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COSMOPOLIS (Canada/Francia 2012)

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Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del capitalismo

Che posto orrendo, questo XXI secolo della nostra era! E lo dico senza alcuna ironia: è il mondo peggiore che ci potesse capitare, un inferno che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico (che comunque, probabilmente, ci si troverebbe come un pesce nell’acqua, se tanto mi dà tanto). Ok, sarò anche un apocalittico, me lo dicono spesso, ma è certo che non sono il solo. Dalla mia parte c’è con ogni probabilità anche il caro, vecchio Don De Lillo, forse il più grande scrittore americano vivente: sarà pure un’opinione autorevole la sua, no? È lui l’autore del romanzo (omonimo, del 2003) da cui è tratto questo film di David Cronenberg – un altro che in quanto a pessimismo cosmico ha molto da insegnare a parecchi. Un film privo di una vera e propria trama, o meglio, un film la cui trama è più che altro un pretesto per parlare, appunto, del nostro mondo attuale, di questo tragico crepuscolo di capitalismo che ci è toccato in eredità: New York, il giovane miliardario Eric Packer attraversa tutta la città su una delle sue limousine per andare dal barbiere, nonostante quel giorno le vie di Manhattan siano intasate per l’arrivo del presidente degli Stati Uniti. Intorno a lui, oltre i vetri insonorizzati dell’automobile, il mondo si sta sgretolando in un grottesco frullato di violenza, crisi economica, disuguaglianze sociali e una finanza ipertecnologica che sembra aver preso il posto della politica, dell’ideologia, dell’arte, del sesso e persino dei sentimenti. Per Eric e per le molte persone (amanti, medici, collaboratori, guardie del corpo…) che, di volta in volta, lo raggiungono sulla limousine la realtà è vissuta attraverso gli schermi dei monitor che costellano l’abitacolo, filtri asettici dove i numeri sembrano aver preso il posto delle immagini, in una versione di Matrix ancora più inquietante in quanto terribilmente simile alla nostra realtà, di noi che abitiamo fuori dal film.

È la New York di Taxi Driver e della 25esima ora – ma portata alle estreme conseguenze – quella descritta in Cosmopolis, una città post-apocalittica in cui nessuno, però, si è accorto che l’Apocalisse è già arrivata. La moneta cinese sta per crollare, portandosi con sé, giù in quell’inferno à la Bruegel che tutti ci attende, un mondo da parecchio tempo già alla deriva. E all’inferno ci andrà molto presto pure Eric Packer, lui che di questa realtà è tra gli artefici e le vittime, minacciato com’è non solo da un lancinante senso di solitudine e paura della morte, ma anche da reali, per quanto a lungo, nel corso del film, soltanto ipotetiche, minacce di morte. Ed è proprio un sentimento diffuso di precarietà esistenziale e imminenza a caratterizzare l’intera pellicola, che sembra congelare in un freeze frame – complice anche una fotografia magnificamente nitida, pop, quasi iperrealista – il momento che immediatamente precede il collasso. La frase più ripetuta del film è “Quanti anni hai?”, come a sottolineare un tempo scaduto, arrivato al capolinea per tutti, in un universo claustrofobico (gran parte del film si svolge nell’abitacolo dell’automobile o all’interno di piccole stanze) da cui ormai è impossibile fuggire. E dopo? Se mai qualcosa sopravviverà, la nostra sofisticata finanza turbocapitalistica verrà sostituita da un nuovo Medioevo la cui moneta corrente sarà il topo, animale lercio e schifoso per eccellenza, ma mai lercio e schifoso, sembra suggerirci il film, come le circostanze che hanno portato al tracollo planetario.

Un film strano, complesso, a tratti noioso, che naviga in un mare di infinite parole più tecnico-teoriche che narrative. Bravi gli attori (persino il teenage idol Robert Pattinson, al cui fianco stanno Juliette Binoche, Mathieu Amalric e Paul Giamatti), bella, come si è detto, la fotografia (quei lunghi e spietati primi piani… che meraviglia), geniali alcune scene eccetera eccetera eccetera, ma nulla sembra avere importanza, alla fine, di fronte a questo logorroico specchio nemmeno troppo deformante della nostra realtà quotidiana. Tra qualche mese, forse, Cosmopolis potrebbe apparirci come il primo film davvero neorealista mai prodotto a Hollywood e dintorni.

Alberto Gallo

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