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house - greg e lisa

HOUSE

Se dovessimo schematizzare la qualità di una serie tv attraverso quelli che, secondo me, sono i tre parametri fondamentali, ovvero la qualità estetica (regia, fotografia, ambienti…), l’interesse del plot (ovvero, semplicemente, quanto è coinvolgente la trama) e la bellezza dei personaggi (livello di identificazione spettatore-protagonisti), sebbene questo terzo criterio sia fondamentalmente soggettivo, quella che otterrebbe il punteggio maggiore sarebbe senza dubbio House. Che personalmente ritengo il livello più alto mai raggiunto da una produzione televisiva di fiction. Se a questi tre parametri aggiungiamo elementi come la bravura degli interpreti e il fatto, più unico che raro (cfr. Lost), che in sette stagioni (2004-2011, per un totale di 144 episodi) la qualità del prodotto non è calata nemmeno un po’, la conclusione è solo una: capolavoro.

La vicenda, a grandi linee, la conoscono ormai anche i sassi: Gregory House è un medico (un diagnosta, per la precisione) scorbutico e geniale. Misantropo, tossicodipendente, zoppo, perfido, manipolatore, egoista, puttaniere e quant’altro. Eppure, anzi di conseguenza, estremamente umano, tanto che è difficile non volergli almeno un po’ di bene – a distanza. Intorno a lui un entourage che cambia parzialmente di stagione in stagione ma che ha come punti fermi l’oncologo James Wilson, migliore amico – suo malgrado – e confidente di House, la direttrice dell’ospedale Lisa Cuddy, il cui rapporto con il suo dipendente più talentuoso è riassumibile banalmente con il classico odi et amo, e gli assistenti-colleghi Foreman, Cameron, Chase e via dicendo. Troppe e troppo importanti le cose da dire su questo serial, perciò, se permettete, come nel caso di Lost organizzerò il discorso per punti.

house - taub e tredici

1) Lo sviluppo narrativo. Semplicemente geniale: ogni singolo episodio di House è fruibile come prodotto a se stante, un mini-film di 40 minuti con un inizio, uno sviluppo e una fine, eppure ogni puntata è anche legata a quelle che la precedono attraverso a) una serie di sottotrame ricorrenti che possono durare cinque o sei episodi (es: House che deve scegliere i suoi nuovi assistenti, House che si trova in una clinica di disintossicazione, la Cuddy che vuole adottare un bambino…) e b) una macrotrama che, si può dire, va avanti da sé, imperniata sui grandi temi della vita di House e degli altri protagonisti. Appartengono a questa macro-categoria, per esempio, i rapporti tra House e la Cuddy oppure la patologia di House alla gamba, che lo spinge a drogarsi di Vicodin e ad essere, in generale, ciò che è. House, quindi, a differenza di Lost e di Mad men, è affrontabile sia come serie di episodi indipendenti uno dall’altro sia come una super-serie – coerente – da centinaia di episodi. Se volessimo fare un paragone molto lusinghiero si potrebbe per esempio accostare House alla serie di Heimat, specialmente il secondo volume. Notevole è anche lo sviluppo narrativo all’interno di ogni singola puntata, incentrato generalmente su un caso clinico da risolvere, al quale si affianca un episodio, generalmente più leggero, della vita privata di House o dei suoi colleghi. E qui i soliti rompiscatole, magari studenti al primo anno di medicina, vi diranno che la trama è improbabile, che generalmente non è così difficile capire la patologia di un paziente, che i metodi di House sono assurdi eccetera eccetera eccetera. Ebbene, può darsi, ma vi ricordo che stiamo parlando di una serie tv, non di una lezione di anatomia, e che l’unica coerenza necessaria in questo caso è quella estetico-narrativa. E d’altronde se le malattie dei pazienti di House fossero così facili da scoprire la serie nemmeno esisterebbe. Il metodo utilizzato dai medici del Princeton-Plainsboro è quello classico “alla Sherlock Holmes”, come se la malattia fosse un mistero da risolvere o un crimine di cui trovare il colpevole. Curioso il fatto che proprio la miniserie Sherlock (tre episodi) prodotta dalla Bbc nel 2010 abbia come protagonista un personaggio che è una palese scopiazzatura di House. Spalleggiato da un altro personaggio (l’immancabile dottor Watson) che è una palese scopiazzatura di Wilson.

2) La varietà dei registri. Sarebbe impossibile, specialmente per quanto riguarda la macrotrama, sopportare ore e ore di malattie, di casi clinici disperati, di sofferenze psicologiche, di incomunicabilità sentimentale e via dicendo. Gli autori di House hanno pertanto scolpito la loro creatura in modi molto variegati, alternando i sentimenti, soppesando con saggezza tristezza e leggerezza, concedendo allo spettatore momenti di tensione e altri di distensione. House riesce a commuovere, a disgustare, a divertire (certi siparietti sono decisamente comici) e a far incazzare lo spettatore con la stessa naturalezza e la stessa eleganza, senza mai strafare in un senso o nell’altro. La storia di odio e amore tra Greg e Lisa, ad esempio, ci mette sei stagioni e decine di episodi a concretizzarsi (in questo, come in Lost, c’è un leggero effetto telenovela), eppure non si arriva mai a pensare che il brodo è stato allungato eccessivamente o che la sceneggiatura non sa dove andare a parare. Tutto, in House, è costruito in modo perfetto, senza sbavature e senza esagerazioni in alcuna direzione.

3) La qualità estetica delle serie. Impeccabile. Attori, regia, fotografia, musiche… tutto pressochè perfetto, elegante, mai banale. Basti pensare che la serie è prodotta, tra gli altri, dal regista Bryan Singer (quello dei Soliti sospetti) e che in cabina di regia si sono alternati nomi come lo stesso Singer e Juan Campanella, premio Oscar per il meraviglioso Il segreto nei suoi occhi. La musica dell’opening sequence è invece affidata a Teardrop dei Massive Attack. Che altro aggiungere? Chapeau.

Alberto Gallo

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