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C’è poco da fare: Michael Moore possiede l’arte di essere convincente. E, nonostante qualche evidente strafalcione populista, Sicko è l’ennesima dimostrazione del suo innato e raro talento.

Dopo la General Motors (Roger & me), le armi (Bowling for Columbine) e George W. Bush (Fahrenheit 9/11), questa volta bersaglio delle polemiche del documentarista del Michigan è il sistema sanitario americano, con particolare riferimento alle infami strategie delle compagnie assicurative. Sin dalle prime, drammaticissime immagini (dita mozzate, gente che piuttosto che recarsi in ospedale si cuce a casa le proprie ferite con ago e filo, famiglie intere ridotte alla miseria a causa di gravi e costosissime malattie), Moore ci sbatte in faccia la sua versione dei fatti: in America – paese in cui non esiste una sanità pubblica – l’obiettivo di compagnie assicurative, case farmaceutiche e persino ospedali non è aiutare il malato a superare le proprie più o meno gravi malattie, bensì, dalle stesse patologie, ottenere il massimo profitto economico. Il tutto con mezzi legali (o meglio legalizzati) ma ignobilmente disumani. Risultato: negli Stati Uniti persino chi è in possesso di una copertura sanitaria totale può correre il rischio di trovarsi in mezzo a una strada perché, grazie a qualche cavillo legale, la compagnia assicurativa di turno rifiuta di pagargli, in parte o completamente, le cure mediche necessarie.

«È il capitalismo, baby», potrebbe pensare lo spettatore più ingenuo…

Ed ecco che giustappunto arriva la seconda parte del film, quella in cui il regista, con mossa semplice ma geniale, si reca in altri paesi di evidente impostazione capitalista (Canada, Inghilterra e Francia) per vedere come se la passano i malati da quelle parti. Neanche a dirlo, la situazione cambia come dal giorno alla notte: assistenza medica completamente pubblica, di alto livello e pressochè gratuita per tutti. Certo, quando poi il regista crede di darci a bere che i nostri cugini d’oltralpe o d’oltremanica sono tutti ricchi e felici solo perché la sanità pubblica funziona… be’, impossibile non pensare: «Ecco il solito colpo ad effetto alla Michael Moore, che almeno in questo è davvero americano al 100%». Ma è un peccatuccio che gli si perdona facilmente. Più difficile da digerire, invece, l’ultima parte della pellicola, in cui Moore e la sua troupe (evidentemente nel tentativo di stroncare con un attacco di cuore l’esistenza di Bush) raccolgono un manipolo di soccorritori dell’11 settembre (!) che nel giorno fatale si sono ammalati e che il governo americano, nonostante le tante belle parole, non ha in alcun modo aiutato (!!), e li portano nientemeno che a Cuba (!!!), dove vengono ricoverati e visitati da medici specializzati senza dover sborsare un solo centesimo (!!!!). Il colpo di teatro è assolutamente devastante: gli “eroi” dell’11 settembre costretti a rivolgersi a un paese comunista perché in America le cure mediche sono troppo costose. Oh, se solo si potesse scaricare da YouTube il video di Bush che guarda questa scena… Eppure, scemata l’euforia iniziale, la parte cubana di Sicko non può che far sorridere (o incavolare, scegliete voi) per il suo essere smaccatamente costruita: insomma, i medici de L’Avana, alla vista delle telecamere di Michael Moore, si sono leccati i baffi per la ghiotta opportunità di fare un po’ di pubblicità-propaganda gratuita al loro paese a danno degli Stati Uniti e si sono presi cura dei malati americani con un trattamento ultraspecialistico e ultrapprofondito che sull’isola probabilmente solo Fidel Castro e famiglia si possono permettere.

In poche parole il difetto di questo film, e in generale dell’etica e dell’estetica mooriana, è il voler a tutti i costi idealizzare (probabilmente in buona fede) tutto ciò che non è americano, senza badare in alcun modo alle contraddizioni che tutti i paesi del mondo inevitabilmente presentano nei loro sistemi.

Ciò detto, questa, come le precedenti fatiche del regista di Flint, rimane un’opera non solo appassionante, ben girata e ben documentata, ma anche e soprattutto importante: magari (anzi sicuramente, Fahrenheit docet) non smuoverà di un millimetro la realtà dei fatti, ma la consapevolezza, in una democrazia, è un fondamentale strumento di emancipazione.

Alberto Gallo

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