un’altra giovinezza

locandina un'altra giovinezza

Esimio Mr. Coppola, o forse dovrei chiamarla Maestro, il sottoscritto, ci tiene a sottolinearlo, è un Suo fedelissimo devoto, e la sua vita ben più misera sarebbe senza padrini, conversazioni, apocalissi e vampiri postmoderni. Desidera anche sottolineare, se Lei permette, stimatissimo Maestro, che con grande impazienza ha atteso l’uscita del suo nuovo film Un’altra giovinezza, dopo anni e anni di triste e obbligata astinenza. Da buon seguace si è infatti precipitato ad ammirarlo nel suo primo weekend d’uscita nelle sale italiane. Ma centoventuno – dico centoventuno – minuti di proiezione seguìti con la massima scrupolosità e la migliore disposizione d’animo non lo hanno aiutato a rispondere ad una semplicissima eppure inevitabile domanda: di cosa diavolo parla questo film? Lo perdoni, veneratissimo Maestro, ponendoLe con umiltà tale questione il sottoscritto non intende mancare di rispetto nè a Lei nè tantomeno a un’opera certo non priva di fascino. Ma la domanda – ahimè – rimane, e rimane senza risposta. Tra citazioni borgesiane, rimandi a Poe, echi di Jodorowsky e tentazioni pseudopsichedeliche, Un’altra giovinezza dà l’impressione, non si adiri, caro Maestro, di girare un po’ a vuoto. E rammentare la trama ai venticinque sventurati che leggeranno queste righe certo non sarà di grande aiuto.

Ma chissà che invece non se ne cavi qualche cosa di buono. Orbene, se permette…

La vicenda si svolge in Romania, nel 1938. Un anziano studioso di lingue antiche, solo e depresso, decide di farla finita ingerendo una massiccia dose si stricnina. Ma, in procinto di compiere l’insano gesto, viene colpito da un fulmine, che invece di ucciderlo lo fa tornare giovane. Piccolo particolare: insieme alla seconda gioventù arriva anche una spiccata e fastidiosa tendenza alla schizofrenia. Gli occupatori nazisti, prede come al solito di ansie eugenetiche, mettono gli occhi su di lui, che però riesce a darsi alla macchia in Svizzera. Finisce la guerra, passano gli anni ma per il professore il tempo sembra non trascorrere mai. Un giorno, su un’altura ticinese, conosce una ragazza (copia perfetta di una sua vecchia fiamma, motivo per cui se ne innamora) che, in seguito a un incidente automobilistico, comincia a parlare lingue sempre più antiche (utili agli studi del professore) in preda a trance che la fanno invecchiare anzitempo. Per proteggere la giovinezza dell’amata il linguista decide di abbandonarla per tornarsene a casa, in Romania.

Con grande rispetto, Maestro, il sottoscritto si permetterà di omettere la descrizione dell’ultima scena – la più enigmatica e angosciante – per non rovinare la sorpresa a quanti non abbiano ancora visionato la pellicola.

Che dire, dunque? Il sottoscritto non vorrebbe sembrarLe eccessivamente presuntuoso sostenendo che le due parti in cui è diviso Un’altra giovinezza (parte I: il professore ringiovanisce ed è braccato dai porci nazisti; parte II: il professore si innamora di un’inconsapevole esperta di sanscrito-babilonese) sono inspiegabilmente e clamorosamente scollate. Non è poi ben chiaro, come si diceva prima, quale sia il punto focale del film, la sua essenza, il suo discorso: l’eterna ricerca della giovinezza? Il tema del doppio? Oppure siamo di fronte a un semplice dramma bellico che si trasforma in un’altrettanto semplice storia d’amore e morte? Oppure – C’era una volta in America docet – non si tratta che del delirio di un povero vecchio il quale, in punto di morte, cerca un finale alternativo alla sua fallimentare esistenza?

Ci sarebbe poi da fare un’ulteriore considerazione, Maestro, se il tempo a Sua disposizione ancora non è terminato: il fattore estetico del film è piuttosto deludente. Si rammenta, Maestro, del suo ormai antico capolavoro Dracula di Bram Stoker? Si trattava di un’opera strampalata, diseguale, onirica. Ad alcuni – io giammai fui tra quelli! – non piacque, ma tutti dovettero ammettere che costumi, regia, effetti speciali e fotografia furono grandiosi, o quantomeno molto interessanti e degni di essere ammirati. Non è questo il caso di Un’altra giovinezza, le cui uniche sciatte “invenzioni” estetiche si limitano a qualche superflua inquadratura storta o rovesciata, e che all’occhio davvero non ha molto da offrire.

Che dire, in definitiva? Il sottoscritto è molto dispiaciuto nel comunicarLe che, secondo la sua modestissima opinione, si tratta di un’occasione sprecata. Un’altra giovinezza è un’opera affascinante e ricca di spunti potenzialmente devastanti ma, come la mente di un povero vecchio che un tempo fu un genio, tutto sembra incepparsi costantemente, irrimediabilmente e talvolta ridicolmente (no, quelle rose rosse computerizzate che appaiono dal nulla come un pop up su un sito internet davvero non sono degne del Suo immenso talento!).

Esimio Maestro, non se la prenda: è il destino dei grandi essere giudicati severamente, anche in base al proprio illustre passato. L’ha sentito l’ultimo disco di Bob Dylan? L’ha letto l’ultimo libro di Philip Roth? Come dice? Sono entrambi così così? Ecco, appunto.
Se poi magari la Sua prossima pellicola non si farà attendere così tanto, forse – anzi sicuramente, è una promessa – nel giudicarla i nostri animi saranno ben più favorevolmente disposti.

Ci contiamo.

Alberto Gallo

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2 thoughts on “un’altra giovinezza

  1. Esimio blogger dei miei stivali, pensi a scrivere recensioni e non “bei pezzi di narrativa”. Forse dovresti concentrarti di più su quel tuo romanzo… sai, quello che scrivi da tre anni… ci lavori giorno e notte…

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