cave of forgotten dreams

CAVE OF FORGOTTEN DREAMS (Francia/Canada/Usa/Uk/Germania 2010)

locandina cave of forgotten dreams

Qualcosa come 30mila anni fa alcuni uomini del paleolitico dipinsero sulle pareti di un’enorme grotta nel sud della Francia scene di caccia e di animali in branco. Nel 1994 lo speleologo Jean-Marie Chauvet ritrovò quasi per caso questi graffiti, in perfetto stato di conservazione: una frana aveva separato per migliaia di anni la grotta dal mondo esterno, preservando quello che può essere considerato come il primo grande ciclo pittorico della storia dell’arte.

E’ un documentario dalla bellezza sconvolgente, questo Cave of forgotten dreams: diretto dal maestro Werner Herzog, che ha avuto l’eccezionale possibilità di visitare con la sua troupe l’interno della caverna, solitamente chiuso al pubblico, il film alterna interviste ad archeologi e speleologi, riflessioni sull’uomo e sulla natura, indagini naturalistiche sull’ambiente che circonda la grotta e, soprattutto, lunghe, lente, contemplative riprese degli eccezionali dipinti preistorici presenti nei bui e claustrofobici interni della Chauvet Cave, immagini commentate dalle meravigliose musiche di Ernst Reijseger, al contempo ancestrali e modernissime.

Perché questo ennesimo documentario di Herzog è così unico e imperdibile? Per due motivi, secondo me. A essere straordinario è innanzitutto l’oggetto dell’indagine: non sono uno che si esalta facilmente quando si tratta di arte antica o preistorica, non do di matto alla vista di un mucchio di pietre che un tempo furono un altare a Zeus o di due linee che nella mente di qualche studioso dovrebbero rappresentare un cavallo o una persona. Quella contenuta nella caverna francese è invece arte di altissimo livello, incredibilmente attuale (impossibile non vederci almeno un Picasso, in mezzo a quei tratti preistorici), evocativa e ben conservata. Si tratta di pitture che sembrano parlare, nitrire, ringhiare, raccontarci la storia di un mondo che noi non vedremo mai. E il tutto risulta ancora più affascinante se si pensa che non vedremo mai non solo quel mondo, ma nemmeno le pitture stesse, giustamente interdette al grande pubblico: il documentario diventa quindi un’occasione unica per assistere (per di più in 3D, tecnica che una volta tanto sembra avere un senso, anche se il film sarebbe stato bellissimo pure senza) a uno spettacolo che dal vivo, probabilmente, non avremo mai il privilegio di godere.
Ma se il contenuto è grandioso anche la forma non è da meno (ed eccoci al punto numero 2). Il regista, in stato di grazia, ci regala non solo una serie di immagini belle da togliere il fiato, ma anche tante digressioni estetico-filosofiche capaci di portare il film oltre i confini di un pur bellissimo documentario storico-culturale: ogni figura dipinta, ogni teschio ritrovato nella grotta, ogni utensile… ogni cosa diventa il pretesto per affrontare un più ampio discorso sull’uomo, sulla sua caducità, sulla sua irrilevanza di fronte alla natura, ma anche sulla sua capacità di creare opere destinate a durare in eterno. Originalissime anche le interviste agli studiosi, nel corso delle quali Herzog trasforma le sue fonti in personaggi, facendoli parlare di sé, del proprio passato, del proprio modo di approcciarsi a una realtà artistico-archeologica di simili dimensioni, o anche soltanto lasciandoli in silenzio davanti alla telecamera per studiare il loro imbarazzo, la loro reticenza. Questo approccio così personale a un argomento tanto vasto trova il suo punto più alto in un “post scriptum” di surreale genialità, dove un coccodrillo albino tenuto in cattività (animale buffo e terribile che riconduce la memoria al grosso rettile del Cattivo tenente) diventa una scusa per parlare dell’incerto destino dell’uomo.

Cave of forgotten dreams (il titolo, fortunatamente non tradotto, dice già tutto) è un film grandioso perché sa passare con naturalezza, passione e curiosità dal particolare (uno dei pittori preistorici aveva una malformazione al mignolo) all’universale (la storia dell’umanità, il suo scopo sulla terra) passando per il mito (uno dei dipinti più straordinari raffigura una sorta di minotauro abbarbicato su una figura femminile). Un’esperienza estetica, umana e filosofica come è raro trovarne sul grande schermo.

Alberto Gallo

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