shame

SHAME (Uk 2011)

locandina shame

Che bello scrivere per “C’era una volta il cinema 2.0” e non per una testata tradizionale e dunque commerciale, con i suoi obblighi pubblicitari, il suo pubblico da inseguire o i suoi click da raggiungere. Qui posso scrivere ciò che voglio, che tanto, quale che sia il numero di lettori, non ci guadagno né perdo nulla in ogni caso. Posso quindi permettermi di iniziare una recensione di Shame senza sentirmi costretto a scrivere venti volte la parola SESSO in grassetto a caratteri cubitali per attirare i polli. Ok, l’ho appena fatto, ho scritto SESSO e l’ho anche rifatto, ma volendo avrei potuto anche non farlo, perché questo film, in definitiva, mostra sì tante esplicite scopate, ma a ben vedere parla di tutt’altro. Di solitudine, tanto per dirne una. Ok, il protagonista della pellicola, Brandon Sullivan (interpretato magistralmente da Michael Fassbender), ha una certa innegabile dipendenza dal suo pisello, cosa che lo porta a gurdare tutto il giorno filmati porno, a pagare prostitute e a scopare qua e là con sconosciute e sconosciuti, fallendo così nel tentativo di vivere sane relazioni sentimentali, ma gli altri personaggi no, non hanno questo problema, laddove invece tutti, ma proprio tutti, sono accomunati da una lancinante, si diceva, tendenza alla solitudine. Sola è la sorella di Brandon, Sissy, cantante jazz fallita; solo è il suo capo, alla perenne ricerca di triste conforto extraconiugale; sola è la sua collega Marianne, il cui matrimonio è da poco naufragato. Shame, insomma, diretto dal giovane e talentuoso regista inglese Steve McQueen, è un film terribilmente triste, che la butta sul sesso nello stesso modo in cui avrebbe potuto farlo con l’alcol, con la droga o con la violenza.

Interessante è anche il discorso estetico: lungi dall’accontentarsi di svolgere il compitino, McQueen infarcisce la sua opera di elementi originali e ricercati capaci di rendere Shame una pellicola d’autore moderna e per niente banale. Come nel caso del lungo piano sequenza dell’appuntamento al ristorante (il cui scambio di battute ha tutta l’aria di essere un’improvvisazione) o in quello dell’implicita citazione godardiana del dialogo in metropolitana ripreso di spalle. Affatto scontato è anche il ritratto di una New York triste, cupa e molto poco “turistica” e, soprattutto, il lavoro svolto sulle musiche e sul sonoro. Meno necessarie e inedite, invece, certe altre scelte estetico-narrative, come la struttura ad anello che avvolge il film (l’incontro con la bella ragazza in metropolitana) o l’ansia di rendere epiche o poetiche quasi tutte le scene di sesso, quasi a volersi giustificare di un argomento tanto scabroso.

Shame, in ogni caso, è un gran bel film, un’opera seconda (l’esordio, Hunger, è stato premiato a Cannes nel 2008 con la Caméra d’or) che lascia ben sperare sul futuro di questo regista (e artista) londinese, già scritturato per dirigere una pellicola sulla vita dell’immenso Fela Kuti.

Alberto Gallo

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