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WILFRED (prime puntate)

Dici cane parlante antropomorfo e un po’ cinico e a cosa pensi? Be’, non so voi, ma io penso a Brian, il migliore amico di casa Griffin. E non a caso dietro alla versione americana di Wilfred, remake dell’omonima serie tv australiana partita nel 2007, c’è proprio David Zuckerman, già produttore esecutivo di Family guy.

L’idea di partenza è di quelle semplici ma geniali: Ryan (interpretato dal redivivo Elijah Wood) è un giovane avvocato in crisi esistenziale. Nel giorno in cui tenta il suicidio bevendosi un frullato di psicofarmaci (in realtà, si scopre dopo, sono soltanto innocui zuccherini) l’avvenente vicina di casa gli chiede di tenerle per qualche ora Wilfred, il suo cane. Peccato che la bestia in questione, nella mente un po’ bacata di Ryan, sia un burbero omaccione con un debole per la birra e la marijuana che di animalesco ha soltanto un lercio costume di carnevale. La vita del ragazzo ne verrà assurdamente sconvolta.

È ancora difficile dare un giudizio complessivo su questa serie, i cui primi episodi stanno andando in onda proprio in questi giorni negli Usa (su Fx), ma se non altro posso già affermare le seguenti cose con una buona dose di sicurezza:
1) le prime tre puntate, della durata di 20 minuti ciascuna, mi sono piaciute molto. Il tono è un po’ triste ma anche ironico, la messa in scena è di livello decisamente buono e, soprattutto, il personaggio di Wilfred (interpretato con forte accento australiano dall’attore Jason Gann) è spassosissimo e originale, sorta di via di mezzo tra il coniglio di Donnie Darko (per la perfidia) e il tigrotto di Calvin & Hobbes (animaletto di pezza per tutti ma non per il suo padroncino, con cui gioca e parla e riflette da essere umano);
2) difficile trovare termini di paragone per un prodotto così strambo e sotto molti punti di vista inedito, ma ogni tanto, per certi aspetti, Wilfred mi ha fatto ripensare a Bored to death: entrambe le serie vedono protagonista un giovane uomo in crisi, entrambe sono esteticamente semplici ma ben confezionate, entrambe vedono la presenza di personaggi di contorno decisamente macchiettistici (in questo caso c’è Spencer, vicino di casa manesco e fissato con la pornografia) e entrambe sono strutturate a episodi brevi guardabili separatamente ma coerenti e ricchi di rimandi narrativi interni (per esempio Ryan e Wilfred rubano a Spencer le sue piante di marijuana nel primo episodio, ma ne subiscono le conseguenze nel terzo);
3) come (quasi) tutte le serie tv contemporanee che si rispettino, anche Wilfred fa del citazionismo un po’ a casaccio uno dei suoi punti di forza: ogni puntata, ad esempio, è aperta da una citazione di un celebre personaggio storico o letterario (Mark Twain, Thomas Fuller, Ghandi), frase che indica genericamente il tono che avrà l’episodio. E poi, come dimenticarlo, c’è Matt Damon, ossessione cinematografica del Cagnaccio.
Visione caldamente consigliata. E per ora è tutto.

Alberto Gallo

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