the ghost writer

locandina ghost writer

(Ho deciso di continuare la mia battaglia contro i titoli tradotti in italiano – quelli più stupidi – semplicemente ignorandoli. Quindi per me L’uomo nell’ombra rimane The ghost writer sia nel titolo del post sia nel testo della recensione. D’altronde si tratta di un’espressione nota e utilizzata anche in Italia che poteva tranquillamente rimanere tale.)

Cinque anni dopo Oliver Twist – non memorabile – il vecchio, grande Roman Polanski, reduce dai soliti guai giudiziari che lo perseguitano da più di tre decenni, torna a casa. Ovvero al thriller, genere che lui più di ogni altro – escluso l’inimitabile Hitchcock, eterna pietra di paragone per ogni cineasta che negli ultimi cinquant’anni abbia voluto confrontarsi con questo tipo di film – ha saputo portare a vette di impareggiabile grandezza.

Stavolta si tratta di un thriller politico, un intrigo che vede al centro il libro di memorie di Adam Lang (Pierce Brosnan), ex primo ministro inglese accusato di servilismo nei confronti degli Usa e soprattutto di crimini contro l’umanità, la cui stesura viene affidata a un esperto ghost writer (Ewan McGregor). Lo scrittore, pur nel suo disinteresse per la politica, non ci mette molto a capire che, tra le pagine dell’autobiografia, si nascondono segreti di rilevanza internazionale.

Un film solido, coerente, elegante nel suo classicismo, un’opera magari non geniale ma assolutamente riuscita in cui, nonostante i numerosi ed espliciti riferimenti all’attualità politica (è evidente che dietro il bel faccione di Brosnan si nasconde nient’altro che Tony Blair), si ritrovano tantissimi temi cari al regista franco-polacco: un libro come motore della vicenda (La nona porta), l’identificazione del protagonista con il suo defunto predecessore (L’inquilino del terzo piano), il binomio casa-prigione (Rosemary’s baby), la presenza di luoghi isolati dal mondo per via dell’acqua e della natura selvaggia (Cul-de-sac), un finale tragico e inatteso (Chinatown).

La scelta di assoldare quasi esclusivamente interpreti britannici (c’è anche il sempre grande Tom Wilkinson) la dice lunga sulla volontà del regista di dare alla sua opera, nonostante l’ambientazione americana, un tocco inconfondibilmente europeo: a differenza dei thriller hollywoodiani qui tutto è giocato sulla sottrazione (nelle musiche, nella scelta di non insistere sulle – peraltro pochissime – scene di sesso e di violenza, nella recitazione stessa) e sulla decostruzione della suspense (tempi lunghi, ritmo rallentato, appena una scena di inseguimento, peraltro volutamente poco spettacolare). Un film da vedere.

Alberto Gallo

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9 thoughts on “the ghost writer

  1. Film da vedere e rivedere! Un solidissimo ed elegantissimo thriller che ha soprattutto nelle atmosfere e nell’ambientazione il suo punto di forza. Non è da meno la regia del grande Polanski che esplode soprattutto nella sequenza finale che per me rimane un capolavoro.

  2. insipido. sono stata attirata al cinema da un aggettivo usato da un’amica. “hitchkokiano”. L’ho scritto sbagliato, perdonami, è tardi. comunque. forse lo è stato, ma…
    sono uscita dal cinema con una sensazione di nè carne nè pesce. manierismi, anche nelle inquadrature (quelle “storte” – non so parlare in cinematese – da subito usate per i “cattivi”, come voleva il buon vecchio alfred), thriller e tensione che non sentivo (fatemi agitare, vi prego, sì sì con eleganza, ma un piccolo groppo in gola, suvvia), fino a un finale che… voleva essere un colpo di scena?
    e poi, lo so che non dovrebbe importare… ma era facile, sin dall’inizio.

  3. sì be’, polanski ha sempre avuto un po’ il pallino di hitchcock, come quasi tutti i registi che girano thriller (de palma in primis), ma credo che ciò che tu chiami nè carne nè pesce sia piuttosto un lavoro di sottrazione veramente certosino: smontiamo la tensione e vediamo cosa c’è dentro. a me questo film è piaciuto, ma posso capire se lo ritieni poco esaltante.
    alberto

  4. stupendo, stupendo perché hitchcockiano.
    Si potrebbe anche criticare il fatto che la trama sia un po’ prevedibile, ma la costruzione della storia è fantastica, e la regia pure.
    mi è piaciuto tantissimo

  5. sì, però io sono comunque convinto che nonostante le evidenti influenze hitchcockiane qui ci sia un discorso del tutto diverso: laddove a.h. ha sempre cercato una minuziosa costruzione della suspense, anche in senso spettacolare, qui al contrario ci sia un tentativo (riuscito) di decostruire la tensione, ridotta ai minimi termini e assolutamente antispettacolare. per questo dicevo che secondo me è un film molto europeo, mentre a.h. era un regista sì inglese ma assolutamente hollywoodiano (nel senso più nobile del termine).
    alberto

  6. che dire, sono perfettamente d’accordo. Come ti ho già detto a voce, l’ho trovato un film impeccabile dal punto di vista visivo anche in relazione della trama, e sono contento che esistano ancora film così marcatamente “di genere” che possano riuscire in modo così brillante e anche originale. Ewan McGregor, nonostante il solito doppiaggio così così, riesce a strappare più d’una risata, e c’è stato un momento in cui mi sono chiesto quand’è che avrei cominciato a sentire la suspence. E tuttavia a ogni colpo di scena ho sobbalzato – certo, non in maniera plateale come in Cloverfield. È stata una pellicola che mi ha fatto vivere due ore di bel cinema. E penso che un film, pur non essendo memorabile, dovrebbe puntare sempre a questo.

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