the next three days

THE NEXT THREE DAYS (Usa/Francia 2010)

locandina the next three days

C’è una scena, all’inizio di questo film, in cui il protagonista, John Brennan, professore di liceo, spiega ai suoi studenti il significato di Don Chisciotte, storia, si sa, di questo eroe pazzerello che antepone le sfide della sua completa irrazionalità a qualsiasi discorso di buon senso borghese. Metafora banalissima e buttata lì (lo spiegone del prof dura non più di 90 secondi, poi del cavaliere della Mancia non si sente più parlare) della situazione dello stesso Brennan, costretto dal suo amore per la moglie ingiustamente incarcerata ad andare contro a ogni ragionamento razionale. Scopo della sua vita, e di conseguenza del film: farla evadere. Nessuna pellicola europea di un certo spessore (perché The next three days, nonostante la tamarrissima locandina italiana, è un film di un certo spessore) avrebbe usato Don Chisciotte come metafora di sfida improbabile e irrazionale alle convenzioni sociali: troppo scontato.

Ma c’è un’altra scena, più o meno a metà pellicola, in cui Brennan, ancora lui, va a casa dei suoi genitori a lasciare lì per la notte il figlioletto biondo e triste: lui ha altre cose di cui occuparsi (procurarsi soldi e documenti falsi, progettare piani per la fuga), non può fare anche il baby sitter. Ebbene, mentre saluta il bambino, raccomandandosi di fare il bravo e tutte queste cose qui, il padre di Brennan, vecchio e scontroso, scorge nella tasca della giacca di John i documenti falsi e i biglietti d’aereo per una meta lontana che allo spettatore non è data sapere. Ci si aspetterebbe una scenata del vecchio, o quantomento qualche battuta allusiva alla “Chi credi di fregare, sono anziano ma ancora sveglio”. Invece tutto scorre con un insospettabile andamento malinconico e sotto tono: il vecchio abbraccia il figlio, cosa che non faceva da anni, e gli dice addio. Brennan mangia la foglia e, affranto, ricambia l’addio, lanciando anche un ultimo sguardo a sua madre, che, ne è consapevole, in ogni caso non rivedrà più.

Ecco, The next three days, diretto da quel Paul Haggis che in questo triste inizio di millennio ci ha già regalato altre ottime perle di cinema hollywoodiano (Crash, Nella valle di Elah), è un film così: oscillante. Non soltanto in termini di qualità (pendente comunque verso l’alta qualità) o di banalità/non banalità (di scene come quella del Chisciotte ce n’è ben poche), ma anche e soprattutto per quanto riguarda i registri emotivi (c’è tanta tristezza, tanta rabbia, tanto amore, rancore, perdono, attaccamento, mancanza, malinconia, cattiveria, generosità, dubbi, certezze) e i generi cinematografici (una storia d’amore impossibile che in realtà è un action che in realtà è un poliziesco che in realtà è un dramma familiare con sprazzi di denuncia sociale che sembra diventare, all’inizio, un film giudiziario? Ebbene sì). Un’opera capace di mettere addosso tanta malinconia quanta adrenalina, e di farlo praticamente in simultanea. Sorprendente, inoltre, lo sviluppo narrativo: il film dura tantissimo, più di due ore, ma la cosa spiazzante è che tre quarti d’ora prima dei titoli di coda tutto sembra essere giunto al punto d’arrivo, e già in sala si mormorano i primi commenti per un finale che si prepara a essere aperto e “non finito” sulla falsariga della 25esima ora. Ce la faranno? Non ce la faranno? Non è dato sapere. E invece. Invece la sceneggiatura decide di insistere, di farci vedere tutto sin nei minimi dettagli e fino alla conclusione davvero irrevocabile di questa incredibile (in tutti i sensi) avventura. Ed è proprio questa la parte più originale e riuscita del film, un’insistenza emotiva e drammatica e adrenalinica da lasciare quasi senza fiato.

Il tutto arricchito dall’ottima interpretazione di Russel Crowe, forse al suo ruolo migliore di sempre, ingrassato e imbolsito, una maschera di dolore tenuta insieme soltanto dalla fragile ma inestirpabile speranza di riuscita di un piano impossibile. Piano che ci viene mostrato “per accumulo” in tutti i suoi dettagli ma in un modo tutt’altro che enfatico, alla maniera, verrebbe da dire, di Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Ma il paragone è ovviamente fuori luogo. Brava anche Elizabeth Banks nella parte della moglie (ingiustamente? Solo una scena finale à la Match point ci svelerà la verità dei fatti) accusata di omicidio, mentre un po’ tiepidini risultano i personaggi di contorno, soprattutto i poliziotti, dotati, forse volutamente, di scarsa personalità. E poi c’è Olivia Wilde: viene almeno da sperare che regista o produttore, o entrambi, se la siano portata a letto, perché la sua parte è così inutile che qualsiasi attrice meno famosa e meno strafiga avrebbe potuta recitarla altrettanto bene facendo scendere il budget di qualche milione. Cifra che magari sarebbe stata utilizzata per trovare un espediente più credibile, da parte dei poliziotti, per inseguire un sospettato con tutte le forze armate di Pittsburgh: il fanalino rotto di un’auto che conta migliaia di esemplari in città non è forse l’opzione più credibile. Il discorso di Olivia Wilde vale anche per la breve apparizione di Liam Neeson. Un’opera bellissima, in ogni caso, che avrebbe potuto essere Giustizia privata e invece è un film d’autore.

Alberto Gallo

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