(super)eroi

the wrestler

The wrestler e Watchmen. Cos’hanno in comune questi due film? Poco. Ma qualcosa, a ben pensarci, c’é.

Innanzitutto – fattore soggettivo – sono due film che mi sono piaciuti, sebbene trasmettano sensazioni radicalmente differenti.

C’é poi il fatto che entrambe le pellicole affrontano in fondo una sola questione: la decadenza dell’eroe – e la sua parziale rivincita finale – in un mondo a sua volta altrettanto decadente.

Infine é impossibile non notare, sia in Watchmen che in The wrestler, una certa tendenza conservatrice. Detto banalmente: mi sembrano due pellicole che esprimono una visione della vita decisamente di destra. The wrestler, poi, é un film conservatore anche sotto il punto di vista cinematografico, ben lontano dalle aspirazioni avanguardistiche dei precedenti film di Aronofsky.

Ecco le – brevi – recensioni dei due film.

The wrestler: Randy Robinson, detto The Ram, é un wrestler sul viale del tramonto. Nonostante il pubblico lo segua ancora, fisico e soldi non sono più quelli di una volta. Tutto, comunque, procede più o meno bene, fino al momento in cui, dopo un incontro particolarmente violento, The ram viene colpito da un infarto. La malattia lo costringe ad allontanarsi dal ring, unico posto al mondo dove si senta realmente felice. Intorno a lui due donne: la figlia, con cui non riesce a instaurare un rapporto sereno, e una spogliarellista, bella ma, come il wrestler, ormai lontana dai suoi anni migliori.
Un film senza fronzoli, di una semplicità e “verità” (incredibile come il wrestling, sport fasullo per eccellenza, ne esca fuori come una disciplina di epica sofferenza) quasi disarmanti. Ma l’aspetto più notevole della pellicola é l’incredibile “mimesi” tra il protagonista della vicenda e l’attore che lo interpreta, quel Mickey Rourke che più di ogni altro divo di Hollywood ha conosciuto gli alti e i bassi del successo e i problemi legati all’incedere dell’età. Il monologo finale é quasi una confessione autobiografica di colui che fu l’interprete di Rusty il selvaggio e Nove settimane e mezzo.
Malinconico, violentissimo, a tratti ironico: un film da vedere.

Watchmen: in un 1985 alternativo dove Richard Nixon (sempre lui: é decisamente il presidente più amato dal mondo del cinema) é ancora al potere e la guerra nucleare con i russi é alle porte, un gruppo di supereroi in pensione (nonché fuorilegge: il presidente ha dichiarato illegale l’attività supereroica) si vede minacciato da un ignoto killer: Rorshach, Nite Owl e Silk Spectre cercano di capire di chi si tratti. Su questa semplice trama (legata a doppio filo con l’attività del potentissimo Dr. Manhattan, il cui compito é impedire che il conflitto nucleare esploda davvero e distrugga l’umanità) si innestano le storie passate di due generazioni di supereroi.
Kitsch, eccessivo, lunghissimo, politicamente scorretto, ma anche inventivo, sorprendente, originale e visionario: Watchmen é un’opera bizzarra e appassionante, uno dei migliori film tratti da fumetti degli ultimi anni. Che invece di concentrarsi su superpoteri (di alcuni protagonisti nemmeno si capisce cos’abbiano in più degli esseri umani) e scene d’azione (che comunque non mancano) preferisce riflettere – amaramente – sul tempo, sulla guerra, sui rapporti umani, sulla violenza, sull’etica e sul suo fallimento. Il finale é spiazzante, ma ciò che si ricorda di più sono i magnifici titoli di testa, sorta di storia alternativa degli ultimi cinquant’anni di politica americana.

Alberto Gallo

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6 thoughts on “(super)eroi

  1. Watchmen, la battuta che vale il film:
    “Non sono io che sono rinchiuso con voi, siete _voi_ che siete rinchiusi con me!” (Rorschach) 😉
    Baci alb
    T.

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