inception

INCEPTION (Usa-Uk 2010)

locandina inception

Non ti sei destato alla veglia ma a un sogno precedente. Questo sogno è dentro un altro, e così all’infinito, che è il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere all’indietro è interminabile e morrai prima di esserti veramente destato. (Jorge Luis Borges, La scrittura del dio, 1949)

Ci fu un tempo in cui Matrix sembrò un film tecnologicamente all’avanguardia. Ci fu un tempo in cui I soliti sospetti venne considerato un film complicato. Ci fu un tempo in cui Avatar parve sfondare definitivamente i limiti dello sfarzo cinematografico. Ci fu un tempo in cui The prestige e Il cavaliere oscuro furono indicati dai più come apici di una carriera già ricca di soddisfazioni. Poi venne Inception: un film capace di andare oltre, in tutti i sensi.

A partire dalla trama, praticamente impossibile da riassumere se non per sommi capi. Cobb (Leonardo Di Caprio) è un ladro. Ma di una specie molto particolare: ruba le idee dai sogni della gente. E nel suo campo è sicuramente il migliore. Per questo viene contattato dal ricchissimo industriale Saito (Ken Watanabe), che da lui, però, esige qualcosa di diverso: non più rubare un’idea, ma impiantarne una, allo scopo di danneggiare il suo diretto rivale in affari Robert Fischer (Cillian Murphy). Possibile? Impossibile? Cobb sostiene di potercela fare, a patto di mettere insieme una squadra con i migliori ladri di sogni del pianeta: un architetto che sappia costruire scenari credibili per il sogno artificiale nel quale la vittima subirà l’innesto, un chimico capace di creare sogni (e metasogni) di profondissimo livello e un falsario in grado di assumere diverse personalità oniriche allo scopo di disorientare la psiche del sognatore. Inizia così il lungo viaggio nella mente di Fischer, un percorso pieno di insidie – fisiche e mentali – in cui i protagonisti vengono a trovarsi faccia a faccia non solo con i sogni di un estraneo, ma anche con le proprie paure, i propri ricordi e i trabocchetti di un passato che continua a riaffiorare.

Una vicenda intricata, complessa (sebbene non così impossibile come molti spettatori evidentemente distratti hanno sostenuto), che – con i suoi labirinti, le sue trappole oniriche e i suoi assurdi mondi alternativi – avrebbe forse fatto la gioia di J.L. Borges (e non si tratta dell’unico riferimento letterario: Murakami Haruki, con il suo La fine del mondo e il paese delle meraviglie, sembra aver fornito a Inception più di un’idea). Così complicata la trama di questo film che risulta difficile riscontrare nella sceneggiatura qualcosa di bello, di emozionante, di fine a se stesso: ogni scambio di battute è funzionale al contesto, non c’è spazio nei dialoghi (comunque mai banali) per un approccio più letterario e creativo alla scrittura. Scrittura che in ogni caso è capace di non scadere mai in luoghi comuni (è raro vedere in un thriller-film d’azione personaggi così poco stereotipati), nè in trivialità o ironie fuori luogo: Inception, come tutti i film diretti da Christopher Nolan, è serio all’ennesima potenza, quasi deprimente.

Ma nemmeno il discorso estetico, per quanto elaborato, sontuoso e tecnicamente avanzatissimo, osa fare un solo passo in direzione del superfluo, dell’effetto fine a se stesso, del cattivo gusto. Forse in un simile contesto la parola sobrietà è fuori luogo, ma è davvero chirurgica la precisione con cui il film riesce a mostrare soltanto il necessario, rendendo non solo credibile ma addirittura necessario l’impossibile: scogliere che si frantumano, città che si ripiegano su se stesse, scene di lotta in assenza di gravità, edifici che nascono dal nulla e al nulla ritornano… Lontano dal gigantismo dei soliti kolossal hollywoodiani (uno dei riferimenti estetici di questo film è l’incisore M.C. Escher, con le sue minimali eppure complicatissime litografie), Inception porta lo spettatore là dove sta la sua fantasia, realizzando con apparente leggerezza i nostri sogni (appunto) di bambini: creare mondi e poi distruggerli con uno schiocco di dita, mondi in cui tutti siamo immortali, mondi dove il tempo si dilata in una curva infinita. Salvo poi trasformarsi, come appunto i nostri sogni di un tempo, che spesso erano incubi, in labirinti perfetti dai quali è impossibile uscire. Perché questo è Inception: non la descrizione di un sogno, nè tantomeno la sua iperbole cinematografica, ma la realizzazione del sogno stesso, che si concretizza di fronte ai nostri occhi, attivi (sono i nostri sogni) e passivi (è il sogno del regista, dunque di qualcun altro) allo stesso tempo.

E il finale? Con una tipica struttura ad anello il finale si ricollega ai primi minuti di pellicola, rileggendoli e trasformandoli con un colpo di scena (non immediato ma solo apparentemente sotto tono) capace di far venire le lacrime agli occhi, un tocco da maestro che trasforma un bellissimo film in un quasicapolavoro in grado di spaziare tra i temi del ricordo, del rimpianto, della follia e dell’amicizia. Con trasporto, ma senza retorica. Quand’è l’ultima volta che avete visto un film così?

Alberto Gallo

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9 thoughts on “inception

  1. mah, quel “quasi” l’ho messo perché ho trovato abbastanza banale il finale aperto (che bisogno c’era di specificare con la trottolina che gira che non si sa se si tratta di sogno o realtà? tutto il film si basa su quello!) e perché alcune cose non sono supermemorabili. mi riferisco alle musiche, abbastanza anonime, al modo in cui viene sfruttato il personaggio di michael caine e a certe scelte di scenografia che ho trovato un po’ kitsch. ma si tratta di sottigliezze, è comunque un grandissimo film!
    alberto

  2. Per me le musiche non sono affatto anonime, il finale è straordinario nel suo racchiudere la componente metacinematografica del film (ci dà la possibilità di “sognare”, così come fa il cinema, il finale a noi più congeniale). Però ovviamente è questione di gusti personali. Detto questo, si concorda sulla grandezza del film!

  3. Vedi Alberto, se ci pensi, in qualche modo le tue osservazioni sono tipiche di chi ha un’anima un pò patafisca.
    Ci sentiremo spesso; leggendoti c’è sempre qualcosa da apprendere. Ciao a presto.

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