezzato maggiormente da quanti sapranno coglierne gli innumerevoli riferimenti ai b-movies degli anni ’70 e, in generale, alla cultura pop (non solo) americana.

E, a proposito di cultura pop a stelle e strisce, tenete a mente, nel giudicare questo film, quanto disse quel geniaccio di Herman Melville, secondo il quale «una risata è la risposta più saggia e più naturale a tutto ciò che è strambo».

Alberto Gallo

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2 thoughts on “grindhouse – death proof

  1. 3 cose 3:
    I) I dialoghi inconcludenti e pipparoli sono MERAVIGLIOSI!!! E rientrano nelle citazioni dei telefilm made in U.S.A. degli anni ’70.
    II) Ma vogliamo parlare di quanto bene Mr Quentin dirige gli attori?! Insuperabile.
    III) Il finale è geniale, totalmente fuoriluogo rispetto all’estetica del film… o forse perfettamente coerente; comunque geniale.
    In definitiva: se uno entra in sala aspettandosi un secondo “PulpFiction” non può che uscire dal cinema deluso; ma se uno tiene presente che di “PulpFiction”, nella vita, se ne fa uno solo, “GrindHouse” risulta un gran bel film d’autore. E comunque, personalmente, l’ho apprezzato più di “Kill Bill”: è più “colto” e più divertente.

    Nina goes to Hollywood

  2. Anch’io comincio con una premessa.
    Ho scoperto di essere irrimediabilmente tarantiniano.

    Perchè mi sono reso conto della semplicità (vicino al fancazzismo) della sceneggiatura, perchè mi sono reso conto che ormai Tarantino è vicino all’autocitazione dell’autocitazione (e la vicinanza di suono con -autoeccitazione- qui non è affatto casuale), perchè a furia di strizzare l’occhiolino ormai avrà un crampo al nervo oculare.

    E nonostante tutti questi -perchè- il film mi è piaciuto un sacco.
    Sono uscito dalla sala saltellando come un bambino, con la voglia di riguardarlo ancora.
    A me i dialoghi sono piaciuti molto, le scene d’azione magistrali, il balletto della ragazza mulatta (giù vista tra la’ltro in SpiderMan2) è impagabile, il finale del primo episodio è quanto di più adrenalico, cattivo e terrificante che abbia visto al cinema.

    Dovessi andare su un isola deserta e rinunciare a un solo film di Tarantino (non annoverando l’episodio di Four Rooms tra i film) sicuramente lascerei a casa proprio -A prova di morte-.
    Ciò non toglie che -A prova di morte- è un filmone, e Tarantino è un geniaccio ( e qui ammetto quanto scritto inizialmente – ring composition)

    ps. nel gusto al cazzeggio e nei richiami stilistici agli anni 70, anche Soderbergh con Ocean 13 si batte benissimo

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