parigi (due film)

cinematheque francaise

A Parigi la situazione cinema è strana e spiazzante. La capitale francese è anche una delle capitali mondiali della settima arte, ma non sempre riesce a essere all’altezza delle aspettative. Ecco perchè.

Aspetto n.1, positivo: di sale ce n’è un sacco. Sparse ovunque, anche nei punti turisticamente più strategici (mi è capitato di vedere un film esattamente di fianco al Centre Pompidou). Di solito si tratta di multisala di media grandezza (3-4 sale).

Aspetto n.2, negativo: il prezzo. Senza alcuna riduzione si arrivano a sborsare, per un film di prima visione, anche 10 euro. Per gli studenti o i minori di 25 anni il prezzo scende, ma di poco: è difficile pagare meno di 6,50 euro. Il mercoledì è giorno di sconti per tutti.

Aspetto n.3, positivo: il doppiaggio. O forse dovrei dire il non-doppiaggio. Diversamente dall’Italia, in Francia i film vengono generalmente proiettati in lingua originale con sottotitoli in francese. La quale cosa è molto positiva, se si pensa ad esempio che, nei miei primi giorni di permanenza parigina, molte sale proiettavano il romanissimo Pranzo di ferragosto: non oso pensare lo scempio di un simile film doppiato in francese (motivo per cui, in Italia, mi sono rifiutato di andare a vedere Giù al nord; e motivo per cui avrei dovuto aspettare di vedere in dvd in lingua originale Miracolo a Sant’Anna, invece di sorbirmi al cinema l’assurda versione doppiata)!

Aspetto n.4, positivo e negativo insieme: la Cinémathèque française. Istituzione mitica per quanti, come il sottoscritto, sono cresciuti a pane e cinema francese, si tratta in realtà di una mezza delusione. Innanzitutto perchè il luogo dove si trova attualmente non è lo stesso che vide, nel 1968, le epocali proteste legate all’affaire Langlois: oggi si trova nella zona non centrale e non bellissima dietro la Gare de Lyon, 12e arrondissement. Poi perchè non è il posto brulicante di giovani cinefili che sarebbe lecito aspettarsi: la Cinémathèque, oggi, è piuttosto qualcosa di più simile a un normalissimo museo. Ciò che la rende un posto degno di essere visitato sono le bellissime retrospettive in lingua originale, dedicate ai grandi registi del presente e del passato, francesi e internazionali (in questi tempi ce n’è una dedicata a Tati e una a Cecil B. DeMille). Per i torinesi: qualcosa di simile all’attività del cinema Massimo, ma all’ennessima potenza. Anche il prezzo è accettabile: per vedere À nous la liberté di René Clair ho pagato “solo” 5 euro.

Per il resto, detto tra noi, Parigi, pur essendo un luogo sotto molti punti di vista eccezionale, assomiglia assai poco alla città che tutti abbiamo amato e ammirato in À bout de souffle, Ascenseur pour l’échafaud o Belle de jour (o che abbiamo odiato in Le locataire o in Le signe du lion): quella Parigi vive ormai soltanto nelle foto in bianco e nero vendute sulle rive della Senna. La città di oggi è una metropoli radicalmente diversa, ma forse altrettanto interessante.

In questo mio primo mese parigino ho avuto modo di assistere a due film in prima visione.

Chéri, di Stephen Frears: solita storia d’amore già vista e letta mille volte tra una donna matura e un ragazzino. La ricostruzione dei primi anni del ‘900 (ambienti, costumi…) è il punto forte di un film che non riesce a mordere nè a coinvolgere come vorrebbe. A tratti, anche per la presenza di Michelle Pfeiffer, ricorda l’infinitamente migliore L’età dell’innocenza. Evitabile.

La journée de la jupe, di Jean-Paul Lilienfeld: Isabelle Adjani è un’insegnante di un istituto di periferia che, esasperata dall’atteggiamento bullistico di alcuni alunni, sequestra la sua classe nella palestra della scuola, pistola alla mano. Sia “dentro” (tra insegnante e studenti e tra studente e studente) sia “fuori” (tra la polizia, i giornalisti e i politici intervenuti per affrontare il caso) prende vita una serie di psicodrammi ora seri e ora faceti che sfocia in un finale tragico. Poco originale e spesso prevedibile, il film vorrebbe affrontare in modo critico la situazione difficile delle banlieues parigine, l’incompetenza dei politici e l’invadenza dei media, ma la denuncia si ferma in tutti e tre i casi a un livello piuttosto superficiale: troppa carne al fuoco, la pellicola non riesce a seguire una direzione precisa e coerente. Ottima, comunque, l’interpretazione della Adjani.

Alberto Gallo

NOTA: si è detto che Parigi è una delle capitali del cinema mondiale. Ebbene, ecco la classifica delle città che maggiormente hanno legato il loro nome a capolavori della settima arte. 1 – New York. 2 – Venezia. 3 – Parigi. 4 – Roma. 5 – Berlino. 6 – Los Angeles. 7 – Londra. 8 – Tokyo. 9 – San Francisco. 10 – Madrid.

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