sogni e delitti

locandina sogni e delitti

Londra.

Ian (Ewan McGregor) è un perdigiorno che lavora controvoglia nel ristorante del padre. Terry (Colin Farrell), suo fratello, è uno sfaccendato che lavora altrettanto controvoglia in un’officina meccanica. Il primo ha il vizio di far credere alle donne di essere un ricco uomo d’affari. Il secondo nutre un’attrazione fatale per pillole, alcool e gioco d’azzardo. Le loro (abbastanza misere) vite raggiungono l’apice del fallimento quando Ian si innamora di un’attrice molto chic e molto snob che capisce di poter tenere con sè solo a suon di regali e quattrini, mentre Terry perde al tavolo da poker qualcosa come novantamila sterline. Che fare? Sorta di abbronzatissimo deus ex machina, nella capitale inglese si materializza Howard (Tom Wilkinson), il classico “zio d’America”, medico losco e milionario con sede in California che si offre di aiutare i due fratelli in difficoltà. Ma il prezzo che chiede in cambio è estremamente elevato: Ian e Terry dovranno uccidere Martin Burns, un collega dello zio in procinto di testimoniare contro di lui a un processo che potrebbe spedirlo in galera per parecchi anni.

Terza variazione sul tema “delitto e castigo” nella filmografia alleniana (dopo Crimini e misfatti e Match point, anche se alcune considerazioni semiserie sull’omicidio e le sue conseguenze erano già presenti in Amore e guerra), Sogni e delitti è un’opera che, procedendo per sottrazione a livello tanto estetico-formale quanto contenutistico, fa dell’eleganza più minimale il suo grande punto di forza. Tutto è essenziale, in questo film: i dialoghi sono scarni, la recitazione misurata, le musiche (del grande Philip Glass, si tratta del primo score originale in un film di Woody Allen) mai invadenti, la morte mai mostrata. Eppure ogni minimo particolare è estremamente curato, ogni dettaglio perfettamente compiuto nella sua semplicità: era dal devastante bianco e nero di Manhattan che Woody Allen non produceva un film tanto – mi si passi l’espressione – bello da vedere (le scene in barca, in particolare, valgono da sole il prezzo del biglietto). La fotografia, non a caso, è del geniale Vilmos Zsigmond (quello del Cacciatore e di Un tranquillo weekend di paura, tanto per intenderci).

Per quanto riguarda le riflessioni psico-filosofiche sul tema dell’omicidio e del senso di colpa, invece, la faccenda è decisamente più complessa e, nell’insieme, meno soddisfacente. Il fatto è che, come il già citato Match point, Sogni e delitti propone una sceneggiatura la cui peraltro innegabile profondità è ridotta all’osso, i cui dialoghi sono completamente spogliati dalle logorroiche elucubrazioni che hanno fatto per trent’anni la fortuna di Woody Allen: il risultato è uno script serrato e diretto, poco intellettuale, molto adatto, sotto certi aspetti, a un thriller movie (sebbene Sogni e delitti appartenga solo in parte al genere in questione). Eppure la sensazione è che manchi qualcosa. Quel qualcosa che aveva reso davvero memorabile l’analoga vicenda di Crimini e misfatti (il peso dell’eredità culturale ebraica, un senso di colpa illustrato in modo più colto e elaborato, una vicenda più complessa…) e, in tono minore, anche di Match point (la tensione erotica tra i due protagonisti, un discorso non banale sull’ascesa sociale di un proletario, un’idea di esistenza illustrata come fortuita e afinalistica sequenza di episodi…). Nel caso di Sogni e delitti ogni riferimento culturale, filosofico ed esistenziale è lasciato sullo sfondo, a favore di una vicenda che preferisce concentrarsi maggiormente sull’atto stesso dell’omicidio (peraltro illustrato, come si diceva sopra, in maniera assai efficace ed elegante) e i suoi risvolti più materiali: davvero accettiamo di ammazzare quell’uomo? Quando? Dove? In che modo? Come ci sbarazzeremo dell’arma? Certo, l’ultima parte del film è quasi interamente incentrata sul pentimento di uno dei fratelli e sulla sua esigenza di riscatto morale, ma si tratta di riflessioni (volutamente) piuttosto scarne e superficiali.

Sogni e delitti è il film meno alleniano della filmografia del Nostro (assai meno di Match point, che già a suo tempo aveva rappresentato una piccola svolta). Si tratta di un’opera asciutta, sobria ed elegante (fredda, potrebbero dire i maligni) che, pur fallendo – talvolta – nel tentativo di suscitare nello spettatore i moti d’animo cui vorrebbe dar vita (disprezzo, pietà, ansia, compassione), riesce nell’intento di creare una splendida atmosfera di palpabile tensione e di rigorosa, algida compostezza. Cosa non facile e non banale per un film che parla in fin dei conti di un volgare omicidio.

Woody Allen, consapevole di aver dato e detto tutto nei generi cinematografici da lui frequentati – con risultati eclatanti – negli ultimi trentacinque anni (film comici, drammatici e commedie romantiche, sempre con un occhio a Freud e uno all’Empire State Building), ha deciso di cambiare strada. E noi, colmi di gratitudine, non possiamo che seguirlo.

Alberto Gallo

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10 thoughts on “sogni e delitti

  1. “Sogni e delitti” è “Delitto e castigo”, più di “Match Point”, forse meglio.
    Anch’io sono colma di gratitudine, tra i fedelissimi che seguono Woody verso nuovi orizzonti, vecchi almeno quanto Dostoevskij.

    P. S. Grazie Alberto per le “sottrazioni”.

  2. Io ho semplicemente adorato questo film, tra l’altro i motivi li hai già citatiti tu non sto qui a ripetermi. Quindi lode al grandissimo Woody Allen e speriamo che continui a dilettare noi suoi umili fans ^^

  3. Giusto: film minimalista, elegante, scarno. Giusto: eccoci ad un’altra svolta di Woody (alla prossima, rieccoci al Dittatore).
    E’ un film sulla responsabilità, certo non il primo ma il più severo, il più duro, quello senza speranza. Perchè la speranza manca laddove si tratta di amoralità, piuttosto che di immoralità. E “Sogni e delitti” è un trattatello agile ma profondo sulla amoralità, dove non c’è nulla da eccepire sulla mancanza di etica, nulla da aggiungere. Peccato, ai fini “culturali”, che i due fratelli siano due perfetti idioti (non dostojevskiani), semplici banali esseri umani, amorali come tanti.

  4. Oh finalmente l’ho visto e mi è ovviamente piaciuto, ma per questa volta voglio lasciare un post più serio, molto lungo e più o meno pertinente (nei limiti della mia competenza cinematografica).
    Ti bacio le dita.

    Fra

  5. Eccomi. Come giustamente è già stato osservato, hai ancora una volta centrato nell’aggettivazione: elegante, minimalista, scarno, tutto questo è “Sogni e delitti”, che a me, che non sono un cineasta e nemmeno un cinefilo (e neanche cinofilo) mi ha colpito per un paio di elementi.
    1) Le inquadrature. Non tutte, soltanto alcune, una in particolare. Quando lo zio Howard (un abbronzatura mostruosa) rivela il suo particolare problema ai nipoti, Woody Allen tiene insistentemente i personaggi nascosti dietro a una fronda di un albero (credo fosse un salice, ma non ci potrei giurare). E’ talmente tanto vicino a queste fronde che sembrano essere ben più importante del dialogo che si sta svolgendo al di là della coltre, che poi è quello che dà la svolta a un film che, fino a quel punto, lascia esterrefatti gli spettatori (ma non sta succedendo niente cazzo!). Così vicino che sembra che sia la mia stessa persona fisica che cerca di guardare al di là, un effetto di ipermegaultrasuper-realismo, e non è l’unico. Ewan McGregor a inizio film è completamente coperto da una cancellata, si vede giusto che fuma. La stessa ambientazione urbana, la casa pacchiana all’inverosimile dei genitori, sembra tutto mirato a collocare una storia, dalla sceneggiatura tutt’altro che realista, in un ambiente più quotidiano possibile non soltanto negli ambienti, ma anche nella percezione. Una mossa che esteticamente mi ha spiazzato, e tutt’ora non so come giudicare. Forse che il vecchiaccio stia un po’ esagerando? Non saprei dire.

    2) La sceneggiatura, i dialoghi. Questo è un campo in cui mi sento più competente: ho guardato “Sogni e Delitti” a bocca aperta in cerca di un appiglio, di un elemento che appartenga al cinema dei “miei tempi”. Mi spiego: ho un esempio che utilizzo sempre a riguardo. In “Inside Man”, di Spike Lee (film per cui forse provo un entusiasmo esagerato), il regista si sofferma in maniera minimale ma dettagliatissima sull’allestimento dei mezzi di polizia sulla scena del crimine. Transenne, auto, camion, agenti, passanti, infine i personaggi principali, sembra stia dicendo “Così è che funziona”. Bene: Woody Allen se ne fotte. Non solo parla di meccanica e di ristorazione, che sono gli impieghi dei due protagonisti, in maniera più vaga che altro, quasi contasse meno di niente, ma gli stessi dialoghi sembrano piovere dal nulla: i personaggi parlano dello spettacolo della amante di McGregor in maniera spontanea, ma noi non ne sappiamo niente (la chiamano commedia ma commedia non sembra affatto); ma parlano anche di vita in maniera surreale, con una compostezza e una povertà degna di un libro stampato, un modo di esprimersi plastificato. Allegria, entusiasmo, preoccupazione, dubbio, dolore: tutti questi sentimenti vengono portati sullo schermo in maniera piatta e neutrale, e ben separata. Mi è sembrato che Allen abbia voluto concentrarsi in maniera talmente impersonale con la storia da eliminare ogni forma di distrazione, senza abbandonare un certo tocco personale, ma appena accennato e nulla più. Una prova di recitazione mostruosa, e sono tutti bravi: vederlo in lingua originale è assolutamente necessario, ma nella lettura del labiale si può scorgere come testo originale e traduzione siano spesso coincidenti, e quindi come il senso generale del testo sia limpido nella trasposizione. Pazzesco. Una scelta che non porta lo spettatore al cinema di un’altra epoca, ma addirittura al teatro di un altra epoca, quando gli attori non dovevano offrire una prestazione “realistica” ma, anzi, estremamente stilizzata. Un lavoro eccellente dei due protagonisti, che sono stati entrambi straordinari.
    Complessivamente questo film verrà sottovalutato, e non a torto. Ci sono degli elementi che sono oggettivamente troppo lontani dalla percezione comune di film. Gli stessi attori meriterebbero vagonate di premi ma probabilmente ne riceveranno molti di meno. Il testo è potente, l’ultima mezz’ora di film splendida, ma trovo che la scelta di Woody Allen abbia due facce, come una medaglia: nel suo proporre un cinema artigianale, elegante e minimale sicuramente trova in me un pubblico estasiato nell’apprezzare la sua padronanza tecnica. Nella sua scelta altrettanto minimale e concentrata della sceneggiatura, sebbene sia intrigato da questo modo di recitare molto formale su argomenti invece molto terreni, tuttavia trovo che una simile formula necessiti un poco più di realismo, di approfondimento. Mi lascia perplesso la scelta di dire “lavoro in un ristorante” oppure “guardiamo questo cofano” e poi lasciarla buttata lì. Ma penso sia una questione di gusti personali, forse Woody si appellerebbe alla sua pigrizia, ma non se ne verrebbe a capo. C’è da dire che a me Sogni e Delitti mi è piaciuto molto perché ha stimolato la mia attenzione così come Matchpoint a suo tempo. Sono assolutamente a favore di questa nuova evoluzione del Nostro, e sono impaziente di vederne i prossimi risultati.

  6. sono molto d’accordo, specialmente sulla prima osservazione. hai evidenziato aspetti molto interessanti che a me non erano proprio venuti in mente. inserire “barriere” tra spettatore e protagonisti è un espediente vecchio ma sempre molto significativo.
    alberto

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