shutter island

locandina shutter island

Non starò ad annoiarvi con la storia del mio amore totale e quasi irrazionale per Martin Scorsese; con aneddoti su quando, da piccolo, giacché non funzionava il timer del mio videoregistratore, mi alzavo nel cuore della notte per registrare Toro scatenato o Fuori orario; con la delusione che provai il giorno in cui, sperando di vederlo dal vivo al Teatro Regio di Torino in occasione della presentazione del restauro di Cabiria, scoprii che il suo intervento era un video registrato; con il racconto di quando trovai tre fotobuste originali di Taxi driver, spendendo un patrimonio per comprarle e incorniciarle.

Ecco appunto, non starò ad annoiarvi con queste cose. Mi limiterò a dirvi che per me Martin Scorsese è il cinema, o quantomeno lo è in buona ma non molto numerosa compagnia.

Shutter island. Un thriller. Era dai tempi di Cape fear che il Maestro non ci regalava una storia piena, nelle intenzioni, di suspence e colpi di scena. Però, ecco: nelle intenzioni. Il fatto è che, salvo qualche scena di grande impatto emotivo, questo film non riesce a rendere a livello narrativo quanto a livello estetico. Tanto per essere chiari: la vicenda di questo film è eccessivamente prevedibile, mentre le immagini, le scenografie, le luci, i costumi e l’ambientazione sono, come sempre quando si parla di Scorsese, di livello superiore.

Si parte con una barca sgangherata in mezzo alle acque di un mare agitato, immersa nella nebbia e diretta verso un’isola misteriosa. Isola dove, si scopre di lì a poco, si trova un manicomio per pericolosi criminali. Ecco, sin da queste primissime immagini – lente, grandiose – lo spettatore si trova immerso in un’atmosfera di inquietante bellezza, dominata da volti angosciati e angoscianti, rumori sinistri, una natura e un’architettura che sembrano voler crudelmente dominare i personaggi. Un ottimo inizio, che ci catapulta senza troppi preamboli in medias res: una pericolosissima detenuta, colpevole di aver ammazzato i suoi tre figli, è scappata. Due agenti federali hanno il compito di ritrovarla. Poi, però, come per magia, tutto si sgonfia, e la splendida atmosfera d’angoscia e follia che aveva caratterizzato i primi minuti di pellicola lascia il posto a un thriller decisamente telefonato. E decisamente troppo moderno. Voglio dire, cosa c’entrano quegli effetti speciali in computer grafica (sia maledetto chi l’ha inventata) e quei sogni kitsch con il piatto un po’ maccartista (siamo nel 1954) e un po’ alla Il corridoio della paura che Scorsese ci aveva preparato e fatto annusare? Non voglio (una volta tanto) rovinare il finale a chi non ha ancora visto questo film, ma non posso tacere il fatto che Shutter island soffre di una malattia molto comune ai thriller/horror moderni: la sindrome da Sesto senso, anche nota come morbo di The others. È mai possibile che gli sceneggiatori, al giorno d’oggi, non siano capaci di inventarsi un finale che non sia necessariamente il drastico capovolgimento di quanto si è visto durante tutto il film?

C’è poi un altro problemuccio. Il protagonista, Leonardo Di Caprio. Come attore, per carità, è bravino, o quantomeno c’è di molto peggio, ma qui è proprio fuori parte con la sua faccia da eterno bamboccio: non bastano tutte quelle smorfiette alla Robert De Niro per sembrare un uomo adulto e tormentato. Ma a Scorsese chissà perché piace tanto, hanno già lavorato insieme a quattro film, e allora ce lo facciamo piacere anche noi. Ben Kingsley e Max von Sydow, invece, con quei ghigni malefici da vecchie volpi del grande schermo, sono perfetti nei loro (comunque non esaltanti) ruoli.

Nonostante una struggente e abbastanza imprevedibile scena finale Shutter island non può che risultare, in ultima analisi, una mezza delusione. Sia chiaro, non è un brutto film, ma dai grandi è lecito aspettarsi ben di più. O quantomeno è lecito aspettarsi una vicenda che, per quanto confezionata in grande stile, non sia palesemente già svelata al trentesimo minuto di pellicola, e per di più non priva di incongruenze.

Alberto Gallo

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8 thoughts on “shutter island

  1. Totalmente d’accordo. Grande aspettativa, e poi mi ritrovo in mezzo a (da una parte) atmosfere ricreate benissimo, un’umidità che sento arrivare fino ai nervi, eleganza e artigianato totale del mondo in cui sono catapultata, e (dall’altra) un sottofondo di consapevolezza di come sarebbe andata a finire che è arrivato da subito (da quando ruffalo gli offre la prima sigaretta sulla barca, per precisione).
    Non perchè ormai gioco alla detective e mi piace raccogliere indizi e sciogliere il mistero – o meglio, lo faccio con piacere e “naturalezza” con Miss Marple e la Sig.ra Fletcher.
    Ormai da questi film ci aspettiamo il gioco del capovolgimento, l’arrivo di quel punto che ci dice: ehi, devi leggere tutto al contrario, è stato tutto uno specchio. Sesto Senso, The Others…

    Ma ora basta, queste spiegazioni psicologiche mi hanno un po’ stancato o, almeno, sono diventata molto esigente: devono essere più più più che geniali e convincenti, il meccanismo deve essere strapreciso, meccanico, oppure essere “fisico” e non psichico (vedi The Prestige).

    Un piccolo capovolgimento bello, un colpo di reni finale, è arrivato, quando Leo dice qualcosa tipo “preferisco morire da brav’uomo che vivere come un criminale”. Carino.

  2. è vero, anche “the prestige” ha un finale “rivelatorio” dove tutto si capovolge, ma è molto più originale e “fisico”, per quanto inverosimile, degli altri film citati.
    trovo che i finali alla “shutter island” e “the others” siano in generale i più facili, oltre che i più scontati. la prima volta ti stupisci, le altre ti rendi conto che spesso sono solo sintomo di scarsa fantasia da parte degli autori.
    alberto

  3. A me è piaciuto.
    Il finale secondo me è irrilevante, non è una cosa inventata nè dagli autori di The Others nè di quelli del Sesto Senso, ma da alcuni tizi cent’anni prima, quando hanno utilizzato la tecnica dello straniamento per trasformare gli uomini in scarafaggi e i sinceramente innocenti in ignari colpevoli. Si tratta di un gioco postmoderno in cui lo spettatore può stare tranquillo: avrà i suoi momenti di tensione, i suoi momenti di sincera goduria estetica, momenti di citazioni e contro citazioni (il cinema horror nippo-coreano per esempio), e anche momenti di classico Scorsesismo. Peraltro, fosse questa trama così scontata costruita male, avrei capito, ma in fondo la costruzione è precisa, i momenti ben calibrati, il meccanismo funziona piuttosto bene, secondo me, non stiamo parlando mica di Donnie Darko…
    Ok, il film ha dei momenti che si potevano evitare (Max Von Sidow tanto bravo nella performance, quanto superfluo il suo personaggio), e probabilmente non entrerà a far parte della filmografia essenziale del Nostro (ma dopotutto… è davvero necessario?)… ma le aspettative, per quanto sempre altissime, non sono state deluse: ho visto un film di due ore e mezza appassionandomi agli sviluppi dei personaggi, ai rimandi, al gioco degli specchi, la donna il sogno il grande incubo eccetera, e infine ho goduto (pur sapendo come andava a finire) per la straordinaria capacità di metterti a disagio senza far accadere praticamente nulla (e poi quegli spezzoni su WWII, così forti nella loro crudezza).
    Su Di Caprio, non è stato così male, non fosse per quella faccia da bambino sarebbe tra i più grandi (e comunque secondo me lo è, per altre cose del passato); sono d’accordo con Alberto, che teorizzava che Mark Ruffalo nella sua parte sarebbe stato meglio. Grande Zio Sir Ben Nasone Kingsley e tutto il resto del cast. Male la computer grafica, malissimo.

  4. sì è vero, non è un pasticcio alla “donnie darko”, però anche qui non è che fili tutto liscio come l’olio. per dire, su quell’isola erano tutti attori professionisti diplomati all’actor studio? com’è che sono tutti così credibili nel loro “gioco di ruolo”?
    comunque sì, i momenti nazisti sono davvero belli, con quei corpi morti che sembrano “colare” dai treni: agghiacciante.
    alberto

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