american life

AWAY WE GO (Usa/Uk 2009)

locandina american life

Credo di essermi perso parte del finale di American life, film diretto da Sam Mendes e sceneggiato da Dave Eggers con sua moglie Vendela Vida – una coppia di sposi, non a caso. L’ultimo pensiero a distrarmi è stato il piccolo portachiavi a forma di cubo di Rubik che il protagonista maschile, Burt, stringe tra le mani mentre apre la porta della loro nuova casa. Io non so se l’abbiano lì messo apposta, il regista non è che si soffermi appositamente sul dettaglio. Semplicemente il protagonista lo impugna e si vede abbastanza bene, se uno vuole farci caso. Io l’ho notato e ho pensato che quel giocattolino fosse la metafora perfetta e conclusiva del discorso di Mendes: la famiglia è un puzzle complicato, che necessita di tanta pazienza e tanta lucidità.

American life non è un capolavoro: è un po’ troppo lungo, spesso un po’ lento e a volte eccede in smancerie buoniste. E per questo non è uno di quei grandi film in grado di raccontare sentimenti e pulsioni segrete di una grande fetta di umanità.
Però, come tutti i film di Mendes, è un film che fa pensare, moltissimo.
La trama è quella classica del road movie: si gira per l’America senza un criterio particolare e poi si torna a casa, e in mezzo si incontrano persone fondamentalmente strane. Il viaggio comincia perché gli strampalati genitori di lui decidono di partire per il Belgio proprio un mese prima che il nipote nasca, privando la coppia dell’essenziale supporto dei nonni per almeno due anni. Così i due non-sposi (perché lei maritarsi non vuole) vanno alla ricerca di un vicinato ideale – colleghi di lavoro, parenti, amici del college – in una specie di viaggio nell’abisso emozionale delle famiglie moderne. Mendes e i suoi autori se la prendono con l’ignoranza, il cinismo, le ideologie, lo snobismo, il razzismo, il consumismo, la trascuratezza, il qualunquismo, il giovanilismo; lavorano sulla regia per sottrazione, lasciando enormi spazi alle interpretazioni dei protagonisti, ottime tutte quante e tra le quali spiccano quelle di John Krasinski e Maya Rudolph; lasciano che le situazioni catturino lo spettatore attraverso i contenuti, piuttosto che gli eventi: è il solito Mendes che racconta le ipocrisie della società americana contemporanea, concentrandosi stavolta sugli hippies, gli alternativi e gli intellettuali (ma non solo). Morale: gli Stati Uniti sono una nazione che ha creato il massimo grado di benessere senza mai capire i costi di manutenzione di un simile tenore di vita, e cioè il sacrificio, la responsabilità, la perdita di una parte di sé di fronte al bene più grande, la creazione di una famiglia che si possa definire (ma soprattutto sentire) felice.

American life è un film sull’immaturità di una nazione di egoisti incapaci di gestire i propri sentimenti, i propri valori, le proprie pulsioni (come quando un personaggio rivendica un impossibile complesso di Elettra). E così la vita finisce per diventare quella che è, una scrollata di spalle e tanto dolore, tanto senso di vuoto, paura e presunzione. Riusciranno i nostri a dare vita a una famiglia serena, matura, responsabile, in cui ruoli e difficoltà siano condivisi e comunicati? Oppure diventeranno un’altra famiglia americana sgangherata, stupida, ridicola, sfasciata e infelice? La risposta solo a quelli che andranno a vedere questo bel film.

Francesco Rigoni

Una breve postilla: questo film è uscito in America il 5 giugno 2009. Da noi il 17 dicembre 2010. Perché? Cos’è successo in questi 18 mesi? Com’è possibile che la distribuzione italiana faccia tanto schifo (cfr. The road)? E poi: perché il titolo originale Away we go è stato sostituito da un altro titolo sempre in inglese? Cosa c’era che non andava nell’originale? Se il problema era la lingua inglese mi pare che non sia stato risolto. Mi ricorda il caso Bonnie and Clyde, da noi tradotto come Gangster story. Ma quello era quarant’anni fa. Bah… [A.G.]

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9 risposte a "american life"

  1. penso che dave eggers come sceneggiatore non sia ancora maturo come lo è come scrittore. almeno questa è l’idea che mi sono fatto leggendo la tua recensione e vedendo “nel paese delle creature selvagge”, anche scritto da lui.
    alberto

  2. Ho visto questo film in circuiti “alternativi” diciamo così. Non pensavo non fosse ancora uscito in italia. Il pessimo titolo (ma spero di sbagliarmi) potrebbe essere un non riuscito rimando ad American Beauty?

  3. La sceneggiatura di Eggers non è esplosiva, ma secondo me non è neanche un oggetto che va preso troppo sul serio. Mi sembra un gioco d’amore con la moglie, una specie di duetto che sta tra la dichiarazione d’amore e quella d’intenti. Come costruzione degli eventi siamo a un livello quasi-zero, però la profondità dei contenuti secondo me è indiscutibile (a parte qualche momento di smancerie un po’ troppo disney-american)

  4. da “Internazionale”

    American life
    Di Sam Mendes. Con John Krasinski, Maya Rudolph, Maggie Gyllenhaal. Stati Uniti 2009, 98’

    “Verona (Maya Rudolph) e Burt (John Krasinski) stanno avendo una conversazione molto privata. Uno dice all’altro: “Non c’è nessuno che si ama quanto noi, giusto? È così strano. Che facciamo?”. Lei è incinta, lui non ha un vero lavoro e cominciano a girare varie città del Nordamerica per decidere dove trasferirsi e crescere il bambino. In breve, questa è la storia di American life. Il film è scandito da una serie di scenette, in cui i due arrivano in una città, incontrano un amico o un familiare e cercano di capire come potrebbe essere la loro vita in quel posto. Ma è probabilmente alla battuta “non c’è nessuno che si ama quanto noi, giusto?” che lo spettatore deciderà se il film gli piace o si limiterà a sopportarlo. In quel momento chi guarda il film (ed è innamorato, o lo è stato in passato) dovrebbe sentire un legame con questa giovane coppia. Il problema è che la relazione tra Burt e Verona non ha niente di speciale e sembra caratterizzata piuttosto dalla mancanza di gioia. Non è esattamente una relazione che porta il pubblico a identificarsi con i protagonisti e a emozionarsi. Tuttavia, queste emozioni sono assolutamente necessarie perché altrimenti American life può apparire come una serie di parti scollegate tra loro. Nella sceneggiatura scritta da Dave Eggers e Vendela Vida non c’è tensione narrativa. I problemi del film nascono nel caso in cui lo spettatore dovesse pensare: “Chi se ne frega di questi due?”.–Mick LaSalle, San Francisco Chronicle”

    diciamo che questa è l’altra faccia della medaglia.

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