13 assassini

JUUSAN-NIN NO SHIKAKU (Giappone-Uk 2010)

locandina 13 assassini

Doveva essere il 2003: primi anni di università, epoca di grandi curiosità e scoperte, entusiasmo a livelli mai più visti e un amore per il cinema che proprio in quei giorni cominciava a sbocciare in tutto il suo splendore. Torino Film Festival, epoca pre-morettiana: roba di nicchia, da cinefili all’ultimo stadio. Un amico appassionato di cultura giapponese mi propone di farci un salto, magari per andare a vedere una pellicola di cui, da un paio d’anni, tanto si parla e che in Italia s’è vista poco. Si tratta di Ichi the killer. Un’esperienza che non avrei mai più dimenticato e che, tempo di uscire dalla sala, farmi passare il disgusto e recuperare la lucidità, mi porta a fare una promessa: giuro a me stesso di non vedere mai più un film di Takashi Miike.

Promessa che ho mantenuto fino a ieri sera.

Ora, 13 assassini con l’iperviolento, ipermoderno, ipercinetico e ipercult pastrocchio di cui sopra non c’entra niente o quasi. Questa volta siamo nel Giappone medievale, quel posto pieno di valorosi guerrieri, donne-geisha sottomesse e scontri tra clan feudali già visto in decine di film nipponici da Kurosawa e Mizoguchi in giù. Tredici samurai (anzi, dodici samurai e un pazzoide trovato in un bosco, forse uno spirito immortale) uniscono le loro forze per uccidere il sadico signorotto Naritsugu, assassino e stupratore che vuole prendere in mano le redini del Paese.

Remake di un’omonima pellicola del 1963, 13 assassini è un bel film di cappa e spada, un’opera che fa del classicismo – un classicismo comunque rivisto in chiave moderna: alcune scene di violenza estrema post-tarantiniana non sarebbero state concepibili negli anni della pellicola originale – e dell’eleganza formale della messa in scena i suoi punti di forza: bellissimi i costumi e le scenografie, splendida la fotografia (specialmente nella prima parte, dominata dai toni scuri e cupi della notte e degli interni delle abitazioni), convincente l’idea di congelare e stilizzare la violenza, che, salvo un paio di scene piuttosto truculente a inizio pellicola, viene spesso relegata nel fuori campo o comunque de-pornografizzata. Difetti: un po’ di confusione narrativa iniziale (passano gli anni ma i volti dei giapponesi continuano a sembrare tutti uguali, specialmente quando sono pettinati tutti alla stessa maniera; e anche i nomi sono difficili da distinguere, per un pubblico occidentale. Se poi gli ideogrammi che compaiono più di una volta nei primi minuti del film fossero stati sottotitolati in italiano o almeno in inglese magari la vicenda sarebbe risultata più facile da seguire) e un certo scollamento tra una prima parte molto drammatica e riflessiva e un secondo tempo che è un susseguirsi ininterrotto di combattimenti. Qualche sforbiciata qua e là non avrebbe guastato, ma il ritmo è comunque piuttosto incalzante.

Sono contento di aver finalmente espiato il trauma di Ichi the killer, una delle esperienze cinematografiche più disgustose della mia vita. Ora sono pronto a recuperare qualcuno degli oltre ottanta film diretti da Miike dal 1991 a oggi. Senza fretta.

Alberto Gallo

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10 thoughts on “13 assassini

  1. Grazie per la citazione, ora che sono passato di livello da “appassionato di cultura giapponese” a “giovane promessa dell’orientalistica” aspetto solo la promozione a “solito stronzo disoccupato”.
    Comunque per quanto mi riguarda Ichi the killer mi aveva quantomeno incuriosito, “gore” a parte, per alcune scelte di plot non banali.
    Guarderò anche questo, con la speranza che Miike non si stia imbolsendo o tarantinizzando troppo
    Jya ne

    1. ma no, caro lettore orientalistico, alla fine di tarantino c’è ben poco. anzi, pare che sia vero più che altro il contrario: “kill bill” è pieno di citazioni della “Black Society Trilogy”. o almeno così ho letto.

      1. Ora io non mi ricordo dove l’ho letto ma Miike è una specie di puttana del cinema giapponese, nel senso che accetta qualsiasi produzione e sceneggiatura gli diano (persino il live-action di Yattaman…) – e, diciamoci la verità, molti di questi sono ben lontani dall’essere dei capolavori. Di bello c’è che riesce bene o male a conservare il suo stile in tutti questi film, quindi è più vicino ad un autore di qualsiasi altro regista di pataccate direct to video. Sempre a questo proposito, molti dei suoi primi film erano DTV, quindi diciamo che distribuiti in sala saranno attorno ai 50 (che comunque non è poco).
        I film per bambini sinceramente mi sfuggono.. forse intendi proprio Yattaman? Ma diciamo che il suo genere principe rimane lo yakuza movie

  2. scrive mymovies: “A dispetto della sua reputazione, Miike è anche un regista di film per l’infanzia e ne sono un esempio: Zebraman (2004); l’omaggio ai personaggi dei fumetti di Shigeru Muzuki La guerra dei fantasmi (2005); e Yattaman – Il film (2009), ispirato all’omonima serie animata degli anni Settanta. Con questi tre titoli, sciacqua via dalle sue mani e dall’obiettivo della sua cinepresa tutto il sangue che solitamente lo macchia.”

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