into the wild

locandina into the wild

Cosa può fare un giovane e aitante neolaureato americano – biondo, bello, intelligente ecc… – all’indomani del conseguimento del tanto agognato traguardo? Trovarsi un lavoro e mettere su famiglia? Naa. Iniziare un relazione pericolosa con Mrs. Robinson? Mh, no, già visto. Andare in Europa? Prendere un dottorato di ricerca? Mettere su un’impresa? No, no, no! Christopher McCandless è troppo severo e irrequieto per intraprendere percorsi tanto banali. Perciò cambia nome in Alexander Supertramp (tranquilli, Breakfast in America non c’entra niente) e zaino in spalla parte alla volta del Messico. Poi della California. Poi del South Dakota. Infine della bianchissima Alaska, meta finale di un viaggio (realmente avvenuto tra il 1990 e il 1992) alla ricerca di se stesso e del grande spirito americano. Ed è proprio questo anelito di libertà a spingere il nostro eroe verso il superamento dei propri limiti e confini, verso l’abbandono dei valori borghesi (soldi, carte di credito, documenti, una fissa dimora) e soprattutto verso la grande avventura nel cuore del Nuovo Mondo.

Molteplici i riferimenti culturali più o meno dichiarati che forgiano lo spirito di Into the wild: il grande vitalismo americano dell’800 (Emerson, Whitman, Jack London e soprattutto Thoreau con il suo Walden – La vita nei boschi), Woody Guthrie e la folk music vagabonda, Jack Kerouac, l’eredità hippie, il grunge, il country e mille altri ancora. Non tutti perfettamente messi a fuoco. Laddove la tradizione – poetica, musicale e culturale – americana ha sempre fatto della semplicità più diretta la sua maggiore peculiarità (esiste un libro più minimale di On the road? Un inno più scarno di This land is your land? Una Weltanschauung più genuina di quella hippie?), il film di Sean Penn punta troppo spesso sull’enfasi e sulla retorica, finendo per risultare il più delle volte insincero e didascalico, tanto a livello estetico quanto sotto un punto di vista narrativo: scene al rallentatore, split screen, altisonanti discorsi di voci fuori campo, flashback lacrimosi e metafore visive eccessivamente facilone non fanno altro che togliere fascino a un road movie che, se fosse stato lasciato libero di scorrere tra le prodigiose bellezze della natura americana, sarebbe potuto risultare decisamente migliore.

Un’occasione sprecata, in fin dei conti.

Bellissime e efficaci le musiche di Eddie Vedder, storica voce dei Pearl Jam. Nei giorni in cui Christopher McCandless moriva avvelenato e affamato tra le nevi dell’Alaska la band di Seattle pubblicava Ten, il suo indimenticabile disco d’esordio.

Alberto Gallo

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6 thoughts on “into the wild

  1. Due cose

    1.Secono me dimentichi che questa è una storia vera. O almeno il film *è tratto* da una storia vera.
    Quindi certa retorica, se c’è, è nella vicenda reale, più che nelle scelte di Penn.

    2.Ribadisco quanto detto di persona: secondo me la troppa fuffa che ci si sorbisce oggigiorno al cinema non fa capire quando un film è una di quelle pellicole che verranno ricordate negli anni.
    Come, sono sicuro, accadrà per *Into the wild*. Manierismi di montaggio a parte, per me è il miglior film degli ultimi 2 anni.

    Bonus: 3.Bello il finale con l’omaggio al mitico “Ten”

  2. sono sostanzialmente d’accordo con te.
    a riki vorrei dire solo che sto leggendo ora il libro di krakauer e pur essendo anche quello molto magnanimo nei confronti del protagonista ne sottlinea certi difetti che nel film sembrano non esistere.
    Chris sembra quasi il messia:lui mette a posto relazioni, fa innamorare le persone..non era proprio così.
    persino nel libro (che già krakauer è dalla sua parte) si sottolinea come alcuni non lo apprezzassero molto e si sente da alcune voci come molti gli siano vicini solo perchè è morto..o almeno sono più indulgenti verso la sua figura…
    un bel film ma non eccezionale.
    peccato perchè proprio come dici tu se la pellicola fosse stata lasciata libera di scorrere (che palle la voce fuori campo!) sarebbe stato un vero capolavoro!

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