singolarità di una ragazza bionda

SINGULARIDADES DE UMA RAPARIGA LOIRA (Portogallo-Spagna-Francia 2009)

locandina singolarità di una ragazza bionda

Di Manoel de Oliveira, lo devo ammettere, non so granchè. Giusto quelle poche nozioni che sono, immagino, di dominio più o meno pubblico: so che si tratta del regista in attività più vecchio del mondo (102 anni!), che è fondamentalmente l’unico motivo per cui il Portogallo è presente sulle mappe di geografia cinematografica e che secondo molti è un gran geniaccio. Tutto qui. L’unico suo film che mi era capitato di vedere prima di questo era Belle toujours, improbabile e non memorabile sequel del quasi omonimo capolavoro buñueliano.

Singolarità di una ragazza bionda, dunque. Lisbona, giorni nostri. Un giovane contabile vede tutti i giorni, dalla finestra del suo ufficio, una bella – appunto – ragazza bionda di cui si innamora, ricambiato. Decide di sposarla. Ci riesce dopo mille traversie, salvo poi scaricarla prima delle nozze perché la donna ha tentato di rubare un anello.

Strano, vero? E il tutto diventa ancora più singolare se si pensa che: a) il film è ambientato nel presente, con tanto di automobili, vestiti moderni e via dicendo, ma le dinamiche sentimental-familiari che prendono vita tra i protagonisti sono di stampo inconfondibilmente ottocentesco. L’impressione è che la pellicola sia stata proiettata per sbaglio o per caso nel XXI secolo, laddove al contrario avrebbe dovuto svolgersi al tempo di Flaubert o al più tardi negli anni di Proust; b) in tutto il film c’è un solo movimento della macchina da presa, durante la breve esibizione di un’arpista (che tra l’altro, nel suonare un brano di Debussy, fornisce al film la sua unica scena musicale). Per il resto le inquadrature sono del tutto statiche, immobili, cosa che conferisce all’opera un’atmosfera quasi teatrale, ma anche onirica e irreale; c) il tutto è descritto con un’impassibilità, un disinteresse direi quasi, assolutamente spiazzante. Ecco: sotto ogni punto di vista Singolarità di una ragazza bionda è una pellicola spiazzante. Non indimenticabile nè particolarmente geniale: eppure spiazzante. Alla maniera – ed eccoci di nuovo lì – di un Luis Buñuel più senile e sornione (e non a caso il fatto che la storia venga raccontata in treno in prima persona dal protagonista non può che riportare alla memoria l’analogo espediente di Quell’oscuro oggetto del desiderio). Anche il finale, così improvviso e tranchant, suona come una provocazione. Se non altro perché arriva dopo appena 64 minuti di film.

Alberto Gallo

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