kill me please

KILL ME PLEASE (Belgio/Francia 2010)

locandina kill me please

Suicidio assistito: è di questo che si occupa la clinica dell dottor Krueger. Clinica al centro di un presunto scandalo finanziario, detestata dalla popolazione circostante e abitata da una snervante corte dei miracoli: c’è la rockstar viziata, un ragazzo dalle pretese assurde, un’ex cantante lirica ossessionata dal ricordo di se stessa, un tale che ha perso la moglie a poker, svariati malati terminali, depressi cronici e via dicendo. Tutto sembra comunque filare liscio, fino a quando un misterioso commando armato non fa irruzione nei boschi che circondano la clinica, per un finale pulp ad alto tasso di sanguinaria anarchia.

Ecco, anarchia è forse la parola giusta per descrivere Kill me please, diretto dal francese* Olias Barco. Anarchia narrativa, innanzitutto. Non solo perché i rapporti tra personaggi non si sviluppano in senso classico (amicizia, amore, simpatia, odio…), rimanendo sospesi in un limbo di reciproca indifferenza, ma anche perché i personaggi stessi vengono utilizzati in maniera completamente arbitraria, introdotti allo spettatore e poi lasciati morire come vittime – necessariamente – passive di un fato in vena di scherzi. È facile pensare, ad esempio, che l’ispettrice della guardia di finanza mandata a indagare sulla gestione economica della villa possa essere la protagonista del film, barlume di razionalità in un ambiente di pazzi scatenati – quasi l’occhio dello spettatore all’interno della diegesi. E invece verso tre quarti di pellicola la ragazza viene uccisa con un colpo di fucile alla testa, senza preavviso e senza un perché. Vero protagonista del film rimane allora il dottor Krueger, ma si tratta di un personaggio talmente ambiguo che l’identificazione spettatore-personaggio risulta quasi impossibile. Cosa che ricopre il film di una patina impenetrabile di freddezza emotiva: è raro, anche in casi estremi, trovare opere cinematografiche completamente prive di eroi positivi. Persino i peggiori assassini, mafiosi o sfigati della storia del cinema offrono quasi sempre allo spettatore un appiglio di identificazione: tutto ciò qua non accade.

C’è poi il fattore morte. Affrontato anch’esso con estrema anarchia e distacco emotivo. Non tanto per la questione (attualissima, sebbene qui di discorsi etico-politici non vi sia traccia o quasi) del suicidio assistito: non siamo di fronte a un altro Mare dentro o ad altre Invasioni barbariche. Anzi, l’eutanasia in Kill me please sembra quasi un pretesto, un modo come un altro per mettere insieme un branco di sciroccati e, sorta di crudele esperimento o reality show senza reality, vedere cosa succede. Quanto piuttosto per la totale impassibilità (o naturalezza, a seconda dei punti di vista) con cui Barco, anche co-sceneggiatore, manda a morire i suoi personaggi. Questa irrisione-esorcizzazione della presenza costante della morte ricorda da vicino l’atteggiamento presente anche in un altro film francese recente, il geniale Louise-Michel (il cui protagonista maschile, Bouli Lanners, è anche nel cast di Kill me please): in entrambe le pellicole gli esseri umani muoiono come insetti, uno dopo l’altro, senza enfasi, senza eroismo, senza nemmeno accorgersene e senza che nessuno pianga la loro dipartita. Atteggiamento provocatorio, forse figlio della passività emotiva indotta nel genere umano da decenni e decenni di televisione selvaggia, che rende questi due film, a seconda dei gusti, piacevolmente irriverenti o disgustosamente grotteschi.

Per quanto riguarda Kill me please, premiato a quella specie di festival cinematografico di Roma come miglior film, propendo personalmente per il secondo punto di vista, soprattutto a causa di un finale che ritengo eccessivamente sbracato: va bene l’anarchia nel cinema, ma un minimo di coerenza logico-estetico-narrativa dovrebbe comunque essere mantenuta, anche in considerazione del fatto che la scena migliore di tutto il film arriva all’inizio ed è quella, a suo modo “normale”, dell’unico suicidio cui effettivamente assistiamo, assai commovente nella sua serenità. Si tratta comunque di uno di quei casi cinematografici in cui non avrei niente da ridire se qualcuno – com’è effettivamente successo su molti giornali – gridasse al capolavoro.

Alberto Gallo

*Secondo Mymovies è belga, mentre Imdb stranamente non ne indica la nazionalità.

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4 thoughts on “kill me please

  1. A me l’ultima scena, anarchica, folle e rivoluzionaria come tutto il film, è piaciuta molto (tra l’altro ricordandomi alla lontana quella di Viale del tramonto). Detto questo, indubbiamente meritava la vittoria a Roma. E’ stato il miglior film in concorso senza ombra di dubbio.
    Ah, la scena della morte dell’ispettrice della guardia di finanza è fantastica!

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