vincere

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Prima di inventare il fascismo e farsi duce, il socialista Benito Mussolini ebbe una lunga relazione con la trentina Ida Dalser. Dal loro amore, nel 1915, nacque Benito Albino. Pochi mesi più tardi Mussolini sposò Rachele Guidi, abbandonando Ida e il suo primogenito. Entrambi rinchiusi in manicomio, morirono soli e dimenticati da tutti a pochi anni di distanza l’uno dall’altra.

E’ questa, in sintesi, la drammatica vicenda al centro di Vincere, ultima fatica del maestro Marco Bellocchio presentata al Festival di Cannes. Accolto da giudizi molto contrastanti, il film, che torna su alcune ossessioni del regista emiliano come la politica e la malattia mentale, è effettivamente una mezza delusione: elegante, sorprendente e moderno, ma anche confuso, pretenzioso e a tratti soporifero, Vincere non riesce a restituire allo spettatore quel senso di claustrofobica ingiustizia al quale costantemente vorrebbe puntare. Certo, il tocco del grande cineasta si manifesta in più di un’occasione (curiosamente le scene migliori sono entrambe ambientate in un cinema, dapprima scenario di uno scontro tra neutralisti e interventisti, poi catartico specchio della realtà in un sentito omaggio a Chaplin), ma si tratta appunto di singole scene, faticosamente amalgamate con il resto dell’opera, che salta con eccessiva e gratuita disinvoltura tra tempi e luoghi in perenne movimento.

Anche la recitazione dei protagonisti non è del tutto convincente: se Giovanna Mezzogiorno (che – altro elemento assai straniante – non invecchia mai) se la cava piuttosto bene, Filippo Timi, nel doppio ruolo di Benito e Benito Albino, non riesce proprio a togliersi quell’asciugamano dalla bocca, sprecando in tal modo la sua grossolana fisicità da macho fascista, perfetta per il ruolo. Gli altri personaggi sono per lo più decorativi e poco approfonditi.

Infine c’è da interrogarsi sul senso generale di un’opera simile, ammesso che ne abbia uno: la vicenda, piuttosto banale e già vista mille volte, avrebbe rivestito un maggiore interesse se fosse stata contestualizzata in modo più ficcante. Bellocchio, invece, dà per scontata la conoscenza della storia e delle malefatte del fascismo e lascia lo spettatore in balia di una storia d’amore come tante finita male come tante. Certo, il potere assoluto di Mussolini (personaggio che comunque, a metà film, sparisce completamente di scena) riveste un ruolo importante nello sviluppo della vicenda, ma sappiamo tutti bene quanto le donne, in quel periodo e anche dopo, fossero poco considerate dalla società, e quanto fosse facile farle passare per pazze quando cercavano di alzare la testa.
Di vera denuncia, qui, non c’è traccia.
Forse interpretare la storia della povera Ida alla luce della situazione politica italiana dell’epoca – renderla insomma esemplare delle ingiustizie cui il fascismo diede vita – sarebbe stato un esercizio banale, ma avrebbe sicuramente dato un senso maggiore a un’opera (a tratti) bella ma fredda, troppo ricercata e poco coinvolgente.

Alberto Gallo

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4 thoughts on “vincere

  1. mah… a me convince poco… ha una buona mimica ma la pronuncia lascia un po’ a desiderare. come elio germano. li trovo entrambi sopravvalutati, per quanto diversi tra loro…
    alberto

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