l’ospite inatteso

locandina ospite inatteso

Walter, compassato professore di economia del Connecticut in trasferta a New York per un congresso di cui non gli importa nulla, sorprende nel suo appartamento di Manhattan una giovane coppia di immigrati: Tarek, siriano, suona i tamburi in un trio jazz. Zainab, senegalese, disegna i gioielli che vende per strada. Mosso da sentimenti di compassione e simpatia, il prof decide di permettere ai due ragazzi di restare nel suo appartamento a tempo indeterminato. Nonostante qualche reciproca diffidenza iniziale, l’inedita famigliola sembra trovare una dimensione di pacifica stabilità, in cui la musica, specialmente quella africana, gioca un fondamentale ruolo unificante. Ma l’idillio finisce quando Tarek, identificato dalla polizia come immigrato clandestino, finisce nelle maglie della burocrazia americana, in attesa di essere rispedito nel suo paese d’origine.

Escludendo l’ottima interpretazione del protagonista Richard Jenkins, il pregio maggiore dell’Ospite inatteso è quello di saper illustrare in modo credibile e intelligente l’american dream e i suoi limiti più evidenti: l’originale terzetto composto da un professore wasp e due immigrati clandestini di colore (che successivamente si trasforma in una coppia altrettanto originale che comprende Walter e la madre di Tarek) è metafora perfetta della famiglia multiculturale a stelle e strisce, dove ogni diversità si fonde con le altre in modo sereno e proficuo, così come l’arresto del musicista siriano e in generale tutta la seconda parte della pellicola descrivono con efficacia il clima di paura e diffidenza del post-11 settembre. Decisamente meno convincenti i dialoghi, spesso banali e noiosi, e il ritmo, esageratamente (e inutilmente) riflessivo.

L’ospite inatteso è un buon film, animato da un lodevole spirito progressista di educata denuncia, ma non è il capolavoro che molti critici hanno esaltato.

Alberto Gallo

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