small town murder songs

28TFF

SMALL TOWN MURDER SONGS (Canada 2010)

Questo film è stato presentato in anteprima al XXVIII Torino Film Festival, in concorso nella categoria principale TORINO 28.

small town murder songs

Una delle migliori colonne sonore che io abbia mai ascoltato accompagna Small town murder songs, film diretto dal canadese Ed Gass-Donnelly, classe 1977. Il regista a fine proiezione ci racconta della sua scoperta casuale dei Bruce Peninsula, piccola rock band residente a Toronto, del suo fatale innamoramento e del suo coinvolgimento del gruppo nel progetto, il quale, avendo un solo disco all’attivo, si spezza la schiena per proporre materiale nuovo da integrare a quei due brani che già Gass-Donnelly aveva previsto di inserire nella pellicola. E la scelta si rivelerà fortunosamente vincente: come ho già detto, la colonna sonora è imperdibile.

E anche il film è un gran bel pezzo di cinema, figlio minore di opere quali Fargo e fratellino minore di altre opere quali Gone baby gone (sì, ho appena citato Ben Affleck, l’ho fatto e lo rifarei). In una comunità mannonita – minoranza religiosa prossima agli Amish americani per quanto riguarda i principi fondamentali, e caratterizzati dalla scelta del pacifismo e della non-violenza – si consuma un delitto. Un delitto che possiamo definire ahimè piuttosto ordinario, di questi tempi, nonostante la sua brutalità: una donna viene stuprata, uccisa e abbandonata mezza nuda in riva a un lago; un evento devastante per il piccolo villaggio dove vivono i personaggi della storia, e anche per il suo protagonista, il capo della polizia, interpretato da un eccellente Peter Stormare (Fargo, Dancer in the dark, Armageddeon, Il grande Lebowski e chi più ne ha…), prestato al personaggio del buono in via del tutto eccezionale e completamente trasformato nelle fattezze per l’occasione; un evento che costringe tutti a chiudersi in casa, a sospettare l’uno dell’altro; un evento che smaschera le peggiori opinioni che le persone hanno degli altri, sceriffo compreso, il quale vive in una condizione “sospesa” e di solitudine interiore, per diverse ragioni: il suo recente battesimo, una nuova storia sentimentale, il confronto con i più esperti e autoritari poliziotti provinciali, il rapporto difficile con la sua famiglia e soprattutto quello con la sua ex e il suo sgradevole fidanzato, con i quali condivide un ricordo oscuro e tormentato. Al centro del film, lo spirito della dottrina mannonita, attraverso l’uso suggestivo di citazioni bibliche in sovraimpressione. Ma soprattutto le parole del diacono, nella sua seconda e ultima apparizione nel film: il dono di dio agli uomini è la capacità di scegliere di non ascoltare i propri impulsi. Ed è il confronto tra comportamento umano e comportamento animale la riflessione fondante del film, come avrete modo di vedere se mai Small town troverà una distribuzione adeguata. Io mi auguro che ci riesca: forse non vincerà il TFF di quest’anno, ma è un film che è stato in grado di riempire la sala Uno del cinema Massimo come nessuno era riuscito a fare durante le precedenti giornate del festival (parola di Gianni Amelio), e probabilmente, per la sua altissima qualità estetica e per la semplice bellezza della storia che racconta, potrebbe avere un certo successo di botteghino. Non male, per un’opera seconda.

Francesco Rigoni

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8 thoughts on “small town murder songs

  1. Anche io l’ho visto, ieri sera.
    Se posso permettermi, ho trovato il film molto pretenzioso, e con poche carte da giocare, soprattutto dal punto di vista narrativo, e non meritevole delle lusinghe e dell’applauso ricevuto.
    La svolta morale del protagonista, soprattutto, sembra uno spot della chiesa evangelica, o almeno questa è stata la mia impressione.
    Non lo so, ecco: ho avuto come la sensazione che, con qualche dettaglio sistemato diversamente, potesse essere un film immensamente migliore.
    Un’occasione mancata per uno che comunque con la macchina da presa ci sa fare.

  2. non vedo perché fare “spot” a qualcuno debba essere per forza sbagliato. Cmq sì, i suoi difetti potrebbe averceli, anche il fatto di essere un film molto prossimo a un certo modo di raccontare, quello dei Cohen appunto: per esempio l’idea che sorge abbastanza presto di un film pieno di colpi di scena e lunghissimo, quale poi si rivela non essere, a causa anche dell’uso smodato dello slow motion che sembra sempre richiamare un eventuale “dopo” in cui la velocità delle cose sarà destinato a cambiare, e poi invece non cambia (oppure sì? Boh, il film tanto finisce prima).
    Detto questo secondo me non è un’occasione COSI’ sprecata, è l’opera seconda di un ragazzotto che secondo me non ha neanche ben chiaro cos’è riuscito a fare con questo film. Una volta che lo capirà e imparerà a sistemare i dettagli di cui parli tu, probabilmente ne verrà fuori un grande film. Ma, ripeto, io non butterei via questo, così, con l’acqua sporca, il bambino, e compagnia briscola: mi risolve un venerdì sera benissimissimo. In questo caso, un mercoledì sera (ma se era venerdì era meglio).

  3. Inoltre secondo me, soprattutto in virtù del fatto che resta cmq un film “di genere”, offre la possibilità all’eventuale critico pipparolo di aprire tutta una serie di tematiche magari non così brillanti e originali, ma nemmeno così noiose banali e scopiazzate: tutti i vari rapporti che il protagonista stringe con gli altri personaggi è sempre cifrato (addirittura con alcuni parla una lingua diversa dall’inglese) – anche se magari non così misterioso. E poi c’è il grande potere del racconto giallo, che è quello di innescare una riflessione sulle trame, intese come storie, e come storie della vita e come storie delle riflessioni. E poi c’è questa campagna nord americana (ok, canadese, ma pur sempre campagna nord americana), che sembra un gigantesco laboratorio sociale-narratologico in cui l’umanità vive ancora di quel grado zero dei sentimenti e delle riflessioni per cui basta un niente per scatenare una storia, una sorta di terra anti-postmoderna dove tutti hanno ancora qualcosa da imparare (ed ecco, appunto, il rapporto animale vs. uomo).

    Non lo so, non mi ha annoiato e non mi ha nemmeno deluso, sicuramente Fargo è meglio, e lo è anche Gone Baby Gone (che meglio di Fargo non è), ma stiamo lì, comunque, non troppo lontani.

  4. …e poi, ragazzi, che musiche! Ho veramente goduto.

    p.s.: infine, l’applauso non è questione di meritarselo o no, è un pro-forma, e nelle manifestazioni è educazione e buon uso farlo ai registi in concorso, come incoraggiamento e come ringraziamento, anche, in fondo senza loro non ci sarebbe competizione e senza competizione non ci sarebbe il mercoledì sera degli intellettuali che vanno a vedere la rassegna cinematografica…

  5. Solo 2 appunti (non polemici, solo per “correggere il tiro di quello che avevo scritto prima”)
    1) sì sì, sono frequentatore assiduo del torino fillm festival (e basta ahimè, per possibilità geografiche e impegni di studio), da anni, anche un accanito sostenitore di questo festival piemontese, ma l’applauso era unito nella mia testa con l’entusiasmo dei miei vicini (davvero esagerato, considerandolo il miglior film del festival), e forse non c’era quell’applauso che andava ben oltre il “pro-forma” che avevo percepito io.
    2) le musiche, quelle sì, ottime, davvero.

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