melancholia

MELANCHOLIA (Danimarca-Svezia-Francia-Germania 2011)

locandina melancholia

Parte prima: Justine si sposa con Michael. Ma è disperata, e durante la cena di nozze perde in un sol colpo lavoro, marito e stima della famiglia.

Parte seconda: Justine, il cui stato d’animo le impedisce di essere autosufficiente, va a stare nella villa di Claire, sua sorella, proprio nei giorni in cui un pianeta chiamato Melancholia rischia di schiantarsi contro la Terra, distruggendo la vita umana.

E chi l’avrebbe detto che ci avrebbe pensato proprio Lars Von Trier (il maestro Lars Von Trier, il radicale Lars Von Trier, l’intransigente Lars Von Trier, l’antipatico Lars Von Trier) a confezionare il film catastrofico-apocalittico più geniale di tutti i tempi? Anche se una simile definizione va sicuramente stretta a un’opera che affronta con coraggio, profondità e originalità temi ben poco frequentati dal cinema odierno come la depressione, la solitudine e il senso stesso della vita. Un capolavoro, lo dico subito, un film totale (in quanto elevatissima espressione di genio tanto narrativo quanto estetico), ma soprattutto una delle esperienze cinematografiche più sconvolgenti che mi sia mai capitato di vivere.

Mi risulta persino difficile scrivere qualcosa di sensato su un film di questo genere. Innanzitutto perché sono ancora fisicamente ed emotivamente provato (da 12 ore la mia mente convive con quelle immagini spettrali, con quei volti disperati, con quella musica da Armageddon), poi perché le cose da dire sarebbero tante, ma così tante, che il rischio è di perdersi nel tentativo anche solo di elencarle brevemente. Comincerò nel modo più tradizionale, allora, ricollegandomi alla carriera del regista danese, di cui Melancholia rappresenta a mio avviso il punto più alto, ponendosi in contrasto e, allo stesso tempo, in continuità con le opere del passato. Il film inizia alla maniera del recente Antichrist, con una manciata di minuti privi di dialoghi dalla bellezza estetica senza paragoni: immagini che sono quasi dei dipinti, sospese tra il surreale, il simbolista e il metafisico e commentate da una musica wagneriana che puzza (meravigliosamente) di fine del mondo sin dalle sue primissime note. Si tratta di un prologo iperestetizzante, una sorta di grottesco videoclip musicale all’ennesima potenza. Ma nemmeno il tempo di lasciarsi cullare (o agghiacciare, fate voi) da queste “ultime cartoline dal pianeta Terra” che veniamo catapultati in un inferno di tipo diverso, quello familiare, tra padri mai cresciuti, madri depresse (pure loro) e crudeli, cognati benpensanti e nipoti ingenui: ed è già Festen, che dieci anni fa prevedeva a modo suo il disfacimento dei valori tradizionali, annegati in un mare di rituali inutili (Justine non si toglie il velo da sposa nemmeno quando è ormai chiaro a tutti che la sua è soltanto una messinscena), rancori ed egoismi.

Con la distruzione di una singola vita si chiude la prima parte dell’opera (divisa in capitoli come la maggior parte dei film di Von Trier), aprendosi invece la seconda con il rischio della distruzione globale. È, questa, soltanto una delle tante dicotomie che rendono Melancholia un saggio sulla diversità, sull’alterità che rende soli: madre/figlia, sorella (bionda)/sorella (bruna), uomo/donna (dove l’uomo, come nel finale di Antichrist, pellicola forse solo apparentemente misogina, non ci fa una gran figura), Terra/Melancholia, notte (specialmente nella prima parte)/giorno (specialmente nella seconda) e via dicendo, dove ognuna di queste categorie è al contempo specchio e antitesi dell’altra, in un cortocircuito di angoscia senza scampo: ogni cosa porta alla morte e alla disperazione. Ogni cosa e – ciò che è peggio – anche il suo opposto.

Con il passare del tempo e il conseguente avvicinamento di Melancholia alla Terra, la vicenda (se di vicenda si può parlare: il tempo di questo film è come sospeso, in apnea, succedono pochissime cose) prende una piega diversa, dal momento che il rapporto di forza tra Justine (la depressa) e il resto del mondo (i “normali”) si inverte: in quella parte di esistenza che riconduce alla morte la ragazza trova finalmente il suo elemento, il suo habitat naturale, arrivando a raggiungere la pace interiore che tutti gli altri, al contrario (persino il razionale cognato, che si uccide), progressivamente cominciano a perdere. La distruzione imminente permette a Justine di prendere le distanze persino dalla sua apatia sessuale, in un amplesso panteistico notturno che riconduce all’albero di corpi femminili in Antichrist. È la rivincita di Justine sul resto del mondo, un contrappasso simile alle vendette della Grace di Dogville e di Manderlay? Direi di no: il pessimismo totale dell’autore dev’essersi ulteriormente radicato, negli ultimi anni, tanto che la sua protagonista, sebbene abbia “imparato a morire” forse meglio degli altri nel suo costante rapporto con la morte nel corso degli anni, non ha, in fin dei conti, nessuna arma in più rispetto alla sorella e al nipote nell’ora del disastro. Anche Justine è goffa e annoiata nel suo modo di avvicinarsi alla morte: il rifugio che costruisce per il nipotino è scadente, così come le scuse che si inventa per non farlo spaventare. La sua è una gnosis (“Io so le cose”, dice alla stregua di uno sbilenco profeta) ben poco salvifica, il cui punto più elevato è, ironicamente (per quanto possa essere ironico un elemento qualsiasi partorito da Von Trier), il fatto di azzeccare il numero di fagioli contenuti in un vaso – ultimo, squallido riferimento alla festa di matrimonio fallita.
Melancholia arriva finalmente sulla Terra, ponendo la parola fine alle sofferenze umane, in un finale enfatico e sconvolgente che ben poco ha a che fare con qualsiasi cosa girata in passato dal regista danese. Che (terribile, tragica, orgasmica) emozione!

Se questo film, con il suo ottimo cast (Kirsten Dunst, bravissima e giustamente premiata a Cannes, nella parte di Justine, ma anche Charlotte Gainsbourg, già in Antichrist, i grandi vecchi John Hurt e Charlotte Rampling, Kiefer Sutherland, Udo Kier e Stellan Skarsgård, già nelle Onde del destino), con il suo coraggio intransigente e visionario, con il suo lucido pessimismo e con le sue immagini tecnicamente inarrivabili (perché Lars Von Trier può anche far venire la nausea con quelle riprese traballanti, e infatti spesso lo fa, ma quando vuole sa comporre inquadrature da far invidia a Terrence Malick e Sergio Leone messi insieme), se questo film, dicevo, non sarà ricordato come un 2001: Odissea nello spazio o un Solaris è soltanto perché viviamo in un’epoca che, tristemente, non è più in grado di creare miti. Un’epoca che assomiglia in maniera inquietante al mondo di Melancholia.

Alberto Gallo

Post scriptum: ovviamente, come previsto, mi sono scordato di analizzare o anche solo di citare una serie di caratteristiche notevoli di questo film – per approfondire il quale ci vorrebbe almeno un intero saggio. È il caso, ad esempio, delle moltissime citazioni pittoriche presenti nella pellicola, specialmente nella prima parte: Il ritorno dei cacciatori di Pieter Bruegel il Vecchio e l’Ophelia di John Everett Millais sono specchi della desolazione emotiva di Justine, e richiamano in particolare i temi della solitudine e del fallimento (quei cacciatori che tornano al villaggio a mani vuote… cos’altro sono se non la metafora di un più ampio fallimento esistenziale?).
Notevole, specialmente in relazione al genere “catastrofico”, è anche l’assenza pressoché totale dei mezzi di comunicazione di massa: niente tg ad annunciare l’imminente fine del mondo, niente giornalisti/blogger invasati a denunciare le inefficienti contromisure dell’esercito, niente immagini di attesa di fronte ai monumenti nazionali dei vari paesi… La tragedia (o salvezza, dipende dai punti di vista) determinata dall’arrivo di Melancholia sulla Terra rimane, per quanto globale, su un piano strettamente privato.
Trovo, infine, che questo film segni un radicale mutamento nell’atteggiamento dell’autore nei confronti dei suoi personaggi (mutamento già parzialmente in atto anche in Antichrist). Lars Von Trier è sempre stato un regista freddo, distante, quasi sprezzante nei confronti delle storie che raccontava: la Bess delle Onde del destino è una povera pazza, una minorata; la Grace di Dogville e Manderlay è fintamente ingenua e veramente spietata; gli impiegati del Grande capo sono dei perfetti idioti. Justine, invece, viene trattata con rispetto e comprensione – come un essere umano che soffre.

Annunci

13 thoughts on “melancholia

  1. Confermo anche io al 100%, le immagini mi han tormentato per giorni, stupendo.
    Per info (e lagne) avverto che qui in Polonia il film è uscito addirittura a maggio! e vederlo in lingua originale in una sala enorme e praticamente vuota è stato perfetto.
    Un saluto Irene

  2. ah va beh ma se volete delle note di colore eccole qua:

    il cinema ambrosio ci ha regalato il film con un altoparlante ormai sofferente, i bassi che friggevano nei punti più alti della sinfonia wagneriana (una cosa mortificante) e un raffazzonatissimo intervallo a cinque minuti dalla fine della prima parte, senza nessun tipo di indicazione, ma con una scena malamente interrotta e le accensioni delle luci in sala. tenuto conto che il cinema non ha un vero punto di ristoro perché il bar è in ristrutturazione, il pubblico se n’è rimasto seduto a dire fregnacce o semplicemente a tacere perplesso. S’è pagato prezzo intero (sette euro) e qualche occhiataccia gratuitissima di una delle cassiere meno simpatiche del circuito torinese. Naturalmente, ma questo ormai è irrimediabile e ormai tradizionale (per cui uno prova un affetto romatico a riguardo, anche se in un film come questo il coccige ne risente parecchio) i posti a sedere erano stretti e scomodi, e la contorsione inevitabile.

    Il doppiaggio italiano era a tratti decenti, in altri decisamente meno. C’è ancora da risolvere il nodo del “piccolo papà”, così come veniva chiamato il personaggio del maggiordomo. Non ho ben capito da dove venga fuori questa traduzione, mi piacerebbe tanto che qualcuno me la spiegasse… ma tant’è. Almeno lo si è visto. Altri film, come Arrietty dello studio ghibli, sembrano essere interdetti ai maggiorenni, a Torino.

    1. ma mica vi avranno messo in quella stanzetta nello scantinato dell’ambrosio?? era un film da vedere in sala 1!! io per fortuna l’ho visto al massimo in sala grande, e la visione è stata buona.
      il doppiaggio era medio, ma per fortuna era un film che non aveva elementi linguistici così importanti. in effetti piccolo papà mi sono chiesto anch’io cosa volesse dire.. boh!
      certo però che per 7 euro dovrebbe non solo vedersi e sentirsi perfettamente, ma dovrebbero anche offrirti servizio sauna o qualcosa del genere..
      ciao!
      alberto

  3. aggiungerei:

    magnifica la trovata (cosa che sarebbe anche acqua calda, ma non laricordo altrove), di aver escluso qualsiasi media. non un tg, o breaking news con gente che rompe vetrine o scappa chissà dove.

    la parte del rifugio per il nipote e della scusa per non spaventarlo l’ho trovata invece meravigliosa, proprio nella prospettiva delle dicotomie che citi tu: Justine tratta a pesci in faccia chiunque, a prescindere che sia uno stronzo (il suo capo), o cerchi di starle vicino (claire), tranne il nipotino – non proprio un fulmine di guerra.
    la foto che ne esce è struggente, geniale infatti quando si inquadra il bambino con gli occhi chiusi, che non sembra neanche agitato.
    credo sia coerente con l’idea di justine su “la vita sulla terra è cattiva”. protegge, con poco e niente, giusto il nipote che – ovviamente – è l’unico personaggio che non ha un ruolo attivo nel matrimonio.

    Sutherland (p.s. hai spoilerato!! 😉 si porta dietro l’allegoria della scienza e – secondo me – del maschio alfa, quello che protegge e gestisce tutto perchè sa. non l’ho visto molto come esempio di benpensante. Quel ruolo lo attribuirei di più al marito.

    ah, se non fosse chiaro, il film mi è piaciuto…;)

    u

    1. sì l’assenza dei media (escluso internet, che comunque viene usato poco) è uno di quei tanti elementi notevoli che volevo scrivere e che poi ho perso nel mare di cose da dire su questo film. ci sarebbe da scrivere un libro!
      sì anch’io ho trovato molto commovente la scena della capanna, ed è vero che justine tratta il nipote in modo molto diverso e affettuoso, ma è proprio per quello che in quel caso la sua goffaggine sentimentale è ancora più evidente, secondo me..
      ciao!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...