¿requiem for detroit?

28TFF

¿REQUIEM FOR DETROIT? (Uk 2010)

Questo film è stato presentato in anteprima al XXVIII Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

requiem for detroit

Ci sono molte cose da dire su ¿Requiem for Detroit?, documentario di Julien Temple. Innanzitutto c’è il mistero del punto interrogativo, quello alla fine e all’inizio (alla spagnola) del titolo, che compare sul programma del TFF e svanisce su imdb. Eppure ci sta così bene quel punto interrogativo, perché apre due questioni molto interessanti. Prima però c’è da dire un’altra cosa, e cioè che fa un certo effetto vedere un film simile proprio a Torino, proprio mentre il sindaco della stessa Detroit se ne torna a casa dopo aver visitato la città, questa città che ha avuto il suo picco di crescita proprio attraverso l’industria dell’automobile e che, come la metropoli del Michigan, è stata in passato laboratorio della modernità (a Detroit la prima superstrada e il primo centro commerciale); fa un certo effetto perché, secondo la tesi di Temple, Torino potrebbe essere destinata a un’altrettanto catastrofica fine. Non fosse altro che Detroit sembra una città destinata a declinare sin dall’inizio, mentre magari per Torino le cose possono andare diversamente. Magari.

Ora, per dire tutto quello che ci sarebbe da dire, tanto vale riassumere brevemente le tre fasi di crescita e di rovina che hanno attraversato la storia di Detroit:

1. Agli inizi del XX secolo Henry Ford costruisce il suo impero economico, porta i salari a 5 dollari, cifra mai vista prima, e involontariamente crea i primi consumatori della storia: sono i suoi stessi operai a comprare le sue macchine a basso costo. Nel 1920 arriva però la crisi finanziaria, e Detroit finisce per la prima volta nel caos. Nascono i primi sindacati americani, che vivono momenti di tensione e di sangue con le forze dell’ordine e gli scagnozzi di Ford. Per tornare alla normalità, bisognerà attendere l’arrivo della guerra.

2. Con la Seconda Guerra Mondiale, Detroit si converte da industria dell’auto a industria bellica, diventando la “fucina della democrazia”. Grande è l’immigrazione da sud a nord per lavorare in fabbrica, prime tensioni tra cittadini del nord e cittadini del sud, riguardo alle abitudini, agli orari, alle dinamiche del lavoro “in linea” del cosiddetto fordismo. La città si spacca letteralmente in due: da un lato vivono i bianchi, dall’altro vengono segregati gli afroamericani. Al termine della guerra l’industria è nuovamente in marcia e la città di nuovo ricca, ma la tensione razziale è altissima. La GM scalza la Ford come prima industria della città grazie all’introduzione dei principi di design per la costruzione delle automobili, che diventano manifestazione della personalità dell’individuo. Si introduce l’uso innovativo di creare nuovi modelli di automobile ogni anno. Negli anni Sessanta, però, l’aria diventa irrespirabile. I venti di rivolta si gonfiano e le maestranze afroamericane si rivoltano, sfociando in una vera e propria guerriglia urbana. Interviene la guardia nazionale. Come se non bastasse, entrano nel mercato le piccole macchine giapponesi e tedesche, che fanno il doppio dei chilometri con la stessa quantità di benzina, ed è il tracollo. Molte fabbriche chiudono, i celebri magazzini Harold’s vengono abbattuti nel 1983.

3. La crisi è ormai avviata, ma l’industria dell’automobile pare vivere un momento di ritrovata freschezza grazie all’introduzione dei suv, che spopolano nel mercato americano. Ma è un sollievo brevissimo: di lì a qualche anno il prezzo del petrolio sale a prezzi stellari, e la vendita dei suv, mezzi che consumano tantissimo, inevitabilmente precipita.

Una città destinata a vedere fallire ogni sforzo per rialzarsi. Una città pensata per due milioni di abitanti ma che ne ospita effettivamente 800mila. Una città fatta di rovine: dove ti giri ci sono finestre rotte, edifici abbandonati, o peggio ancora crollati, divorati dalle piante, dalle erbacce, abitati da spacciatori, da senzatetto, luoghi dove si organizzano battaglie clandestine tra cani. Luoghi pericolosissimi che di tanto in tanto vengono giù. Talvolta qualcuno dà fuoco a un edificio. Le scuole chiudono, i giovani si annoiano e si danno al vandalismo, alla microcriminalità. Le voci degli artisti, dei militanti, dei poeti beat e degli urban explorer che Julien Temple, vecchia volpe del punk, è andato a scovare e a intervistare, raccontano della città che cade a pezzi, mentre la popolazione ricca, la maggioranza wasp, è scappata nei sobborghi già trent’anni or sono. Sono tre milioni e mezzo di abitanti separati dalla 8 Mile, strada resa celebre dalla canzone di Eminem. Questo è il primo interrogativo: ma esiste davvero questa città di Detroit? Non è piuttosto (come viene presentata) una città fantasma? Non c’è un solo momento in tutta la pellicola in cui venga inquadrato un luogo di vitalità, di dinamicità. Detroit è un posto pericoloso.

La narrazione del film è semplice, in fondo: immagini di repertorio, sovraimpressioni, interviste, indagini sul posto. Ma è tutto molto ritmato, molto veloce e scandito, e selezionatissimo: ci sono solo rovine, luoghi abbandonati, i ricordi dell’abbondanza vengono proiettati su edifici cadenti, così come le sovraimpressioni scorrono su pezzi di cemento crollati e vetri rotti. Le interviste avvengono in quartieri degradati, desolati. Per Temple è l’occasione di mettere in scena un paradigma espresso trent’anni fa dal movimento punk, e cioè che tutto sarebbe finito a pezzi: a Detroit è andata a finire proprio così. È la prima città post-americana, post-industriale, dove il sogno americano ha avuto la sua massima espressione e poi si è autodistrutto, e la stessa ricchezza che ha prodotto la città ha finito per distruggerla. Tom Wilkinson, general manager della GM, ha la voce strozzata mentre ammette gli errori della propria compagnia nell’amministrazione della città e mentre garantisce che la società e il governo hanno sviluppato un piano per salvarsi (persino il carisma di Barack Obama non è riuscito a innestare un minimo di ottimismo, qui). La situazione è grave, dice, ma ce la possiamo fare. E sembra non crederci neanche lui.

Fondamentali le musiche, ovviamente: ci sono i Clash, gli Stooges, lo swing, ma soprattutto tanto soul (il famoso soul della Motown) e tanto funk. Ancor più importanti però gli effetti sonori che l’autore inserisce nella narrazione. Schianti di automobili, crolli, sirene, urla di donne, vetri spaccati: in certe occasioni non si capisce se si tratti di finzione oppure no.

Poi c’è la seconda questione, il secondo interrogativo. E cioè la rinascita. A Detroit, ci raccontano verso la fine, ci sono movimenti di volontari che vogliono la rinascita della città, magari ex galeotti in cerca finalmente di realizzare qualcosa di positivo, dopo tutto il malessere della loro esistenza precedente. Questi gruppi “attaccano” le case abbandonate e le smontano pezzo a pezzo, rendendo così un doppio servizio: disfandosi di luoghi potenzialmente pericolosi (per i crolli, gli incendi, gli inquilini malintenzionati) e recuperando materiali sani da poter riutilizzare. E con lo spazio vuoto che rimane si costruiscono orti, tantissimi orti. Il Movimento agricolo americano è attualmente uno dei gruppi in maggiore espansione, in particolare a Detroit. La gente torna alle vecchie attività, e la città industriale per eccellenza riparte dal suo esatto opposto per rinascere. Sono in molti a crederci. È l’ultimo schiaffo di Temple, il punk, al capitalismo americano: è davvero finita per Detroit? Se abbandoniamo il capitalismo e il consumismo, il vecchio sogno americano, per un nuovo sogno, basato sulla condivisione e il sostentamento autonomo, allora forse no.

Film interessantissimo, molto bello, una storia importante e ben costruita. Io personalmente l’avrei preferito venti minuti più breve. Un’opera da vedere, però, e sapendo come vanno le cose in Italia con i documentari penso che la maggior parte delle persone non riuscirà a vederlo mai. Che tristezza.

Francesco Rigoni

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2 thoughts on “¿requiem for detroit?

  1. ” Un’opera da vedere, però, e sapendo come vanno le cose in Italia con i documentari penso che la maggior parte delle persone non riuscirà a vederlo mai. Che tristezza.”Infatti per vederlo sono dovuta ricorrere a internet…

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