ratatouille

locandina ratatouille

Remy ha il pallino dell’alta cucina e il talento necessario per diventare un grande cuoco: è dotato di fantasia, coraggio, tecnica – appresa sul manuale del mitico chef Gusteau – e un olfatto straordinario. Decide così di recarsi nel migliore ristorante di Parigi per conquistare il mondo con la sua arte culinaria. Niente di più facile, no? Peccato che Remy sia un topo. Sì, esatto: un ratto, un sorcio, una pantegana di cloaca, giustamente schifato e scacciato da chiunque lo sorprenda in cucina a rovistare tra carni e ortaggi. Il piccolo chef è dunque costretto a modificare il suo improbabile piano, cercando e trovando nel giovane e imbranato Linguini – completamente ignorante in fatto di cucina, ma figlio segreto del grande Gusteau e soprattutto… appartenente alla razza umana – un alleato attraverso cui dare vita alle sue innovative e complicatissime ricette. Nonostante le difficoltà – dovute non solo alla sua natura di roditore, ma anche alla crudeltà dello chef Skinner e del critico gastronomico Anton Ego – Remy vedrà finalmente riconosciuto da tutti il suo talento.

Nonostante il coro di sperticate lodi che ha accolto l’uscita di Ratatouille, ultimo cartone animato digitale della già mitica Disney Pixar (quella di Toy story, Monsters & co., Alla ricerca di Nemo, Gli incredibili, Cars…), mi permetto di muovere qualche critica al topino più famoso del momento. Il fatto – in Ratatouille come in moltissimi altri cartoni animati moderni – è questo: se da un lato i disegni si fanno sempre più perfetti (almeno per quanto riguarda cose e animali, per gli esseri umani siamo ancora a livello di caricatura) e l’atmosfera generale del film diventa sempre più “adulta” (certi doppi sensi e sottili ironie e certe ancora più sottili citazioni e riferimenti alla cultura popolare non sono certo rivolti a un pubblico di neonati, per non parlare dei rapporti tra uomini e donne e di altre situazioni che solo chi ha perso i denti da latte può in qualche modo capire), dall’altro la sceneggiatura è più che mai ancorata a schemi narrativi visti e stravisti. Certo, Ratatouille è un film divertente, ben congeniato, talvolta perfino commovente (soprattutto nel finale), ma non riesce a scollarsi dalla solita struttura difficoltà iniziali/grande gioia e speranza centrale/delusione e altre difficoltà a tre quarti di film/happy ending. Il tutto condito dalla solita sottotrama amorosa, dalla solita punizione del cattivo di turno e dalla solita redenzione dell’altro cattivo di turno. Il discorso sottostante a Ratatouille e alla stragrande maggioranza dei cartoni animati (in particolare di quelli recenti) è il processo di affermazione sociale del protagonista o dei protagonisti. Qual è la storia di Shrek? E del povero Chicken Little? E del pesciolino Nemo? Si tratta sempre e comunque di poveri esclusi, di reietti, di outcast, che dopo un’ora e mezza di film e varie peripezie riescono a trasmettere agli altri il proprio valore e ad essere accettati dalla società civile (o dal branco, a seconda dei casi). Gli sceneggiatori della Disney non peccano certo di scarsa fantasia nè tantomeno di insufficiente umorismo. Ciò di cui scarseggiano è l’audacia, il coraggio di traghettare definitivamente l’arte del cartoon verso una dimensione adulta e davvero stimolante. Cosa che – piaccia o no – in Giappone succede da anni.

Nonostante i limiti imposti dal genere, comunque, Ratatouille è un bel film. Molto azzeccata, soprattutto, la riflessione finale sul mestiere del critico, saggia “frecciatina” degli autori a quanti dai cartoni animati pretenderebbero qualcosa di più…

Alberto Gallo

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4 thoughts on “ratatouille

  1. Albè, ma ci vuoi privare anche del lieto fine dei cartoon della Disney? Ormai ci resta solo quello…e tu sai perchè.
    I cartoon della Disney nascono per i bimbi, e non possono mica tradirli così: per loro gli outcast ancora non esistono e proprio per questo li ascoltano e li ricordano come ogni altra persona, senza alcun pregiudizio e anzi ricordandoli come valori positivi.
    La voce degli outcast è sempre stata un must: può essere lanciata e ascoltata senza problemi: ma se colpisce bambini magari li aiuta a crescere e a ricordarsene; se fosse diretta solo verso i grandi al di là della normale “due giorni di indignazione popolare” non resterebbe niente o quasi…

    Detto questo, il film non l’ho visto ma spero di farlo presto!
    Au revoir!

  2. E UN FILM TROPPO CARINO….VI IMMAGINATE UN TOPO CUOCO?SE SOLO MIA MADRE VEDE UN TOPO INIZIA AD URLARE FIGURIAMOCI SE LO VEDE TRA I FORNELLI COME STORIA E PIUTTOSTO IRREALE MA MOLTO DIVERTENTE

  3. Qui, quando dici “cartone animato” dici bambino, purtroppo. Dopo 80 anni di dominio Disney è difficile, per la cultura occidentale, riuscire a pensare diversamente. Bene vs Male, lieto fine annunciato.
    Su questo canovaccio devono lavorare, questi poveracci. (il datore di lavoro quello è) Però, bisogna dargliene atto, lo fanno alla grande. Soprattutto perché riescono a dare più livelli di lettura ad una stessa storia, per quanto semplice essa sia. E perché attingono a piene mani dall’immaginario collettivo (dai giocattoli parlanti, ai mostri dentro l’armadio, al ratto in cucina…) e ne fanno qualcosa di straordinario, almeno visivamente. D’accordo, hanno poca storia, ma quello che hanno, secondo me lo sanno raccontare.
    PS: Avessero libertà assoluta, chissà che cosa ne uscirebbe!

  4. sì, è vero… devo dire però che nel corso di due anni (ovvero da quando ho scritto questa recensione) le cose sono cambiate, i cartoni animati hanno fatto davvero il salto di qualità che mi auspicavo. in particolare con “wall-e”, che secondo me ha davvero segnato un prima e un dopo e verrà ricordato come il film disney-pixar della svolta.
    alberto

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