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Mosca. Un ragazzo ceceno è accusato di aver ucciso il suo padre adottivo, un ufficiale dell’esercito russo. Dodici giurati, rinchiusi nella fatiscente palestra di una scuola, devono decidere se optare per un verdetto di colpevolezza o di innocenza.

Il film è tutto qui: una dozzina di uomini chiusi in una stanza parlano di un fatto che a nessuno interessa davvero. Tanto che alla prima votazione in undici si esprimono, senza pensarci troppo su, per la colpevolezza dell’imputato. Ma con il passare dei minuti, poi delle ore, affiora la coscienza (buona o cattiva, non importa) dei dodici giurati: ognuno ha, tutto sommato, ciò che ritiene un buon motivo per giudicare il ragazzo ceceno colpevole di omicidio. Ma la cosa notevole è che i suddetti buoni motivi non sono in nessun caso legati alla “verità” dei fatti, ovvero alla reale colpevolezza o innocenza dell’imputato, bensì a ragionamenti aprioristici, che nulla hanno a che fare con le prove e le testimonianze affiorate durante il processo: c’è chi vota “colpevole” perchè odia i ceceni, c’è chi vota “colpevole” perchè vuole andare via in fretta, c’è chi vota “colpevole” perchè lo hanno fatto tutti gli altri. Persino l’unica persona che opta per l’innocenza del ragazzo lo fa perchè vuole liberarsi la coscienza (“almeno, a differenza vostra, io potrò dire di averci provato a liberarlo”), e non perchè sia intimamente convinto della falsità dell’accusa.
Eppure, ora dopo ora, nei dodici giurati qualcosa comincia a cambiare: non tutti sono poi così convinti della bontà del loro voto. Forse, pensa qualcuno, il ragazzo non è stato difeso bene. Forse sono solo i nostri pregiudizi che ci spingono a ritenerlo colpevole. Forse, durante il processo, le prove e le testimonianze non sono state raccolte con il dovuto rigore.
Crollano le certezze, la nottata si fa sempre più lunga.
E nella palestra si insinuano la vita, i ricordi e i dolori dei dodici uomini.

Il regista-interprete Nikita Mikhalkov è abilissimo nel costruire (e nel mascherare) un climax di costante tensione psicologica che riesce ad abbattere, grazie a un’ottima interpretazione corale e a straordinarie invenzioni registiche, il limitatissimo spazio in cui si svolge l’azione.
Qualche piccola ingenuità (la banale metafora del passerotto, l’inutile buonismo che affiora negli ultimi minuti) e un finale un po’ stiracchiato (se la pellicola fosse terminata con il discorso del personaggio interpretato da Mikhalkov, lasciando il verdetto in sospeso, staremmo parlando di un autentico capolavoro) non intaccano la qualità di un film da vedere assolutamente. Specialmente ora che è estate, stagione in cui, rassegne a parte, è generalmente ben difficile trovare in sala qualcosa di decente.

Alberto Gallo

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