a single man

locandina a single man

California, 1962. Un professore di letteratura, depresso dopo la morte del compagno, decide di togliersi la vita. Il suo (forse) ultimo giorno trascorre malinconico tra ricordi dell’amore perduto e incontri – una vecchia amica sola e disperata, uno studente omosessuale, un gigolo spagnolo, i vicini di casa, insulsi e conformisti – che modificano la sua percezione del mondo circostante.

A single man, esordio alla regia del celebre stilista americano Tom Ford, è un esercizio di stile la cui qualità oscilla curiosamente tra il ridicolo e il sublime.
È ridicolo nel suo mostrare un mondo stereotipato e patinato che sembra uscito da uno spot di Dolce & Gabbana – tutti gli uomini sono belli, muscolosi e abbronzati; tutti gli ambienti sono arredati in modo inverosimilmente ricercato; tutti i vestiti, le pettinature, le automobili, gli accessori sono troppo perfetti per non risultare invadenti all’occhio di chi vorrebbe vedere un film e non la trasposizione cinematografica di una rivista di moda.
È sublime nell’uso vistoso e virtuoso della tecnica registica (scene rallentate, lunghi primi piani, un uso originale e sentimentale della luce e del colore), nella recitazione (un Colin Firth à la Mastroianni da Oscar, Julianne Moore in un ruolo piccolo ma memorabile), nella scelta delle musiche.

Ma se il discorso estetico, che pure può risultare indigesto nel suo manierismo, è comunque il punto di forza e di interesse della pellicola, lo stesso non si può dire dei contenuti, piuttosto superficiali e deludenti. Di cosa parla questo film? L’impressione è che molti spunti potenzialmente interessanti rimangano alla fine inesplorati. Mi riferisco alla guerra fredda, la cui cappa di tristezza e paura sulle esistenze dei personaggi è appena abbozzata; mi riferisco alla condizione “invisibile” degli omosessuali nell’America degli anni Sessanta, poco approfondita; mi riferisco al rapporto tra il protagonista del film e i personaggi secondari, spesso ridotti a macchiette; mi riferisco ai dialoghi e al monologo interiore del professore, zeppi di luoghi comuni e letterariamente poco convincenti.

A single man è un film personale e a tratti originale, addirittura inedito sotto certi punti di vista – un’opera prima riuscita a metà che potrebbe rappresentare l’esordio di una carriera interessante.

Alberto Gallo

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