another year

ANOTHER YEAR (Uk 2010)

locandina another year

Un film strano, questo Another year. Un film crudele. Un film che sembra divertirsi a dividere nettamente il mondo in gente felice e gente infelice, categorie a chiusura stagna dalle quali è impossibile entrare o uscire. Felice è il nucleo familiare che comprende papà Tom e mamma Gerri, sessantenni un po’ hippie, benestanti e molto arzilli, e il figlio trentenne Joe, avvocato. Infelici tutti gli altri personaggi che popolano saltuariamente la villetta dei due coniugi nei sobborghi di Londra, metafora di una perduta serenità extra-urbana. Infelicissima, in particolare, la povera Mary, segretaria non più giovanissima incastrata in una vita insoddisfacente, tra alcol, solitudine e un’automobile (metafora, al contrario, di una società moderna e capitalista fallimentare in tutti i sensi) che non vuol saperne di funzionare.

Scandito dal passare delle stagioni, Another year segue i suoi protagonisti e i loro progressi/regressi esistenziali con tocco lieve (è il classico film che, almeno per la sua prima metà, mia mamma definirebbe “molto delicato”, sapete no, con una colonna sonora piena di chitarre acustiche, momenti di grande amicizia, una coppia di vecchi sposi che coltiva l’orto…) e una regia invisibile, tra interminabili dialoghi (siamo più o meno dalle parti di Woody Allen per quantità di chiacchiere), barbecue, funerali e quant’altro. Ma ciò che di questo film troppo lungo (129 minuti che potevano essere tranquillamente 100) più colpisce, in un senso sgradevole che non riesco proprio a capire se fosse intenzionale oppure no, è il senso di perverso potere posseduto da chi ha in mano lo scettro della felicità: Tom e Gerri, dietro uno schermo di generosità e buone maniere, non sono altro che due borghesi middle-class attaccati con tutte le forze alla loro piccola e tranquilla esistenza e pronti a tutto pur di preservarla. Dovesse anche trattarsi di escludere dalla loro vita (salvo poi includere nuovamente con un gesto di concessione calato dall’alto) la povera e affezionatissima Mary, colpevole di non aver trattato con ogni riguardo la nuova fidanzata di Joe, di cui lei è segretamente – ma nemmeno troppo – innamorata. “È la mia famiglia”, dice Gerri alla stregua di un Michael Corleone qualsiasi. Sì, forse Mike Leigh ha voluto scrivere e dirigere un film sulla piccola crudeltà della borghesia, aggrappata in modo persino volgare alle sue insignificanti conquiste e illusioni.
Un film crudele, dicevamo. Crudele e sottilmente sgradevole.

Alberto Gallo

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One thought on “another year

  1. crudele, angosciante, un totem all’isolamento e all’infelicità, l’impossibilità di risollevarsi, la celebrazione di una condanna inappellabile alla solitudine, la sufficienza di chi è felice, il buonismo da un tanto al chilo e neanche un barlume di speranza.
    E questo è stato il nostro film di San Valentino Gattone!
    🙂
    sei il solito inguaribile romantico…

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