la guerra è dichiarata

LA GUERRE EST DECLAREE (Francia 2011)

locandina la guerra è dichiarata

I film sui bambini malati sono come quelli sul nazismo: sei costretto a commuoverti, e se non ti commuovi o non ti piacciono ti senti una merda. Una differenza, però, a ben vedere c’è: l’olocausto è una tragedia collettiva, condivisa, mentre la malattia di un bambino, per quanto tragica, rimane circoscritta a un ambito privato, familiare; cosa che, a differenza di quanto accade con Schindler’s List e compagnia, potrebbe portare il potenziale spettatore a chiedersi perché mai dovrebbe passare due ore di tristezza al cinema quando la vita reale è già di per sé, spesso, così drammatica. Le tragedie altrui, d’altronde, non sono mai così tragiche (“Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”, cantava Fabrizio De André), e allora perché farsene carico?

Tutto ciò per dire che sì, La guerra è dichiarata, tratto da una storia vera – così vera che i due attori protagonisti rivivono su pellicola, interpretando (e dirigendo, nel caso di Valérie Donzelli, anche regista) se stessi, ciò che vissero sulla loro pelle nella vita reale – è anche un bel film, commovente al punto giusto e non banale, ma come tutte le operazioni di questo genere è pure, come dire, un po’ ricattatoria:

– Ecco un film sul tumore al cervello che nostro figlio si è beccato a due anni: su, dài, prova a non piangere o a non parlarne benissimo, così ti prenoti un bel posto all’inferno nel girone degli egoisti insensibili.
– Ma io veramente… vorrei parlare di cinema… Tutte quelle citazioni di Truffaut… La canzone di Laurie Anderson mi è anche piaciuta, ma in generale… Non so, si poteva forse fare di più…
– Ah, è così? E la scena dove il povero piccolo Adam viene portato in sala operatoria? Non ti ha strappato via il cuore dalla cassa toracica? Ammesso che tu ce l’abbia, un cuore…
– Non dico quello, sìsì, mi sono commosso un sacco, un groppone che non ti dico – ho anche dei testimoni eh! – però, scusa se ti faccio questa piccola critica, lo so che hai passato dei brutti momenti, ma, cioè, insomma, è anche facile commuovere la gente in questo modo. Hai mai visto Schindler’s List, La vita è bella…?
– Cosa c’entrano adesso i film sul nazismo?
– No, niente, è una cosa mia. Però dài, fammi parlare, stavo cercando di dirti che alla fine ‘sto film non mi è affatto dispiaciuto.
– Sarà meglio.
– Ecco vedi, è proprio questo il punto! Tu obblighi la gente a commuoversi, con una storia come questa: è un ricatto morale!
– Adesso chiamo l’Associazione Mamme con Bambini Malati di Tumore al Cervello e organizzo un picchetto sotto casa tua.
– Guarda che c’è traffico.
– Dove?
– Sotto casa mia. Vi investono, non vi conviene. Adesso fammi solo finire la recensione, noi ce la vediamo dopo, ok?
– Mh.

Stavo solo cercando di dire, se Valérie mi lascia lavorare, che La guerra è dichiarata (il riferimento storico del titolo è alla seconda guerra in Iraq, del 2003, ma ovviamente si tratta di una metafora: guerra alla malattia, alla tristezza, alla stanchezza, alla disperazione…) è una pellicola interessante, ma che riesce a essere davvero convincente solo nei non moltissimi momenti di distensione emotiva: è un esercizio facile, banale, commuovere il pubblico con l’Inverno di Vivaldi a commentare la tragedia di un bambino; più difficile e originale è riderne, o sorriderne (come nella bellissima scena in cui i genitori del bambino scherzano sulle loro paure, giungendo alla conclusione che il loro timore più grande è che Adam diventi “gay, negro e di destra”). Che poi si tratti di risate amare o per non piangere è un altro discorso. L’approccio “pop” alla vicenda aiuta comunque a smussarne i difetti e i passaggi più scontati.

E ora, madame Donzelli, torniamo a noi.

Alberto Gallo

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