gran torino

locandina gran torino

Walt Kowalski, il protagonista di questo film, interpretato splendidamente da Clint Eastwood, mi ha ricordato per certi aspetti colui che fu mio nonno: entrambi reduci di guerra, un po’ rabbiosi e asociali, entrambi rimasti vedovi in tarda età, entrambi conservatori e un po’ tristi, ma in fondo buoni.

Ma sto divagando.

Il film. Uhm. Bello. Ma non é certo una novità, stiamo parlando di Clint Eastwood. Il vecchio regista stavolta ha deciso di affrontare, con il suo solito inconfondibile stile (che quasi si potrebbe definire un non-stile per la continua ricerca di invisibilità registica. Eppure é proprio questo a renderlo grande), una vicenda che scava a fondo nei temi della violenza, del razzismo, della vecchiaia, dell’immigrazione e dell’integrazione. Per l’occasione – era dai tempi di Million dollar baby che non accadeva – il cineasta californiano é tornato a interpretare un ruolo da protagonista. Ruolo che – mutatis mutandis – catapulta l’attore indietro agli anni ’70, se non addirittura ai ’60 dello spaghetti western, per la durezza pseudo-fascista mista a ironia che lo caratterizza.
Fucile sempre a portata di mano, Kowalski é un reduce della guerra di Corea che, cinquant’anni dopo, si trova a vivere fianco a fianco con una famiglia di immigrati asiatici (i classici “musi gialli”) immischiata suo malgrado in torbide vicende di gang giovanili. Dopo l’iniziale diffidenza l’ex soldato diventa amico di un ragazzino hmong che ha tentato di rubargli la macchina (la Ford Gran Torino del titolo). L’amicizia diventa così profonda che Kowalski decide di sacrificare la sua esistenza (ormai agli sgoccioli: é vecchio e malato) per salvare – indirettamente – quella del giovane vicino.

Strano film: leggero, quasi divertente nella prima metà (soprattutto grazie a un Eastwood piuttosto sopra le righe, impegnato in una quasi-parodia senile dell’ispettore Callahan), affida all’ultima mezz’ora gran parte della sua violenza e drammaticità. Strano ma efficace: nonostante la vicenda sia poco originale e tutto sommato un po’ “telefonata” (la struttura diffidenza iniziale-ammorbidimento-amicizia-sacrificio finale é piuttosto prevedibile) c’é ben poco di banale o superfluo nei 116 minuti di questa pellicola.

Sono giunto alla conclusione che Clint Eastwood e Woody Allen siano, pur non avendo nulla in comune nel loro modo di fare cinema, i due registi americani viventi più importanti e migliori in assoluto: anche quando partoriscono film minori (e Gran Torino tutto sommato é un film minore), generalmente scegliendo se stessi come protagonisti (tanto per fare un esempio recente: Scoop non valeva Match point, così come Gran Torino non vale Mystic river), sono incapaci di deludere.
Perchè il loro stile, il loro cinema e la loro poetica sono compiuti e pressochè perfetti.

Alberto Gallo

Ps: una curiosità finale sul titolo del film e sul nome della celebre auto. Secondo Wikipedia, “il nome Torino deriva dal fatto che gli americani consideravano questa città come la Detroit italiana in quanto sede della Fiat”.

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Una risposta a "gran torino"

  1. Io direi che però secondo me questo non è affatto un film minore, caspita! Pari sicuramente a Million dollar baby secondo me. Un film, apparentemente banale, ma decisamene profondo e stratificato.

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