paradiso amaro

THE DESCENDANTS (Usa 2011)

locandina paradiso amaro

Ci sono gli americani, che solo loro, al mondo e da sempre, sanno mischiare in modo più o meno credibile toni drammatici o persino tragici con altri leggeri, da commedia. Provate a far girare un film così a un europeo, un film con mogli morenti e famiglie che si sfasciano, come questo, e vedrete cosa ne viene fuori. No, gli americani no, non ci cascano, i registri li sanno mescolare alla grande. Qualche esempio? Non so, mi viene in mente il recente Little Miss Sunshine, con i suoi adolescenti chiusi nel (letterale) mutismo e i suoi esperti (gay e quasi suicidi) di Marcel Proust, e che nonostante questo riesce a essere un film divertente; o – per salire di livello – molte opere di Woody Allen (il top in questo senso è Crimini e misfatti); o magari, ancora, i dolciamari Sideways e A proposito di Schmidt, che guarda un po’ sono entrambi diretti da Alexander Payne del Nebraska, autore anche di questo Paradiso amaro.

C’è poi George Clooney, ormai diventato un brand, marchio di fabbrica di se stesso, che da dieci anni a questa parte gira quasi esclusivamente due tipi di film: le commedie dolciamare (ed eccoci di nuovo lì) alla Tra le nuvole o i film di denuncia (all’americana, ma sempre di denuncia si tratta) alla Goodnight and goodluck, Syriana o il recente Le idi di marzo. Con Paradiso amaro, dove recita la parte di un padre tormentato ma non troppo, triste ma anche no, depresso ma rassicurantemente bello e ricco, non si smentisce, andando a segnare un’altra x nella casella delle pellicole tutto sommato ben fatte e dai buoni sentimenti cui ha partecipato. Il prossimo sarà sicuramente un film di denuncia.

E ci sono ancora gli americani, che saranno anche bravi a mescolare i registri diversi ma che evidentemente l’hanno capito fin troppo bene, e che per dimostrare questa bravura devono portare avanti la cosa oltre ogni ragionevole limite: perché questo film non finisce mezz’ora prima? Perché ci sono tre finali? Perché dobbiamo sapere tutto, ma proprio tutto? Perché Alexander Payne dal Nebraska non conosce l’arte del non detto, del sospeso, arte spesso capace di rendere i film (ma se è per questo anche i romanzi) decisamente più intriganti? Recentemente me la sono presa con le interminabili fatiche del povero David Fincher, ma anche i 115, 124 e 125 minuti di, rispettivamente, Paradiso amaro, Sideways e A proposito di Schmidt sono decisamente troppi. Troppi!

E c’è, infine, quella non meglio definita categoria di – come chiamarli – traduttori che, in Italia, si occupa di trasformare, storpiare, abbruttire e modificare a piacimento i titoli dei film: Paradiso amaro (che sembra una parodia di Biglietto amaro di Aldo, Giovanni e Giacomo, già a sua volta parodia del neorealista Riso amaro) in inglese è The Descendants. Chi ha visto il film, al cui centro c’è anche una storia di eredità di terreni nelle Hawaii, capirà il motivo della mia frustrazione. Chi non l’ha visto penso – spero – capirà lo stesso.

Alberto Gallo

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