oncle boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures

locandina oncle boonmee

Recensione, in anteprima per il nostro Paese, del film che ha trionfato lo scorso maggio al Festival di Cannes. L’uscita sugli schermi italiani è prevista per il 1 ottobre 2010 con il titolo Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti.

Non è raro che un film parli della morte. Meno frequenti sono invece le pellicole che affrontano il tema del morire, atto estremo di ogni uomo, così silenzioso, misterioso e poco spettacolare. Oncle Boonmee, del giovane regista tailandese Apichatpong Weerasethakul, appartiene a questa seconda, affascinante categoria.

Difficile riportarne la trama, così impalpabile eppure così complessa nel suo delicato e inquietante altalenarsi tra mondo dei vivi e mondo dei morti, tra malattie, fantasmi, leggende e una natura che sembra essere ben più viva ed eterna della misera esistenza umana: Oncle Boonmee, malato terminale, sta trascorrendo in campagna i suoi ultimi giorni, assistito da ciò che rimane della sua famiglia. Una notte, nel buio agghiacciante della natura tailandese, che sembra vivere, più che di immagini, dei suoni ipnotici dei suoi misteriosi abitanti, arrivano la defunta moglie di Boonmee, ancora giovane come il giorno del trapasso, e suo figlio, unitosi tempo prima a un branco di scimmie fantasma e gradualmente trasformatosi in una di loro. È l’inizio del viaggio di Boonmee verso la morte, un cammino (non una fine) che lo porta a confrontarsi con le sue vite passate, epilogo sereno di un’esistenza come tante.

Premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes (giuria presieduta da Tim Burton, qualcosa vorrà pur dire), Oncle Boonmee è un’opera indecifrabile, affascinante, difficile: pochissimi i movimenti di macchina; scarne le musiche; estremamente spartana la mise en scène (esclusa la sequenza, estemporanea eppure così significativa, della principessa nel lago); sottile l’ironia che permea ogni singola scena e che esplode solo nel beffardo finale; ancor più inafferrabile, per noi occidentali, il discorso politico (che sfiora i temi dell’immigrazione e delle insurrezioni comuniste). Eppure tutto è compiuto in questo film che, pur smaccatamente asiatico nei ritmi e nelle tematiche, non può non far pensare anche al Lynch più spiazzante (Mulholland drive, Inland empire). Raffinato nella sua appartente semplicità, volutamente manierista nella sua ricerca esasperata di una calma che a volte sembra girare un po’ a vuoto, Oncle Boonmee è un film capace di insinuarsi sottilmente nell’animo dello spettatore, inquietante e al contempo leggero come solo le opere più sofisticate sono capaci di essere.

Alberto Gallo

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