l’altra verità

ROUTE IRISH (Uk/Francia/Italia/Belgio/Spagna 2010)

locandina l'altra verità

C’è un filo conduttore nell’opera del vecchio maestro inglese Ken Loach, ed è l’indignazione. Indignazione per le ingiustizie, per le diseguaglianze, per la prepotenza dei forti contro i deboli, per le storture del sistema. E dopo essersela presa, nel corso degli anni, con la precarietà del lavoro, con il fascismo, con il razzismo, con l’imperialismo e con mille altre cose, questa volta il regista del Warwickshire, spalleggiato dallo sceneggiatore di fiducia Paul Laverty, ha deciso di affrontare di petto un argomento di grande attualità, la seconda guerra in Iraq, concentrandosi in particolare sul ruolo nel conflitto dei mercenari inglesi (o contractor, a voler usare un termine più carino, un po’ come escort invece di prostitute).

E mercenari sono i due protagonisti del film, Fergus e Frankie, volontariamente catapultati da Liverpool nell’inferno di Baghdad per 10mila sterline al mese. Frankie ci rimette la pelle in circostanze misteriose e Fergus, in preda alla disperazione e al senso di colpa (è stato lui a convincere Frankie a partire per l’Iraq) per l’amico perduto, cerca di capire come realmente siano andate le cose.

Indignazione, si diceva. Sentimento pienamente condivisibile, anche considerata la gran quantità di scene realisticamente e tragicamente strappalacrime che puntellano il film in tutta la sua durata (il rapporto tra iracheni e mercenari è riassumibile in una sola parola: violenza. Anzi, ingiustificata e ingiustificabile tortura). Eppure, nonostante le buone intenzioni, l’impressione è che L’altra verità (il titolo originale si riferisce a una strada di Baghdad considerata la più pericolosa al mondo) sia un film da un lato troppo emotivo, poco lucido nella sua foga di illustrare una situazione che in un mondo sano non dovrebbe nemmeno essere pensabile, dall’altro un po’ banale, trattandosi in fin dei conti di un thriller con poca tensione, di un film di guerra con poche scene di guerra e di un dramma il cui scavo interiore nell’animo dei protagonisti si ferma a un livello piuttosto superficiale: esistono sicuramente modi più originali per descrivere visivamente la frustrazione di un uomo che non fargli prendere a pugni un sacco da pugilato.

Ma questo è Ken Loach, autore da sempre sinceramente (quasi ingenuamente) coinvolto nelle storie che decide di narrare. Ogni tanto ne esce fuori un capolavoro, ogni tanto qualcosa di un po’ più debole. Impossibile non volergli bene.

Alberto Gallo

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