shine a light

locandina shine a light

No. I Rolling Stones non sono affatto simpatici. Sono anzi arroganti e supponenti. Sono troppo ricchi e non fanno nulla per nasconderlo. Sono vecchi in modo imbarazzante e ancora fanno strappare le mutandine alle adolescenti. Suonano da trent’anni le stesse canzoni.

Eppure sono maledettamente grandi. I più grandi. E suonano il rock’n’roll migliore che la storia abbia mai conosciuto. Shine a light, film-concerto diretto da Martin Scorsese, non fa che confermare questa semplice tesi.

Catturati per due ore dalle splendide e frenetiche immagini del regista newyorkese, che volano tra i quattro membri della band fotografandone con la consueta genialità (e impietosità) vezzi, mosse, strumenti e rughe, gli Stones sfoderano il meglio del loro repertorio. Le canzoni, certo, quegli inni – spesso di una semplicità disarmante – che hanno costruito il mito stesso del rock’n’roll (da Satisfaction a Brown sugar passando per Jumpin’ jack flash e Sympathy for the devil), ma anche i balletti supersensuali eppure così ironici di Mick Jagger. Il volto scavato dal tempo di Keith Richards, che da decenni sbaglia l’attacco di quasi ogni riff ma va bene lo stesso. L’impassibilità di Charlie Watts, che in tutto il concerto pronuncia una sola parola («Hello») scatenando il sarcasmo del frontman («Sa parlare!»). L’aria sorniona di Ron Wood, l’ultimo arrivato, spalla ideale dell’altro diabolico chitarrista. Nonostante le inevitabili sbavature e stonature (ehi, stiamo parlando della musica del diavolo, mica di quei tromboni di Mozart e Chopin!) l’alchimia tra i quattro è perfetta. Il ritmo serratissimo. La grinta impressionante.

Ma tutto ciò, da solo, non sarebbe bastato: quando Martin decide di fare una cosa decide di farla bene. Perciò, signore e signori, accogliete con un caldissimo applauso gli ospiti della serata! Ovvero Jack White dei White Stripes (interpretazione tiepidina di Lovin’ cup), il bluesman Buddy Guy (che non fa un granchè ma è abbastanza simpatico da meritarsi in regalo la chitarra di Keith Richards) e quella gran biondona che risponde al nome di Christina Aguilera (che non solo ha una splendida voce, ma chissà come avrà reso felice Mick Jagger in camerino).

E poi gli spezzoni di video d’epoca: spassosissime interviste in bianco e nero che ritraggono i nostri eroi ancora adolescenti o poco più intenti a sfottere e spiazzare in tutti i modi i malcapitati giornalisti. Memorabile, in particolare, un’intervista recente in cui Richards, saggiamente, afferma: «Non so chi sia il chitarrista migliore, tra me e Ron. La verità è che siamo entrambi abbastanza scarsi, ma insieme facciamo scintille».

Ecco, i Rolling Stones sono una vera lezione d’umiltà. Scopano più di noi, suonano meglio di noi, sono più ricchi di quanto mai potremo essere noi, eppure la sensazione finale non può che essere una sola: se lo meritano, e speriamo che continuino a farlo ancora a lungo.

Alberto Gallo

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2 thoughts on “shine a light

  1. Bè a me la Aguilera, per quanto mi stia dannatamente antipatica, ha sempre dato l’impressione di avere almeno una bella voce…a cospetto di tutto il resto (non dico fisicamente, ma musicalmente). Comunque sia, credo che questo sia imperdibile per i fan degli Stones, ed io che non lo sono (ma li apprezzo ugualmente), lo vedrò più che altro da fan di Scorsese ^^

  2. Qui in provincia, purtroppo, ancora non si è visto, ma siamo fiduciosi…
    Gli Stones saranno vecchi, ripetitivi, sfacciati e forse scontati… ma io credo che nessun gruppo abbia saputo rappresentare il rock ‘n’ roll meglio di loro.
    Scorsese, poi, in queste cose ci sa fare. Ai tempi lo dimostrò con “L’Ultimo Valzer”, il suo toccante omaggio alla Band… e quindi, aspetto e spero. Prima o poi, arriverà. Ciao!

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